Wednesday, 4 February 2009

archivio (39) Il villaggio

E' presto per bere, forse e' presto per suonare. Ma qui a oriente del sole la notte e' gia' con me, e con essa la nostalgia. Per non pensarci scribacchio delle mie cose, e le offro qui e li'. Sedetevi, e ascoltate se volete.

La casa mi piace. A forma di U, aperta sul cortile, fatta di tronchi e tavole di legno spesso, vecchio. Due piani: sotto la camera per mangiare, la cucina, la legnaia. In un angolo del cortile la pompa a mano che tira su l'acqua, un canaletto fatto di latta la travasa in un catino pieno di sabbia per filtrarla, da dove sgocciola su un altro catino con dentro una tazza per prenderla. Da un lato c'e' la scala esterna che porta al primo piano: qui al centro della casa c'e' uno spazio per sedersi e ricevere gli ospiti, tutt'intorno e lungo le ali della casa porte di legno segnano le camere da letto. Sopra, piu' in alto, a coprire tutto, il disotto del tetto, familiare: tronchi spioventi e tegole di terracotta, corte e scure. La brillantezza del sole rimane fuori, dentro c'e' fresco e penombra.

Nella camera per mangiare c'e' un tavolo basso, panche, sedie basse di legno e paglia. Ai muri vecchi cappelli di paglia a cono, attrezzi da contadino. In fondo alla stanza il televisore col DVD, che ho scoperto in questo villaggio hanno tutti. 52 famiglie, una quarantina di case come questa, e fra di esse viottoli di terra, galline con pulcini al seguito, l'occasonale pozza di fango recintata con dentro i maiali. Sotto un albero due bufali d'acqua se ne stanno all'ombra. Piu' in la, a qualche centinaio di metri, nascosto da macchie di bambu' e dall'argine erboso, si sente il fiume, anzi il grande fiume, come lo chiamano loro. 

E' da due giorni che sono qui, ospite di questa famiglia: due fratelli, le loro mogli, figli, nuore e nipoti. Il villaggio e' perso al centro di una valle piatta e verde, orizzonti chiusi da montagne coperte di foresta. Non avevano mai visto uno straniero se non in televisione, e da quando sono arrivato mi osservano e mi studiano come io osservo loro. Non c'e' voluto molto a rompere il ghiaccio: mangiare il loro cibo, bere il loro vino di riso, raccontare di mio zio contadino e io piccolo che portavo le mucche al pascolo la domenica. E ridere dei loro commenti divertiti sulla misura del mio naso - mai visto un naso cosi', dice il nonno dalla sua sedia, e tutti annuiscono. I bambini piccoli non mi si avvicinano nemmeno con la promessa di una caramella, ma spiano da dietro gli angoli, incuriositi, mentre gli adulti mi fanno domande. Tutti fumiamo il loro tabacco dolce, arrotolato in cartine di carta di riso. Gli e' piaciuta molto, agli uomini, questa cosa che so arrotolare una sigaretta: pensavano che gli stranieri fumassero solo sigarette costose, come si vede in tv. 

Ieri sera dopo cena un acquazzone ha fermato la polvere, e sulla terra fresca le donne del villaggio hanno indossato i loro costumi - gonna lunga nera ricamata d'oro e rosso all'orlo, corsetto rosa a maniche lunche con tre lacci di seta nera a chiuderlo, turbante stilizzato fatto con due giri di cotone bianco e rosa attorno ai capelli alzati - e hanno danzato a lungo attorno ad un tamburo, un gong e un paio di piatti. Musica semplice, ritmo ripetitivo leggermente sincopato: le due file di donne, passi lenti, movimento sinuosi di busto e braccia, simili ma sempre un po' diversi. Xie traduce per me, e traducendo mi dice anche quello che lei pensa. Gli uomini di questo villaggio sono pigri: non suonano, non danzano, non hanno nemmeno i costumi. Le donne sono orgogliose della loro tradizione, e approfittano del tuo arrivo per mettere su lo spettacolo. Ma non montarti la testa: lo fanno perche' si divertono.
Non mi monto la testa. Fosse la prima volta che mi trovo in un villaggio come questo. E' solo la prima volta in questo angolo di mondo. Ma Xie ('Scì') e' cinese, mentre coloro che ci ospitano, sebbene vivano in Cina da settecento anni (da quando cioe' i Cinesi arrivarono in questa valle) sono Dai. I villaggi cinesi non hanno di solito tradizioni di danza popolare femminile. Non perche' non piacesse al Partito, ma perche', fin da molto prima, alle bambine rovinavano i piedi fasciandoli. 

Pero' sono distratto: sara' la luce fioca della singola lampadina appesa al centro della piazzetta, sara' la musica ripetitiva....

...no, non e' quello. E' che prima di uscire dalla casa per venire a vedere la danza ho visto gli uomini confabulare, ed uno di essi ha tirato fuori la pipa ad acqua, e l'ha messa sul tavolino fra le panche e le sedie, al piano di sopra. Nonostante sia illegale, i Dai ancora oggi fumano l'oppio, e stanotte me lo offriranno. L'oppio! non credevo mi sarebbe mai capitato!

archivio (38) Come Hussita

Attacco mattutino di ermetismo storico-oscurissimo:

Stamattina trovo nella posta un progetto da rivedere e approvare per la provincia del Sindh, in Pakistan. 
Poco dopo mi arriva una mail dal collega project manager Bangladeshi in Pakistan (in inglese): 
-'hai il Sindh?'
e io, memore di Napier:
-Peccavi.
Naturalmente caduta nel vuoto, il tipo sa l'inglese, il bengali e l'urdu, ma non il latino. ani_biggrin.gif 

KT, Hussante wink.gif

archivio (37) Regolamento

Mei Lan Hotel, Haiku, Hainan province.
Regolamento interno dell'hotel.
1) Quando ci si registra per stare occorre produrre il passaporto, la lettera di presentazione, il permesso di lavoro o altra carta d'identita'. Il modulo con le generalita' deve essere riempito completamente.
2) Tutte le regole dell'hotel devono essere osservate conscenziosamente.
3) Visitatori non sono permessi per tutta la notte.
4) Oggetti facilmente infiammabili, esplosivi o radioattivi sono strettamente proibiti nell'hotel. Gli ospiti non possono usare cucine elettriche, a gas o a carbone in camera.
5) Pistole e altre armi da fuoco devono essere registrare o affidate al locale ufficio di pubblica sicurezza.
6) Non sono permessi gli eccessi nel bere, nella prostituzione, nell'adulterio, nelle droghe, nel gioco d'azzardo, nella speculazione. Radiotrasmissioni, attivita' oscene o comunque illegali non sono permesse. 
7) Le bancarelle e la vendita ambulante ad alta voce non sono permesse.
8) Azioni disciplinari verranno intraprese contro i violatori del regolamento. Le pene dipendono dalla severita' dell'infrazione. 
faccinarossa.gif 
La Cina. Il Far West.

archivio (36) Abbracci di Gruppo

ani_biggrin.gif 
Avviso per i soliti noti: visto il contesto il broccolinese e' inevitabile....

New York, fine novembre. Il 'ritiro' dei membri del dipartimento volge al termine. Praticamente un conclave in scala ridottissima. Tre giorni intensi, chiusi nella libreria dell' Istituto Scandinavo di Cultura (affittata all'uopo), lontano dall'ufficio, trascorsi a pianificare, progettare e analizzare il lavoro dell'anno (fiscale) che verra'. Otto donne e quattro uomini attorno ad un tavolo, undici dei quali basati nell'ufficio centrale qui in citta', piu' il vostro KT richiamato appositamente dall'oriente (misterioso e lussurioso). Intendiamoci, io ho provato fortissimamente a scansarmela, ma non ci sono purtroppo riuscito. L'idea di fare 30 ore di volo mi ha riempito di orrore, e la mancanza di posti nel solito volo via Londra ha significato che ho dovuto prendere invece il volo diretto, giona fra i tanti nell'antro semibuio che e' la pancia dell'airbus 340 di Cathay Pacific che parte da Hong Kong, risale la costa cinese del Pacifico verso nord, passa sopra il Giappone, poi la famosissima Kamchatka, attraversa lo stretto di Bering gia' ghiacciato, risale le isole Aleutine facendo il solletico al circolo polare artico con l'ala sinistra, entra in Alaska, passa sopra un posto chiamato Whitehouse, scende in Canada, lo attraversa fino ai grandi laghi, passa vicino a Boston e alla fine atterra a New York, dopo quindici ore di volo. Meno male che i cinesi sono piccoli, non fanno rumore e non puzzano. Diciamo che sono sopravvissuto al viaggio e ora mi tocca sorbirmi tre giorni di 'ritiro' il cui scopo 'segreto' e' quello di risollevare il morale del dipartimento (il loro, non il mio: il mio morale va benissimo, thank you very much), abbattuto e depresso dal costante logorio della politica di ufficio e delle rivalita' fra dipartimenti e fra individui. Poverini come mi fanno pena. Ed dire che e' quasi la festa del Thanksgiving, le vetrine sono piene e le strade pure. 

So much wanking, if you ask me (traducibile ma non pubblicabile) bubbleblowing.gif 

La donna che 'facilita' la riunione e' una manager di risorse umane, con lunga esperienza. Finora si e' comportata bene, nel senso che non si e' fatta notare troppo. Questa e' per me una buona cosa, in base al principio che se un facilitatore si nota allora vuol dire che non sta facendo bene il suo lavoro, come un cameriere o un arbitro, li noti solo quando sbagliano. Per non addormentarmi mi sono offerto di prendere note di tutta la riunione - scusa eccellente per tenere il portatile aperto e giocare a Minesweeper - cosa che si e' rivelata divertente in quanto mi sono lasciato trascinare e oltre a riportare i fatti e gli eventi ho aggiunto, in vari colori, anche i miei commenti e le mie impressioni, e le opinioni che mi sono via via venute in mente di cose e persone...

Gli americani sono molto scientifici e logici nelle loro cose. Non esistono problemi, ma sfide da risolvere, e se hai un'opinione o una cosa da dire ti ascoltano senza preconcetti, e giudicano l'idea e non la persona: atteggiamento standard. La riunione ha un'agenda dettagliata, ci si divide in gruppi di analisi e poi ci si ri-riunisce in plenario per finalizzare i punti. Ci sono presentazioni e discussioni. Ovvio che non tutti capiscono tutto, ma si sforzano con grande ardore. Il vostro KT si e' stato zitto quasi tutto il tempo: in questo tipo di 'ritiri' e' meglio fare parlare coloro a cui parlare piace, quelli che parlano per sentire il suono della loro voce, e quelli (abilissimi) che parlano ma non dicono niente, politicanti nel posto sbagliato. Ogni tanto sono dovuto intervenire, giusto per chiarire punti delicati o non interamente compresi ("stai dicendo una minchiata..."), ma mi sono veramente controllato bene, e sono anche riuscito a fare un bel po' di lavoro vero nel frattempo, con la scusa delle note al computer. 

Come fu come non fu siamo arrivati alla fine del ritiro. L'umore dei partecipanti e' sensibilmente migliorato rispetto a tre giorni prima: il linguaggio del corpo parla di una nuova confidenza, di un rinnovato ardore, di un senso del gruppo che era venuto a mancare. Bene. 
Poi, la tragedia, o forse la farsa. La facilitatrice propone un esercizio finale di comunanza emotiva: ognuno dei dodici, a turno, deve dire qualcosa di positivo sulla persona seduta alla sua sinistra. Proprio cosi'. 
Queste cose hanno effetti terribili sulla psiche media americana. Dopo nemmeno mezzo giro c'era gia' chi stava piangendo "Oh Dio sono cosi' emozionata...". Ridicolissimo. Voglio dire, che ci vuole? 

'La persona alla mia sinistra si chiama Kerry. Ha i capelli rossi e le lentiggini perche' e' irlandese e il doppio mento perche' probabilmente mangia troppo. Non posso dire molto su di lei perche' non lavoriamo nello stesso ufficio, ma abbiamo lavorato assieme a Bangkok e si e' dimostrata capace e molto attenta e non se ne voleva mai andare via e io stavo morendo dal sonno ogni notte alle tre, e lei che continuava a formattare pagine di PowerPoint per l'indomani. So che i colleghi hanno grande stima di lei, e mi associo a questa stima e se la smettesse di mandare mille email urbi et orbi al giorno sarebbe meglio'.

Facile, giusto? Macche. La cosa e' degenerata presto 'Credo che faro' un commento anche sulla persona alla mia destra' 'Si anche io voglio dire qualcosa anche su caio e tizia" "ho qualche altra cosa da dire..."
Non so se sia stato l'esercizio o l'atmosfera festiva del Thanksgiving, c'erano visi rigati di lacrime mischiati a grandi sorrisi di comunanza spirituale. Fa ridere, ma fa anche impressione: ci credono davvero, ne sentono l'utilita' e se la assorbono come spugne. Tutti felici e contenti, tutti a casa.

La facilitatrice: 'mi dai copia delle note?'
io: "ah certo...te la mando per mail...devo correggerle e togliere i commenti politicamente scorretti, le opinionazioni mie personali e i voti sui didietri delle donne......dammi due giorni"
"OK. Buon Thanksgiving"
"Oh...err...yes, e anche a te"
"Rimani in citta' per la festa?"
"Oh, non posso, sfortunatamente ho l'aereo domani prima me ne vado meglio e'...niente internet nell'hotel, chissa' cosa sta succedendo sul forum, quel Pupetta mi sembra troppo allegro di questi tempi chissa' cosa sta combinando, il marpione..."
"Ah, ma festeggerai il ringraziamento a Hong Kong?, con la tua famiglia"
"Ehm...non proprio, sai e' una festa tipicamente americana e non e' molto err...conosciuta, in Cina"
"Ma voi non siete cinesi in famiglia!"
"No, in effetti noi siamo italo-inglesi"
'"Quindi festeggerete! Tacchino!"
"Err...no, noi europei non lo festeggiamo, il giorno del ringraziamento...e' una festa solo americana"
"Oh...ah...ah!"
"Ma tu divertiti, mi raccomando! Ti mandero' le note....ciaoooo" 

archivio (35) Lezioni di comunismo

Hanoi, 29 Ottobre.
Sono in macchina con Anh, che mi sta riportando all'aeroporto. Il traffico dell'ora di punta non e' diverso da qualunque altra citta', a parte il fatto che sono tutti motorini. Davanti a noi, incolonnato, un camion verde scuro, militare. Anh lo indica, tutto eccitato si gira, e con quel sorriso da ragazzone mi fa 'ZIL 131. Russia. Lo guidavo quando ero militare!'
Guardo mentre lo sorpassiamo, ed e' proprio lui. Sei ruotoni profondamente scolpiti, tamburo del freno a mano che sporge sopra la trasmissione dietro la cabina, cofano lungo.
'Anche io l'ho guidato, lo ZIL 131, quando ero in Africa'
Anh mi guarda di sfuggita con aria interrogativa. Io, uno straniero, guidare un camion militare russo?
'Si chiamava Hugo, ed era dipinto di giallo'
Anh non dice piu' niente. Probabilmente non mi crede. Io guardo fuori e penso che lo dovro' raccontare, il viaggio con Hugo.

Poco dopo passiamo a lato ad un piccolo parco: alberi grandi fanno ombra a bambini che giocano e a vecchietti seduti al fresco. Nel mezzo, sul piedistallo di cemento, la statua di bronzo di Vladimir Ilich Lenin ci guarda da sopra il pizzetto, il dito di una mano leggermente alzato come per dire di non correre. Anh mi indica il palazzo piu' grande fra quelli intorno al parco, quello dall'aria ufficiale piu' sinistra.
'L'ambasciata della Cina' dice, con un ghigno. 
L'ironia non mi sfugge, nonostante il suo accento terribile. 
'Avete messo la statua di Lenin di fronte all'ambasciata cinese? Cosi' che se la possano guardare tutte le mattine?'
Anh e' un autista, ma la rivalita' politica fra il comunismo russo e quello cinese ha ovviamente radici profonde nell'immaginario collettivo popolare, in Vietnam. Il ghigno gli si allarga in un sorrisone, e mi fa:
'Quasi giusto. I cinesi ogni mattina guardano il didietro di Lenin. 
Mi volto, mentre imbocchiamo un altro boulevard, e ha ragione. In piedi, il busto leggermente inclinato in avanti, Lenin mostra il culo all'ambasciata della Cina. 

archivio (34) Posting Under Influence II

Argh. 

OK, sono di nuovo PUI (posting under influence).

Non e' colpa mia. Sono ad Hanoi (se non sapete dove sia Hanoi sono cavoli vostri). Mentre camminavo dall'ufficio all'hotel, sovrappensiero, ho visto con la coda dell'occhio (nell'occhio???) un pezzo di legno appeso al muro: 'osteria', c'era inciso. E si che mi sono fermato. Dal vetro era il solito ristorante italiano all'estero: tovaglie a quadretti e stampe italiche appese ai muri. Vuoto, erano solo le sei e mezza. Ma era quasi ora di cena, e ho pensato di mangiare qui invece che dal vietnamita, dove ormai ceno tutti i giorni, da solo. Ho aperto la porta di legno e sono entrato. Nell'aria Lucio Dalla, 'com'e' profondo il mare'. Bene, ho pensato. Se non altro la musica mi piace. Mi ricorda di quella notte al castello di Castelmola, piu' di venti anni fa, con Anna la normanna, seduti sul papapetto del castello, gambe penzolanti sullo strapiombo sopra Taormina, Lucio Dalla in sottofondo. Quella sera siamo diventati amici per sempre. Il suo uomo ne e' gelosissimo..... 

Ma divago. Ho mangiato, formaggi italiani vari ed una normalissima cotoletta. Niente di che, come direbbe qualcuno. Ma d'altronde sul muro di fronte c'era appesa una stampa sulla produzione vinicola veronese, e dalla cucina venivano vociate con accento Camillesco. 
E pensavo. Tanto c'ero solo io. I Vietnamiti, dopo 100 anni e passa di francesi mangiano ad orari decenti, cioe' dalle venti in poi....sono io che sono troppo inglese...
Ah, e una bottiglia intera di Nero D'Avola, a 20 dollari. Ammazza. Pero' c'era un Barbaresco Gavi a 360 dollari...mi accontento del Nero. Tanto funziona. Come ora. 
(dov'e' Pinguino? Pinguinazzo, sono ubriaco....)
Certo che l'ho pagato io, il Nero. Lavoro per una ONG, e le direttive sulle spese permesse non 
ammettono alcool tranne quando si invita gente per lavoro. Giusto & Sacrosanto.
Divago ancora. Isomma, sono incazzato. Diciamo che scuoto la testa e mi dico 'ma non ascoltano???'

{Lucio Dalla: com'e' profondo il mare}

Insomma. La mia ONG lavora in Vietnam da cinque anni. Per tutto questo tempo il direttore dei programmi e' stato un americano, persona di esperienza con le agenzie dell' ONU, tipo UNDP e UNHCR. Cosa strana, visto che in tutti gli altri paesi dove lavoriamo ( Cina, India, Etiopia, altri) e' sempre una persona del luogo, per ovvi motivi di conoscenza e capacita'. 
Tre mesi fa l'americano se ne e' andato. Si e' licenziato, ha trovato un lavoro a casa sua. Il mio capo, da New York, mi telefona e mi fa 'Ti dispiace andare a dare un'occhiata al programma in Vietnam mentre noi cerchiamo un sostituto'

{...te ne sei andata via con la tua amica...}

'Certo' gli faccio io. Non l'avessi mai detto. Non che avessi scelta, badate. Da Hong Kong sono due ore scarse di volo, e non lui aveva nessun altro sotto mano. Per tacere della reputazione che mi hanno appiccicato addosso 'C'e' un problema? Manda KT...'

Insomma, ho scoperchiato un nido di vermi, e ancora sto scavando. L' americano ha fatto un sacco di michiate, ed e' riuscito a nasconderle bene. Il personale locale, vietnamita, e' in piena guerra civile, sorrisi come coltellate. I fondi destinati alle organizzazioni locali vanno da tutte le parti, passando da ministeri e uffici vari e perdendo la meta' del valore nel frattempo. Le scelte strategiche ( in quale settore investire, come spendere i soldi per ottenere risultati a favore degli strati poveri della popolazione) sono minchiate terrificanti. Errori da volontario irlandese ventenne in Africa. Il tipo non ha capito niente di come la pensa il governo locale. Il Vietnamita che ha assunto come suo vice e' praticamente una spia del ministero degli interni locale. E noi lo paghiamo. I progetti sono inutilmente complessi, gli obiettivi largamente irraggiungibili, il monitoraggio dei progressi (per chi ci da' i soldi) inesistente. Si fottono i soldi da tutte le parti. Ma sucaminchiadieva, come dicono alla Petriera, a Catania. E io che dovrei sistemare tutto. E lo faro', anche se mi ci vorra' un anno.

Per fortuna c'e' il forum per sfogarmi. In ufficio ho copiato i settings per la connessione internet via modem che usano (circa 1996), e ora dall'albergo la uso, attaccato al telefono.

Sigh. Non sono meglio di loro. 

Ciao va'.

PS le vietnamite sono come le cinesi, con la differenza importante che hanno i fianchi. Risultato: didietri bellissimi....

archivio (33) Senza titolo

Questo e' un breve scritto di ringraziamento e ammirazione, sopratutto ammirazione, per le molte colleghe - donne e solo donne - che ho nei paesi e nei posti dove vado di solito per lavoro. Hanno nomi esotici (Quincey, Xiaomu, Venus, Tahamin, Hue, Deepali) oppure familiari (Bianca, Silvia, Elaina). Quasi tutte lavorano in ruoli amministrativi o organizzativi, poche hanno posti di responsabilita' manageriale, tranne che nell'ufficio di Hong Kong. Ma tutte condividono la stessa spaventosa efficienza e una simile capacita' di sbrigare quantita' immense di lavoro in pochissimo tempo. E sorridono quasi sempre. Non sembrano stressate, non si lamentano, non si assentano mai, non spariscono a due per volta nel bagno. Personalmente sarei perso senza il loro aiuto, e l'organizzazione si bloccherebbe di colpo come invasa dalla ruggine se esse dovessero per caso assentarsi tutte insieme, se una ipotetica febbre le colpisse attraverso quattro continenti lo stesso giorno. Di nascita appartengono quasi tutte a qualche gruppo etnico impossibilmente hip*: non indiana ma Punjabi, non vietnamita ma Hmong, non etiopica ma Tigrina. Qualcuna di esse e' - per sua stessa definizione - transetnica: tutti e quattro i nonni originari di posti diversi, Kazhakstan, Russia, Baluchistan e Sri Lanka. Migrazioni di gente su e giu' per il mondo. Il risultato non e' sempre esteticamente notevole, anche se spesso lo e', ma che importanza puo' avere? Il cervello, ah il cervello che ne risulta, fa paura. Hanno fatto il PhD e ottenuto il Master in due continenti diversi da quello dove lavorano. Studiano di notte per una laurea aggiuntiva in Relazioni Internazionali o Giurisprudenza Europea, o anche solo per un diploma in Media Art. Hanno occhi bellissimi, tutte (ma questo non mi sogno nemmeno di dirglielo e me lo tengo per me: in molti posti non e' accettabile fare commenti personali sul lavoro), nessuna di esse e' grassa, dato che vivono spesso in paesi dove i grassi vegetali idrogenati non esistono, si vestono in maniera sia locale che internazionale (un giorno sari, l'indomani i giacca e pantaloni neri), parlano tutte inglese perche' devono, piu' altre due lingue almeno perche' vengono da posti dove due o tre sono necessarie fin dall'infanzia. Hanno pelli dal bianco traslucido al nero lucido, e ovviamente, naturalmente, non fa nessuna differenza su quanto siano brave ed efficienti. Dita che volano sulla tastiera, pupazzetti e fotografie delle famiglie appese allo schermo del computer, borse sulla scrivania e scarpe comode sotto, mi ritrovo a ringraziarle, ancora e ancora, ogni volta che ci ho a che fare. E sorridono, e sembra che faccia loro piacere.

* from Neal Stephenson

archivio (32) This is China

Shanghai, 23:30

Non e' il solito albergo questo. Quincey, che fa la segretaria nel mio ufficio di qui mi ha detto che per qualche motivo o un altro tutti gli alberghi che usiamo di solito sono pieni, quindi mi ha trovato questo. E' vicino all' ufficio, forse dieci minuti a piedi, quindi non mi lamento. Poi una volta arrivato ho scoperto che e' nuovissimo, pulitissimo e silenzioso. Ed e' un residence piu' che un hotel, quindi ho il letto, il tavolo con quattro sedie e perfino il cucinino col tostapane e il microonde. Il tostapane. In Cina. Mah.

Ma comunque stasera alle otto ero gia' tornato. Cenato presto col mio collega, una bettola, noodles fatti a mano in brodo di carne e verdure, birra per due, forse 2 euro. Una volta in camera mi sono spogliato, messo in pantaloncini e vecchia canottiera da basket, e naturalmente msn non funziona. La censura cinese su internet e' assoluta. Il forum me lo fa vedere, ma una volta si e una volta no. Ci ho rinunciato presto e alle otto ero gia' bello sdraiato a letto, con in mano il libro di Patrick O'Brien che ho comprato prima di partire per venire qui. 

Devo essermi addormentato con il libro in mano e la luce accesa (mi capita spesso). Mi ha svegliato il telefono. 

[traduttore automatico=on] 

- pronto?
voce di donna, inglese stentato ma riconoscibile
- hello. vuoi massaggio?
- ...massaggio..? 
- massaggio, solo massaggio, si.
- Ehmm...quanto?
- Cento yen.
- Cento yen (dieci yen per euro...mumble mumble...). Va bene.
- Fra dieci minuti. Bye 
-click -
Sono rimasto sdraiato com'ero, pensando che forse mi stavo per mettere in un guaio. Eppure un massaggio-massaggio alla schiena mi era sembrata una buona idea. 
Dopo dieci minuti toc toc alla porta. Mi alzo, metto il libro da parte, passo dalla scrivania (questa, su cui c'e' il 'puter), prendo portafogli e soldi e li metto nel cassetto, fuori vista. Poi vado ad aprire. 
Lei e' piccola, come tutte le cinesi, capelli lunghi neri, jeans neri, maglietta bianca a maniche lunghe che racchiude un bel seno piccolo.
- Ciao. Allora, massaggio?
- Err.. si, entra. Ciao
Mi passa accanto, anzi sotto. E' proprio piccola. Forse un metro e cinquanta. Mette la borsetta sul tavolo, si gira, mi guarda in faccia con gli occhi neri e ripete:
- Solo massaggio, cento yen.
- Va bene. Sei brava a massaggiare?
- Oh si. Ho fatto scuola di massaggio in Hunan.
Imbarazzatissimo, sto li' in piedi come un salame. Lei, efficentissima si toglie le scarpe sportive basse e va a lavarsi le mani. Quando torna, con in mano uno degli asciugamani dell'albergo mi trova sempre li' in piedi. Indica il letto e ridacchia.
- Sdraiati!
Mi sdraio, pancia in giu', avambracci sotto la testa. La tipa salta leggera sul letto, mi mette l'asciugamano sulla schiena (sopra canotta e pantaloncini), e comincia il lavoro. 
E' brava, non c'e' che dire. Dita forti ma gentili, sa dove sono muscoli e ossa, va su e giu' dal collo al coccige in modi e stili diversi. Mi rilasso. E' veramente una massaggiatrice e non una zoccola.
Chiacchiariamo un po'. Cioe', lei chiacchiera, a me viene difficile, con le sue braccia e mani intente ad afferrarmi tutti i fasci muscolari e a rivoltarli uno per uno. Grugnisco piu' che altro. Dopo dieci minuti la ragazza sposta l'asciugamano sulle gambe, si siede a cavalcioni sulla mia schiena e procede a torturarmi le gambe. Scopro muscoli che non sapevo di avere, ma non e' affatto male. Sto quasi per addormentarmi quando si tira indietro e mi fa:
- Girati!
- Cosa!? Cioe'..
Mi rendo conto che posso girarmi, sono solo rilassato e non c'e' niente che mi possa imbarazzare. Mi giro. Efficentissima, la tipa comincia con un braccio e scende fino alla mano, passando da tutte le ossa, comprese quelle piccolissime del carpo. Poi prende le dita e massaggia pure quelle. Appoggia la mano aperta sulla mia, mi guarda e ride.
- Oh! mano grande!
Dopodiche' procede a frustarmi il braccio tenendomi la mano e sbattendola, tentando con discreto successo di fare uscire l'omero dall'articolazione della spalla a frustate. Dopodiche' mi gira intorno e procede a ripetere il lavoro sull'altro braccio. Ha il viso un poco lungo, bocca grande, naso piccolo. Fa un buon odore. 
Poi, senza fermarsi ne' esitare, passa al petto. Inginocchiata da un lato affonda le dita nei miei pettorali stanchi e ormai rilassati, e impasta. Scende al ventre, i fianchi, e con una naturalezza impressionante evita le parti critiche come se non ci fossero e scende alle gambe. Qui si sbizzarrisce: massaggia con le dita e con il palmo, colpisce con taglio della mano, si siede sulla gamba e tira il piede di qui e di li, tentando di staccarlo, proprio come uno sfasciacarrozze con un pezzo di motore arrugginitissimo. Poi risale alla coscia, affonda le dita fra le cosce, stringendo, e con lo stesso tono mi fa:
- sesso, ok?
La mia sorpresa e' totale. Praticamente come questa faccina: crazy.gif 
Ma non sia mai detto che KT si fa mettere in imbarazzo da una sbarba cinese. Vai, come avrebbe detto JB.
- OK. Quanto?
- Sesso, cinquecento yen.
- Troppo caro. Quanto vuoi per sesso orale solamente?
Inspiegabilmente arroscisce e scuote la testa.
- No, sesso orale no. Con la mano, duecento yen.
- Ma dai, e' carissimo. A Hong Kong costa la meta' (non ho idea, ma bluffo. La ragazza non c'e' sicuramente mai stata a HK, se no con il massaggio che fa l'avrebbero assunta subito)
- A Hong Kong..? 
Ci pensa un attimo abbassando la testa, poi torna all'attacco.
- OK. Quanti soldi hai?
A questo punto mi viene da ridere, ma mi trattengo e continuo il mercato.
- Guarda, ho solo trecento yen in tutto. 
- Come? Tu, uno straniero?
- Ma si! Non sai che gli stranieri pagano con la cosa di plastica?
- Ahhhh.. OK mi dai trecento yen e facciamo sesso. 
- Guarda, ti do' cento per il massaggio e cento per sesso.
- OK. Va bene. 

...come 'OK'? Shiiiiit t!!! Merda...mi ha fregato...non credevo che cedesse, contavo di non raggiungere un prezzo accettabile. Accidenti a me che non conosco il mercato locale e i prezzi...l'ultima marchetta che mi ricordo di aver pagato costava ventimila lire...E ora cosa faccio?

Ma prima che possa fare qualunque cosa lei e' gia' saltata giu' dal letto e ha cominciato a spogliarsi. Ordinatissima, mette jeans e maglietta sulla sedia, si toglie velocemente l'intimo bianco e rivela due bellissimi seni, forse seconda misura e quindi splendidi, un ciuffetto nero appena accennato, e (sigh) totale assenza di fianchi. 
- Doccia!
- Ehm...si, OK, certo, vai pure avanti...
In un attimo e' sparita nel bagno e sento l'acqua che scorre. Questo e' il momento di fare una rapidissima autoanalisi etico-morale, e regolarsi di conseguenza. Ci sto o non ci sto?
L'autoanalisi dura quasi due secondi. 
Certo che ci sto. Che gentiluomo sarei altrimenti? La gentildonna ormai si aspetta che io mantenga l'impegno preso. Vado nella doccia anche io.

La doccia e' da ridere, fra spruzzi e acqua ovunque. Si e' messa in testa quelle cuffie da bagno che regalano gli alberghi per non bagnarsi i capelli. Si appassiona immediatamente alla mia boccetta di bagnoschiuma alla mandorla. La guarda, la odora, e con gli occhi mi chiede se ne puo' prendere un po'. Gliene verso nelle mani e lei torna professionista. Mi lava velocemente tutto, compresi i punti critici i quali, a onor del vero, non stanno seguendo le mie decisioni con molto entusiasmo. Poi asciugamanata veloce, a letto. Qui arriviamo subito al culmine della serata.
- Ecco il condom 
Dice, producendo un pezzo di stagnola. Lo apre, ne estrae una cosa dello stesso colore - giuro - dei post di Camilla, e procede ad applicarla come da istruzioni. Fino circa a meta'. Dopodiche' il condom finisce. Alzo la testa dal cuscino, mi guardo. Mi viene da ridere, e dico:
- Cos'e', un condom per turisti giapponesi?
La ragazza mi guarda, capisce, e si rotola sul materasso ridendo e sghignzzando come una pazza. Ride per cinque minuti buoni, ripetendo 'per giapponesi...' Ad un certo punto penso che soffochera' per mancanza di fiato. Nel frattempo viene da ridere anche a me. La guardo. I fianchi sono sbagliati, la schiena non e' la stessa, la pelle e' altrettanto liscia ma piu' scura, i capelli piu' lunghi, i piedi diversi. Sorridendo, mi alzo dal letto, prendo i soldi dal cassetto. Mi guarda. Glieli do', e sempre sorridendo le dico:
- Vai a casa.
- Come? Niente sesso?
- Niente sesso. 
Mi tocco la testa con due dita, come ad indicare dentro. Dico:
- Un'altra donna. Qui.
Non so se capisce, ma sicuramente sembra contenta. E direi. Ma professionista com'e' prova ancora:
- Sicuro? niente sesso?
- Ma no, dai, basta il massaggio. Sei bravissima a fare i massaggi. 
Mi crede, salta dal letto agile, in breve e' gia' rivestita. 
- Ancora massaggio? Domani? Questo e' il mio numero.
Mi da' un bigliettino da visita bianco, solo un numero di telefono e un nome: Shu Li.
Mi rimetto i pantaloncini, la accompagno alla porta, apro.
- Ciao Shu Li, buonanotte.
Ha un sorriso splendente. Ma non dice niente, e sparisce nel corridoio dell'albergo.

solo massaggio. Proprio. Che jerk che sono. Questa e' la Cina.

archivio (31) Amin

Lo chiamiamo Amin, abbreviazione del suo nome completo, che comincia per Sheik, sceicco, e riempie una riga intera. E' di Dacca, capitale galleggiante di quel paese al confine fra l'acqua e la terra che e' il Bangladesh. Essere Sheik e' come essere nobili da noi: infanzia nelle terre di famiglia, Lumumba University a Mosca, dove per breve tempo ebbe una moglie russa, poi scambiata per una del suo paese. In seguito, quando sono cambiate le cose, PhD alla scuola di medicine pubblica di John Hopkins University negli Stati Uniti. Era un collega, ora e' di piu'. Quando io ero a Londra lui era tornato in Bangladesh, ora che sono a Hong Kong lui e' nell' ufficio centrale a New York. Ci incontriamo abbastanza spesso nel corso di questi ultimi tre anni: recentemente a Bangkok per un corso di formazione (dove noi formavamo altri), e le due settimane scorse a Dubai per una conferenza. Amin sorride sempre, e' un tipo allegro. E' il prototipo dei musulmani moderati: ragiona pacatamente, non disdegna la birra e il vino e neanche la vodka (ma non in presenza dei suoceri), a pregare rivolto alla mecca non ci pensa nemmeno, non ha un atomo di intolleranza, e' bravissimo nel suo lavoro, e' sorgente preziosa di riferimenti alla poesia islamica, tuttora arte popolare come non piu' in occidente. Amin non e' molto alto, e' rotondetto, soffre di un dolore alla schiena quasi permanente, non aiutato dall'enorme borsa di pelle nera carica di carte, documenti in corso, portatile eccetera che si porta sempre appresso appesa alla spalla sinistra. A guardarlo da vicino si vede che ha il naso e le guance rovinati da piccoli crateri scavati nella pelle. Non gli ho mai chiesto, ma so che fu fra gli ultimi a prendersi il vaiolo nel suo paese, prima che fosse completamente eradicato dalla faccia della terra nel 1980. Mi considero fortunato ad essere in confidenza con lui: per qualche motivo gli sto simpatico, forse perche' intuisce il rispetto e lo ricambia. E' uno dei pochi che viaggia con libri in valigia, e abbiamo uno scambio continuo in corso appena li finiamo di leggere. L'ultimo scambio e' stato disproporzionatamente a mio vantaggio: la sua prima edizione di "Travels with a Tangerine" di Tim Mackintosh-Smith (sottotitolo: "un viaggio nelle note a pie' di pagina di Ibn Battuta") in cambio del mio nuovo e appena finito "Post Capitain" di Patrick O'Brian, uno della serie di Jack Aubrey e Stephen Maturin, splendida letteratura navale ambientata al tempo delle guerre napoleoniche, fra bordate e duetti di violino e cello. Senza accorgercene abbiamo forgiato un'alleanza all'interno dell'organizzazione dove lavoriamo: io mi riferisco a lui ogni volta che si discutono strategie e politiche interne o programmazioni a lungo termine, lui si associa a me in qualunque discussione sulla sostenibilita' del lavoro in posti come la Cina o l' Etiopia, quando si parla di cambiamenti in policy, o quando la professionalita' del personale in posti lontani e' messa in dubbio negli uffici centrali, covi di mezze calzette la cui presuntuosa ignorantaggine e' pari solo alla di essi correttezza politica. 
A Bangkok ci divertimmo moltissimo dal sarto Bengali, a scegliere stoffe e stili per i vestiti e le camicie che era deciso a farsi fare, essendo sottinteso che in quanto italiano non avrei potuto dargli cattivi consigli nemmeno volendo. Non che ne abbia bisogno: ha uno stile tutto suo, rinforzato dalla totale assenza di vanita'. Il sarto era Bengali pure lui, ma di estrazione popolare: avere uno sheik nel negozio fece esplodere un frullare di attivita' collaterali quali portare il te', mandare via clienti occasionali, fare portare rotoli e scampoli dai negozi vicini per ampliare l'offerta, mentre io, seduto sul divano commentavo con lui - che entrava e usciva dal gabinetto di prova - colori e stoffe. 
A Dubai quasi ogni sera dopo cena tenevamo corte in camera sua in albergo: visitatori venivano con bottiglie varie, e seduti sul letto o sulle poltrone si evisceravano i fatti della giornata, le implicazioni a lungo termine, le strategie da adottare, fra sorrisi e nuvole di fumo azzurrino di sigarette arabe. Siamo ripartiti assieme l'altra sera, io per l'est e lui per l'ovest: ci siamo salutati abbracciandoci all'ingresso dell'aeroporto: sapevamo che il mio passaporto EU mi avrebbe fatto passare controlli e procedure come portato dal vento, mentre il suo passaporto del Bangladesh lo avrebbe inevitabilmente portato alla fila per controlli speciali, interrogatori tanto inutili quanto offensivi, ritardi. Non c'e' piu' animosita' ne' risentimento per questi fatti: lui li accetta come inevitabili, ne' sono io tentato di dire inutilita' su quanto tutto cio' sia ingiusto: il mondo e' cosi': ognuno per la sua strada fino alla prossima volta, e grazie a Dio, il misericordioso e compassionevole, per la buona salute, e per l' email. 

archivio (30) Medicina cinese

La farmacia e' su King's Road, sei corsie di macchine autobus e tram sferraglianti. Il dolore al collo e alla schiena comincia a darmi fastidio. Entro. Penombra, Stanza lunga, due scaffali ai due lati alti fino al soffitto, da un lato medicine occidentali, dall'altro, dietro il banco, orientali.
Il tipo non e' come nei film. E' giovane, grassottello, occhi mongoli. Non c'e' nessuno in negozio. Mi guarda in silenzio. Mi guarda bene. Mi sento studiato. Gli occhi a fessura si soffermano sulla mia faccia. Mi sento gia' leggermente imbarazzato. Ma ho deciso di provare. Mi avvicino e gli dico che mi fa male il collo, alzando le braccia dietro la testa a toccarmi dove duole, girandomi per mostrargli. Poi col dito punto il condizionatore d'aria che ha sopra l'ingresso. Capisce al volo, gli occhi gli si aprono leggermente. Si sporge da dietro il banco e mi alza la camicia sulla schiena, da dietro. Sento le sue dita tozze che mi palpano sotto il collo, dove mi fa male. Non dico niente ma la mia schiena vibra sotto le sue dita. Mi tasta per un po, sento che cerca i confini del dolore. Poi mi parla in Cantonese, inframezzando parole sparse in inglese rotto. Io annuisco (che altro potrei fare?). Sparisce sotto il banco e quando riemerge in mano ha un flacone. Tentativamente mi fa capire che devo prendere quattro pillole quattro volte al giorno, mandandole giu' con acqua tiepida. Badate, ci vogliono venti minuti e l'aiuto di un altro cliente a lui per spiegare il dosaggio e a me per capire. Pago, ringrazio e vado. Per strada leggo quel che c'e' scritto sul flacone. Jian Bu Hu Quian Wan. 10% Rhizoma Gastrodiae, 20% Radix Notoginseng, 10% Cortex Eucommiae, 15% Radix Ginseng, 5% Cornu Cervi Pantotrichum, 10% Rhizoma Ligustici Chuanxiong, 5% Radix Angelicae Sinensis, 5% Radix Achyrantis Bidentatae, 15% Radix Angelicae Pubescentis, 5% Mel.
Sono tre giorni che le prendo, palline nere dall'odore lievemente di terra bagnata. Corno di cervo? Ma la mia schiena sta benissimo. 

KT, sperimentatore.

archivio (29) Il fiume di motorini

Il centro di Hanoi e' come il centro di Shangai, o come il centro di Dire Dawa, o come una qualunque cittadina francese vista in un libro: strade ad angolo retto, marciapiedi ammattonellati coperti dall'ombra delle file di alberi (e qui finisce l'analogia) che regolari fanno ombra ai mille negozi, una donna in pantaloni e sandali seduta o accovacciata accanto ad ogni soglia, circondata da mercanzia appesa tutt'intorno e sopra. L'effetto e' magnifico: sembra che la citta' intera sia permanentemente decorata come per una festa orientale. E per la strada, per le strade, un fiume di motorini, migliaia e migliaia, fatti in Cina, in Vietnam, in Malesia, rossi bianchi verdi e neri. Il traffico di due ruote e' uno spettacolo, riempiono la strada come un fiume dopo le pioggie, fra una riva di marciapiede e l'altra. Vanno tutti alla stessa velocita', comprese le rare biciclette. Le donne guidano col fazzoletto sul viso a coprire bocca e naso, gli uomini col casco appentolato in testa, tutti vestiti bene, belle scarpe puntate sui pedalini, bracciali d'oro sul manubrio, camicette chiare a coprire corpi slanciati, poco fumo dagli scarichi. Il caldo e l'umidita' della stagione bagnata stanno svanendo lentamente, e squadre di operai in elmetto giallo potano un platano dietro l'altro riempiendo il marciapiede sotto di foglie che sembrano cespugli, mentre il fiume gli gira intorno e prosegue per il suo corso fino al prossimo incrocio, dove il semaforo lo ferma per fare passare al traverso un altro fiume di metallo e plastica luccicante, che sembra scorrere placido ma profondo. Le poche automobili sembrano tronchi portati dalla corrente, solo il tettuccio appena visibile fra le onde del fiume, il guidatore invisibile segue la corrente di motorini, i quali, piu' veloci, lo sorpassano da entrambi i lati a dozzine e centinaia. Il bordo dei marciapiedi e' un infinito parcheggio lineare per due ruote, su ogni sellino un graffito di gesso: il parcheggio e' pagato. Ai lati del fiume, sopra i negozi, deliziose case a due o tre piani, vasti balconi ombrosi coperti da tende penzolanti sulla balaustra, piante e fiori nei vasi, tetti di tegole di colore familiare, tendine di chintz fermano l'occhio dietro le finestre. Peccato che abbia solo tre giorni: mi piace molto Hanoi. Un impiegato in camicia e cravatta e cartella in mano passeggia forse verso casa, la baguette sotto l'ascella. Massiccio deja vu...

archivio (28) Yurta

Il soffitto della yurta e' retto da due cerchi concentrici di legno tagliati rozzamente ma sottili con l'ascia, e piegati a cerchio sul fuoco per dargli la forma. Quello piccolo e' piu' in alto, e costole di legno lo tengono su, appoggiate al cerchio grande, quest'ultimo adagiato in cima ai pali del muro esterno, che non vedo perche' ricoperti da tappeti e tessuti arabescati, prevalentemente rosso scuro, appesi come arazzi tutt'intorno alla circonferenza interna della casa. Mi tiro un poco piu' su la pesante trapunta di lana ricoperta anch'essa di arabeschi e disegni floreali in toni di rosso, aggiusto l'altra trapunta, quella piegata che mi fa da cuscino, e reprimo un brividino. Fa freddo a 3000 metri sul Karakoram, nonostante sia quasi agosto. La solitaria finestra, un poco piu' in la' al di sopra della mia testa mostra attraverso due piccole lastre di vetro sporco le nuvole basse che coprono i massicci di seimila metri, piu' su, in cima alla valle. Il lembo inferiore di un ghiacciaio spunta da sotto le nuvole come appeso a niente. Il cerchio di legno del soffitto sostiene un feltro dall'aria pesante, grigio sporco, cosi' spesso e duro che sembra possa stare su anche da solo. Per terra, sotto la trapunta piegata su cui sono sdraiato e' pieno di tappeti che si incrociano, uno sopra l'altro, a strati, di tutti i colori possibili e immaginabili. Siamo in cinque sdraiati nella yurta, che qui i Kirghisi chiamano bomoi, ognuno fra tre trapunte, come me. Ce ne saranno almeno trenta in questa casa, quelle non in uso piegate e accatastate lungo le pareti ricoperte di stoffe. Vedo un foro rotondo nel soffitto, un pezzo di cielo grigio. E' chiaro che d'inverno tengono il fuoco acceso qui dentro. 
Siamo sdraiati a cerchio. Ai miei piedi Fei respira leggermente, perso in un sonno profondo. Dietro la mia testa Rong (ve ne ho parlato: capelli lunghi lisci, tettine probabilmente deliziose, sorriso incomprensibile) si muove silenziosamente sotto una trapunta arancione. Guardo verso l'ingresso, al di sopra di corpi sdraiati e coperti: il tappeto che fa da uscio e' srotolato giu' e legato, le scarpe di tutti sono nel riquadro di terra dietro l'ingresso, mentre il resto del pavimento e' rialzato di un palmo. Che siano tutti tappeti ad aver alzato tanto il pavimento? Rifletto oziosamente mentre il sonno mi circonda senza farsi notare. Mi ricordo che ad Istanbul il pavimento della Moschea Azzurra e' rialzato di almeno mezzo metro: da quando fu costruita continuano ad aggiungere tappeti nuovi sopra quelli esistenti, quando questi si consumano....poi penso che non puo' essere, la yurta e' fatta per essere smontata e portata via in un giorno. Probabilmente hanno rialzato il pavimento di terra battuta e l'hanno ricoperto di tappeti per tenere il caldo. Questi Kirghisi sanno una o due cose riguardo l'isolamento termico, e considerando che l'unico materiale che usano e' la lana delle loro pecore, si sta proprio bene. Il freddo e' rimasto fuori e l'umidita' della pioggia sta lentamente evaporando dalla mia pashmina, appesa al muro accanto a me. Meno male che l'avevo con me. Quando mi sono reso conto del clima che stavamo per affrontare era tardi per ripensare all'abbigliamento, Kashgar e' lontana, giu' nella valle. L'ho piegata in due per lungo, appoggiata alla fronte, tirata dietro la testa da entrambi i lati, poi con due dita della destra ho tenuto fermo quel lato mentre con la mano sinistra ho girato il lembo sinistro tutto intorno alla testa da dietro, passandolo di nuovo sulla fronte, teso e arrotolato, e poi infilandolo sopra se stesso sull'orecchio destro. L'altro lembo, quello destro, rimasto penzolante, l'ho tirato attorno al viso, lasciando scoperti solo gli occhi, e girato dietro il collo, stile Afgano. Il Kirghiso con me mi ha guardato ma non ha fatto alcun commento: bravo. Odio chi fa commenti sull'uso della pashmina. E comunque e' caldissima e non fa passare la pioggia. I Kirghisi comunque potrebbero essere sardi, o magari calabresi, o pugliesi. A parte la faccia, usano tutti pantalonacci di fustagno, camicia scura e berretto nero tipo coppola. Gente a posto, questi nomadi di montagna: pregano Allah il misericordioso e compassionevole, ma bevono come irlandesi. La vodka a 56 gradi che mi hanno dato per riscaldarmi dopo il sentiero sotto la pioggia sembrava, ovviamente, fuoco. O forse era ghiaccio...? Non so...il sonno si infila sotto la trapunta senza che io me ne accorga, e mi porta via.

archivio (27) Karaoke

Karaoke.
(della serie: brutte figure sequenziali)
Del karaoke io non so niente: la prima volta che lo vidi fu in un film di tantissimi anni fa con Michael Douglas, ambientato in Giappone, dove i 
sararimen cantavano classici americani con la musica di sottofondo. Quel che so e' che da allora ha avuto un boom di popolarita' attraverso l'Asia, ed e' ormai ovunque. Non solo le sale da karaoke vere e proprie, ma anche i locali, i ristoranti e le case private hanno l'equipaggiamento necessario. Qui non e' diverso. Nella sala principale del ristorante c'e' uno schermo gigante, e collegato a questo un PC per selezionare i brani e l'impianto di amplificazione: roba seria. Quindi ieri sera dopo cena, mentre sparecchiavano, io tranquillo che avrei dovuto solo guardare mi rilassavo appoggiato allo schienale della sedia e mi accendevo la sigaretta, ecco che comincia. Musica e videoclip cinesi naturalmente, ideogrammi sullo schermo che cambiano colore per accompagnare chi canta. La prima e' una dottoressa dell'ospedale locale, in lungo nero con perle al collo e alle orecchie, unghie pericolosissime cremisi e talmente tanto fondotinta da sembrare di porcellana in viso. Microfono in mano, canta una canzone cinese. A qusto punto l'inaspettato avviene: tutti i partecipanti, uomini e donne, si lanciano in una convincente versione del liscio. A coppie, ad un palmo di distanza dalla partner, mano sinistra nella mano destra della dama, altra mano leggermente appoggiata alla schiena, roteano e danzano benissimo, come se lo facessero da sempre (scopriro' poi che e' proprio cosi'). Un-due-tre... un-due-tre... alcune non sfigurerebbero affatto in una competizione di liscio di quelle che si fanno da voi (italia centrale e settentrionale) d'estate la sera. 

Ora io, per dirla con Bennato, 
...perche' ballare e' l'ultima cosa che posso fare..., o almeno il liscio e i balli di coppia in generale. Avrei voluto imparare il tango ma non mi e' mai capitato, e per il resto, passati gli anni di ginnasio dove alle feste si ballava Samba Pa Ti giusto per stare appiccicati alla compagna di classe del cuore, per il resto dicevo non mi ha mai interessato. Le interminabili estati del sud le passavamo a ballare al ritmo di rock and roll, blues e reggae. 

Quindi me ne sto bello seduto a fumare e a sorseggiare la grappa cinese, e guardo la scena. Ci sono donne in lungo ed in jeans, sandali e scarpe eleganti, gli uomini, sia cinesi che uiguri che kirghisi sorridono beati mentre roteano sulla pista, che in realta' e' un grande tappeto rosso a disegni arabescati. Non inciampa nessuno e non sbattono l'un contro l'altro. Proprio bravi. Le canzoni e i video si susseguono, c'e' chi smette di ballare, prende il microfono e canta, a volte fanno duetti, chi smette di cantare balla. Si divertono moltissimo.

Poi l'imprevisto: questa donna ugiura, in gonna nera al ginocchio, tacchi e camicetta i fiori viene da me e mi invita a ballare. Merdamerdamerda. Cosa faccio ora? E se le pesto i piedi? E se inciampo? E se...
...ma non c'e' salvezza: tutti applaudono e gridano "KT KT KT". 
Ma sucaminchiadieva, come direbbe Jim Morrison. Mi piego all'inevitabile. 

In realta' non va troppo male: guardo i suoi piedi per capire meglio il ritmo (quando riesco a vederli, parzialmente nascosti come sono dal 
cleavage e dal sottostante ettaro e mezzo di cotone bianco a fiori che copre tutto il resto. Oh gosh, la tipa pensera' che le sto guardando le tette...mentre io sono estremamente concetrato sui passi...avra' la mia eta', ed e' pesantemente truccata agli occhi, e sotto le dita della mano destra sento cio' che puo' solo essere una corazzatura di stecche di balena, costolette verticali le fasciano i fianchi. Gesu'. E naturalmente lei mi sorride e mi parla in ugiuro...e io ugualmente sorrido e rispondo in italiano. La tortura finisce presto, ma ormai non ho scampo. Devo ballare anche con le altre. Tutte. merdamerdamerdamerda. E cosi' succede: appena mi siedo arriva un'altra, braccio proteso, per invitarmi a ballare. Ma non lo sanno qui che dovrebbe essere gli uomini a invitare? Lo sanno, ma visto che sono straniero fanno un'eccezione. Nel frattempo tutti e tutte continuano a bere: ai tavoli le bottiglie di vino birra e grappa cinese vengono cambiate in continuazione. Faccio in tempo a chiedere al collega: 
'Ma dove avete imparato a ballare cosi' bene?'
'All'universita'
"Ahhhh'
Dopo una mezza dozzina di balli, tutti piu' o meno conclusi senza disastri, arriva Rong a invitarmi. Vorrei arrossire ma non ci riesco. Rong e' la mia dottoressa preferita qui: cinese, ma alta, capelli lunghi neri, sopracciglia curate, ad arco, deliziosi piccoli seni e bel sorriso. Ha un top nero a maniche lunghe e una gonna bianca e nera, sandali col tacco allacciati alla caviglia. Fa un figurone. Quindi ballo con lei e mi piace pure. Naturalmente (sigh) non abbiamo alcuna lingua in comune, quindi si balla e basta. Bello pero'...inchino reciproco alla fine della danza, poi lei torna a cantare e io vado in bagno. Trovo altri due colleghi, tutti in fila agli urinali.
'Dove avete imparato a ballare cosi' bene?'
'All'universita'
"Ahhhh'
"Ma da voi in Italia non ballavate all'universita'?'
"Veramente no. Eravamo tutti occupatissimi a fare sesso'
'Ahhhhhhh'
Di nuovo in sala c'e' una sopresa per me: 
"KT! Disco! Disco for you!'
....ma che gentili. Hanno trovato un ritmo veloce e lo mettono subito su. Niente male. Mi metto i 
wayfarer virtuali, penso "cosa farebbe Celentano in una situazione simile?" e la risposta me la da' l'anca, che comincia a muoversi a ritmo. Vado....
...mi trovo in un cerchio di danzatori, al centro. Ah, ma questo lo posso fare, e non sono nemmeno tanto male...ballo col tronco, sul posto, vibrazioni dalla caviglia al ginocchio ai fianchi, braccia e testa. Grande successo, piace a tutti, ma loro non sanno come fare. Seguono tutti il ritmo in modi diversi, alcuni se la cavano, altri sembrano sacchi pieni di gatti arrabbiati. Ad una ad una le danzatrici migliori - una studentessa in jeans neri, poi di nuovo Rong vengono al centro con me...e io sto al gioco, gli giro intorno, invento passi di flamenco nel ritmo...e sudo...argh, non ballavo da un sacco di tempo...comunque va bene, quando finisce sono tutti contenti che mi sono divertito anche io, e ritornano prontamente ai lenti e ai lisci. La tipa che mi ha invitato per prima vuole ballare ancora, sorride e sbatte le ciglia mentre mi guarda, stecche di balena che tengono su tutto...aiutoooooo...

La serata finisce come era cominciata, domani si lavora di nuovo. Quello che non si fa per la causa. Io me ne torno in camera e scrivo il pezzo sul mercato prima di andare a dormire.

archivio (26) Al mercato per coltelli

Domenica. Il lavoro sta andando molto bene: il workshop per Training of Trainers in community-based...bla bla bla  (non mi chiedete cosa sia) ha raccolto almeno venti partecipanti da tutta la provincia, tutti laureati, giovani, in gran parte appartenenti alle minoranze etniche, piu' della meta' donne. Visto che qui interrompono a pranzo dalle dodici e mezza alle quattro (come da noi ai bei tempi estivi) ne ho approfittato e me ne sono andato al bazaar. Certo, chiamarlo bazaar e' riduttivo: l'insegna sopra la porta principale dice "Central Asia International Gran Bazaar at Kashgar", in inglese, cinese e arabo. Dentro e' geometrico: larghe vie perpendicolari dividono i mercanti in settori omogenei, com'e' comune in oriente: stoffe, scarpe, cappelli, vestiti, articoli per la casa, spezie, medicine tradizionali. I mercanti sono tutti Uiguri, islamici ma non eccessivamente: solo pochi di essi portano in testa l'hadji, e quasi tutti appaiono molto rilassati, intenti a chiaccherare coi vicini e a bere il te' che svelti ragazzini portano in giro in vassoi appesi ad una stanga in bilico sulla spalla magra, cosi' come nel gran bazaar di Istanbul, a forse cinquemila chilometri da qui, oltre il Kyrgystan, la valle Fergana, la Transoxania, la Persia, la Mesopotamia, il Kurdistan e l'Anatolia. Le popolazioni Turco-Turaniche coprono un'area immensa, e la loro storia e' altrattanto grande. 

Comunque, io non sono venuto al bazar per comprare berretti Kirghisi di pelo di pecora, e nemmeno shampoo cinese dall'odore terribile: giro e giro per le vie principali e le traverse, guardando a destra e a sinistra all'interno delle botteghe, scansando donne, uomini, famiglie e l'occasionale turista australiano (universalmente riconoscibili per i pantaloni corti al ginocchio, le magliette colorate e i sandali da rafting). Finalmente arrivo nell'angolo che stavo cercando, una dozzina di botteghe ai due lati di una delle traverse, scaffali di legno con esposti, a file ordinate e luccicanti, i coltelli Uiguri. Come tutte le popolazioni nomadi e pastorali, gli Uiguri hanno sviluppato alcune cose in comune con altre popolazioni simili: una e' il pane, piatto e con poco lievito, fatto per durare (pensate alla spianata sarda). Un' altra e' il coltello da lavoro, per scannare e scuoiare le pecore. Ora dovete sapere che io sono da sempre appassionato di lame: colleziono coltelli da molti anni, fin dai tempi degli scout praticamente. A casa ho 
kukri nepalesi,afar dancali, pattadesi sarde (anche se ormai a Pattada c'e' rimasto un solo artigiano a farle, e la nuova arburesa di Arbus e' molto meglio...ho un kriss malese, e molti altri. Quindi sono qui, negli occhi lo scintillio del collezionista alle prese con una specie mai vista prima. 

Entro subito nella prima bottega. 
'Salam aleikum' 'Aleikum salam..'. La prima cosa che noto e' che ci sono un sacco di porcherie pacchiane: coltelli da caccia tipo Rambo, di acciaio inox con manici mutiuso (dentro c'e' lenza, pinza, bussola e altre minchiate inutili), coltelli che sembrano usciti da videogiochi di fantascienza, con aculei, denti e forme strane. Chissa' chi e' che se li compra...comunque il tipo (occhi verdi, capelli neri cortissimi, basso, con addosso l'eqivalente locale della djellabia) vede che io adocchio lo scaffale con i coltelli locali e comincia a presentarmeli ad uno ad uno, porgendoli dalla parte del manico con due dita, e decantandone in inglese broken le qualita' e caratteristiche. In effetti sono belli: manici intarsiati con motivi floreali, di corno, osso, legno e plastica, inserti di madreperla, ma....sono tutti nuovi, si vedono i segni della fresa e non c'e' traccia di ruggine o sporcizia. Chiaramente fatti per i turisti. Quello che io voglio e' un coltello da lavoro, possibilmente usato, con lama non inox ma di acciaio forgiato a mano. Glielo spiego, e mentre gli dico cosa voglio, sempre guardandolo negli occhi, faccio roteare il coltello che mi ha dato fra le dita, e senza guardare glielo rido' con uno scatto del polso dalla parte del manico, con due dita pure io......ehi, le so fare queste cose, un coltello in tasca ce l'ho sempre...dopo due o tre tentativi di rifilarmi chincaglieria capisce l'antifona e mi porta nel retrobottega, dove procede a mostrarmi dei magnifici esemplari da lavoro, usati ma in ottime condizioni, lama a volta consumata dalle ripetute affilature ma manici lisciati dalla mano di chi li ha usati, intarsi immersi nel materiale circostante, belli veramente. Presto ne trovo uno che mi sta bene in mano: bilanciato, bella forma, lama brunita, filo a leggera esse, manico di ottone e legno lucido con rivetti antichi piantati a mano. 
Il fodero e' di cuoio, anch'esso vecchio, chiaramente il suo, entra ed esce come.. ehm... Mi piace, lo voglio (non sara' un anello del potere ma lo voglio)..me lo sento bene fra le dita della mano sinistra, si muove e gira che e' una meraviglia.


'quanto vuoi per questo?'
'Ah! bella lama! Coltello degli Uiguri! 200 yuen' (20 euro)
'Allah mi e' testimone! Bella lama e ottimamente bilanciato. Ti do' 50 yuen' (5 euro)
'Ahahahahahah lo straniero ha voglia di scherzare! 180 yuen'
'Allo straniero la tua merce piace me non ha soldi da buttare. Ti do' 80 yuen e non se ne parla piu'
'Oh, lo straniero parla di soldi come un Pakistano, ma io ho una famiglia numerosa da mantenere. Dammi 150 yuen'
'No. La pace sia con te' dico, e me ne vado. Naturalmente non faccio in tempo ad uscire che lui mi insegue.
'Solo 100 yuen e il fodero gratis!'
'Affare fatto'
Conto i soldi dal rotolo che tengo in tasca legato con l'elastico. Il faccione di Mao sorride da tutte le banconote.
'Da dove vieni, straniero?'
'Da molto lontano, 
Al-Siqqulia
'Ah! terra lontana! Ne parla Mohammed Kashgari nella sua 'enciclopedia del mondo'. Dio guardi i tuoi passi'
'Che ti porti molti turisti...'

La scena, piu' o meno simile, si ripete in tre botteghe diverse. Torno all'albergo con tre magnifici esemplari. Mentre ci sono mi compro anche una cosa che ho sempre desiderato: un rasoio da barba a mano libera, di quelli che si aprono e ci si infila mezza lametta. 
Mentre esco guardo stoffe e tessuti, ma sono troppo pesantemente decorati per i miei gusti: rotoli interi di cotone tessuto d'oro, pesantissimi arabeschi su velluti di scarsa qualita'. Lascio perdere.

Quando torno alla riunione di lavoro l'amico collega mi dice: 
'stasera dopo cena karaoke'
'ah io non canto, ho una pessima voce'
'ahaha certo che no: lo schermo e' in cinese. Ma puoi ballare...'

archivio (25) Posting Under Influence I

(posting under influence)

crazy.gif mi sono svegliato alle cinque del mattino con un pessimo principio di mal di testa. Ruffino maledetto, col vermentino non sarebbe successo. Mi faccio il te'. Riempio il bolliacqua elettrico, prendo una delle tazze cinesi col coperchio che questa camera ha in dotazione, il mio barattolo di te' al gelsomino (foglie grezze con petali grezzi - te' da working class- costa poco...), metto un paio di pizzichi nella tazza, verso l'acqua prima che bolla e riesco a non fare disastri. Fatto.

Poi mi siedo e leggo il post sulle indiane, nel forum. Ah! Come sarebbe, 'che differenza fa'? Certo che c'e' differenza. Mondi, culture di differenza. Le indiane sono elegantissime nei loro sari di seta e sandali di pelle, quelle sposate hanno il cerchio d'oro o d'argento al secondo dito del piede. Spesso di pelle bianchissima (sopratutto al nord, lungo la valle dell'Indo), hanno il naso aquilino e gli occhi scuri ed espressivi. Sorridono e ridono e non temono la discussione o il confronto. 
Quelle del sud hanno la pelle piu' scura, sempre bellissima, priva di imperfezioni. Sono spesso magre e flessuose, hanno il bottone d'oro sul lato del naso quando sposate. La magliettina aderente a maniche corte che portano sotto il sari lascia scoperti ventre e una fetta di schiena, ogni tanto visibili quando alzano un braccio per prendere un documento dallo scaffale, o quando ad un matrimonio danzano come uccelli del paradiso avvolti in sete multicolori.

Le cinesi sono culovascio quasi tutte. Cioe', indipendentemente dall'altezza hanno il tronco quasi sempre piu' lungo delle gambe, e questo rovina l'effetto perche' avvicina il sedere ('culo') a terra ('vascio', basso) piu' del giusto. Ma a parte questo con le indiane non c'entrano niente. La prima cosa che noti e' la mancanza di espressivita' o emotivita' visibile: le cinesi si tengono le emozioni dentro, non le esternano come le indiane. Poi la stessa cura ed attenzione maniacale per la pelle bianca: si riparano dal sole con l'ombrello (gratificandolo cosi' della sua orginale funzione "che fa ombra"), non vanno al mare, spendono un capitale in prodotti e creme per la pelle. 
Vestono all'occidentale le cinesi moderne: per trovarne una con pantaloni e giacca di cotone trapunto a mano occorre andare lontano, nelle province dell'interno...comunque si vestano l'appena accennata curva dei piccoli seni sotto il tessuto delizia sempre lo sguardo. Ma occorre saper guardare senza farsi notare.  

Le libanesi non lo saprei: non ne conosco, non sono mai stato a Beirut. Saranno bellissime e diverse anch'esse. Spero che quando (se) tornero' in Italia ce ne siano molte, per deliziare i miei anni e occhi.
Shit. Di nuovo. Sono le....23:30 ora di Beijing (anche se qui siamo almeno tre fusi orari piu' vicino a voi, ma per motivi politici, tutta la Cina usa la stessa ora). Stasera la cena era offerta dall'equivalente locale dell'assessore regionale...il quale alla fine, microfono in mano faceva il karaoke, cantando canzoni cinesi, e lui e' un Kazako...mi avevano detto che le cose importanti si discutono durante il giorno ma si concludono a cena, ma solo ora capisco quanto questo qui sia vero. 21 persone, sala privata, tavolo rotondo cinese di tre metri almeno, sei camerieri/e, di cui almeno tre col solo compito di riempire i bicchieri. 
La mia collega di Taiyuan ha incontrato un locale, seduto al lato opposto del tavolo. Questi gli ha detto che avendo studiato nella stessa citta' ( a 2000 chilometri da qui) era in grado di dirle quali fossero le dieci attrazioni principali della citta' stessa. Una sfida che la collega ha prontamente accettato. Fra la confusione generale il tipo (mingherlino, uzbeko, capelli corti rossi, occhi azzurri, occhiali da Gramsci) e' riuscito a nominarne solo tre. Quindi la tipa (bassa, tacchi, vestito blu, capelli neri lunghi, bocca a cuore, viso mongolo) gli ha annunciato che avrebbe dovuto bere sette bicchieri per compensare, e che lei li avrebbe combattuti uno per uno. Lui birra, lei vino rosso. La sfida e' durata almeno un'ora, i camerieri complici pronti a riempire i bicchieri. E ogni bicchiere occorre tracannarlo, non si accettano sorseggi. Al quinto bicchiere lui era completamente andato, ha rovesciato il bicchiere stesso sul tavolo. Lei non ha nemmeno cambiato colore in faccia dopo cinque bicchieri pieni di vino, ha vinto. Grandi applausi delle donne presenti, sia cinesi che kirgise o uigure. Io facevo il tifo per lei ma non potevo dirlo....alla fine della cena il tipo era su di giri, ha tentato di convincerla che in quanto vincitrice aveva diritto al premio (lui stesso), ma lei non era interessata e per salvarsi e' venuta a nascondersi dietro di me...non e' la prima volta che mi trovo in queste situazioni, che cavolo. Ho preso il tipo di lato e gli ho confidato che lei ci starebbe anche ma c'e' troppa gente che la conosce...provaci domani a colazione (eheheheheh)...e quello ci ha riflettuto un poco e si e' convinto "sei un amico" mi ha detto...nel frattempo lei era fuggita in camera con la collega (siamo tutti nello stesso hotel). Mi ci e' voluta almeno mezz'ora per districarmi dall'ubriaco, che mi ha raccontato quante donne abbia e cosa loro faccia...a me! Come se mi interessasse o mi dicesse qualcosa che non so. Avevo una voglia di dirgli "e allora?" ma mi sono trattenuto...buoni rapporti first... E proprio vero che chi ne parla non fa. E gli altri colleghi ridevano...

Io che sono vergognatissimo di mio. Durante la cena singoli individui sono venuti, girando attorno al tavolo, a fare brindisi privati con me. Il cameriere e' all'erta per queste eventualita', riempie il bicchiere al volo. Quindi ci sono brindisi comuni e brindisi privati, mentre tutti gli altri continuano a mangiare o a bere. Un casino. Ho avuto la direttrice finanziaria ('sei comprensivo e capisci i nostri problemi'), le infermiere ('quale ti piace di piu' di noi cinque?' - e io che sono, un cretino come Paride? 'Siete tutte bellissime'), gli ospiti da altri posti ('Siamo grati alla tua organizzazione per l'aiuto che ci date' - 'senza di voi non potremmo fare niente', il che e' vero), la mia dottoressa preferita, capelli lunghi e lisci, seni piccoli, occhi di giada ("ti piace il mio vestito? L'ho comprato quando ho saputo che saresti tornato' - e io penso "adesso me lo dici? troppo tardi...")...meno male che e' finita. Domani comincia il lavoro vero, e ora io mi leggo il mio forum preferito, sdraiato a letto, portatile appoggiato alle ginocchia.

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drinky.gif Turkestan orientale. Brillo, sera. 
Non sembra Cina questo posto. I locali sono Uiguri o Kirghisi e sono indoeuropei come noi. A cena eravamo quindici, vino locale rosso buonissimo, almeno sessanta brindisi....non bevono senza fare un brindisi qui. E quando li guardo mi sembra di essere a casa. Gesu' che dissociazione. Il tipo ha i capelli come mio zio, un altro il naso come il mio, la tipa ha gli occhi della vicina di casa (e chissa' cosa ha pensato che io non smettevo di guardarla) un'altra i capelli rossi. Abbastanza da farmi andare in tilt. Se poi aggiungiamo il rosso dello Xinjiang (nome cinese del Turkestan) asciutto, buono, va giu' che e' una bellezza. E io devo fare i brindisi alla collaborazione, all'amicizia, alla cuginanza...ero qui un anno fa e sono contenti che sia tornato. E tutti cinesi e no, che mi dicono dell'italia di calcio e io mi metto una mano sugli occhi e loro ridono...Il bacino del Tarim era un mare interno eoni fa e fra la sabbia dove crescono le loro vigne si trovano ancora conchiglie. E il mare piu' vicino e' a una vita da qui. Cosa sto scrivendo? - bussano alla porta della camera. Hotel Qi Dong. E' mezzanotte passata,chi cavolo sara' mai?...devo mettermi qualcosa addosso....incredibile, una tazza di caffe', mai ordinata. E io che bevo te' come un locale. Stasera a cena ho infranto il trucco per usare i bastoncini per raccogliere pezzi picolissimi di cibo: occorre tenerli entrambi nella stessa piega fra il pollice e l'indice, e usare il medio per aprirli, e la mano intera per chiuderli...un anno mi ci e' voluto...

...stammattina ero a Lanzhou nel Gansu, a mille chilometri da qui. Avrei dovuto svegliarmi alle otto e mezza ma non ci sono riuscito...sono terribile io la mattina...mi ha chiamtato il collega da sotto "arrivo subito! sono pronto!" una corsa per mettere tutto nella borsa, smontare in computer, lavarmi...alla fine sono arrivato con venti minuti di ritardo e grave perdita di faccia coi colleghi cinesi. Poi c'era un ingorgo bestiale, i cinesi guidano come i cani, ma il mio guidava meglio. Alla fine l'autostrada per l'aeroporto, un'ora al volo, quaranta chilometri...il tassista aveva una Toyota previa, e sapeva come guidarla, io davanti con lui. Centosessanta tutto il tempo, i colleghi dietro erano verdi o stavano vomitando, non sono abituati e stavano morendo dalla fifa...eppure non c'era traffico. Alla fine siamo arrivati 20 minuti prima del volo e naturalmente siamo saliti...questa e' la Cina mica chissa'...dormito tutto il tempo in aereo, neppure la hostess bellissima con tratti Kazhaki mi ha fatto svegiare.

Cosa ascrivo? in vino veritas, come dovrei sapere da quella volta tantissimi anni fa a Cefalonia con Licia. Cosa le dissi quella notte non me lo volle ripetere mai. Ma siamo ancora amici dopo i suoi due mariti quindi forse non fu terribile. 

Sono nel comemichiasichiamastan a lavorare. Il te' e' buono, enormi fiori galleggiano nella tazza, come margherite gonfie. E questa connessione va a modem, velocita' circa 1996. Credo che andro' a letto, vedo due schermi. 
Buona serata a tutti, vi voglio bene, anche se non vi conosco.