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Monday, 9 February 2009

archivio (60) I tassisti di Shanghai

(originale postato su SF nell'aprile 2003)

In questi giorni ho dovuto usare il taxi spesso. Non e' una cosa che di solito mi piaccia fare: da noi i tassisti parlano troppo, ed in generale sono una brutta razza, costretti come sono a sedere nel traffico tutto il giorno e a mangiarsi il fegato come conseguenza. Qui a Shanghai muoversi in taxi e' stata una rivelazione: meta' delle automobili sono infatti taxi. Tutte sono Volkswagen familiari a quattro porte. Basta alzare una mano, o anche guardarne uno mentre passa ed alzare un sopracciglio perche' esso si fermi davanti a te con grande stridio di freni e grande sorriso in bocca al tassinaro. 

I sedili sono rivestiti di cotone bianco, il che da' una gradevole sensazione di pulito. Il tassista abbassa la levetta del tassametro sul cruscotto, ingrana la marcia e si va. Una vocina metallica che parla inglese con accento cinese (pensate a Titti del gatto Silvestro) da il benvenuto in macchina e invita a pagare l'importo indicato dal tassametro a fine corsa, e a non dimenticare lo scontrino automatico. Questo perche' nessun tassista ovviamente parla inglese: a Shanghai c'e' un gran consumo di bigliettini prestampati bilingui (inglese e mandarino) da tenere nel taschino della camicia o della giacca: "per favore portami all'aeroporto" "al Bund" "al museo della Scienza" "all'albergo Tale". Una volta seduti in macchina, si tratta di pescare il giusto bigliettino e di passarlo al tassista al di sopra dello schermo arrotondato di plastica trasparente che lo separa dai clienti. La funzione di questo schermo non e' chiara, in quanto si tratta di un affare di plastichina tenuto su da un paio di pezzi di ferro saldati al sedile di guida. C'e' in effetti un sacco di spazio sopra e sotto per raggiungere il tassinaro: si puo' facilmente passare la mano sopra lo schermo e grattagli la testa, oppure dargli calci da sotto il sedile e persino infilare una mano di lato e fargli il solletico sotto l'ascella, se mai uno ne sentisse il bisogno. Dopo una settimana di taxi, sono giunto alla conclusione che lo scopo principale dello schermo e' di impedire allo sputo di raggiungere il tassinaro. Calcoli balistico-salivari da me effettuati per passare il tempo nel traffico provano che non si puo' assolutamente sputare al tassinaro se non di rimbalzo, in quanto lo schermo protegge da tutte le traiettorie, comprese quelle paraboliche, e lo sputo - come tutti sanno - non rimbalza. Quindi bisogna accontentarsi di soffiare il fumo della sigaretta verso il soffitto dell'auto, cosi' che l'onda azzurrina passi al di sopra dello schermo e si depositi sui capelli del tassinaro, ove si amalgama con la di lui brillantina, creando favolosi effetti iridescenti tipo olio sull'acqua. 

Qualcuno si chiedera' che bisogno ci sia di sputare al tassinaro, o di sottoporlo a torturette simili. Ebbene, dopo il primo giorno di scarrozzamento a Shanghai, sputare e' una delle due possibili reazioni del passeggero. L'altra (la mia preferita, anche a causa dello schermo) e' di girare la testa, nascondere la bocca con la mano, mettere l'altra mano sotto il braccio opposto, e ridere ridere ridere. Ridere per come guidano. Non solo i tassinari, ma tutti. 

Guidare automobili e' un mestiere nuovo in Cina. Fino a dieci anni fa tutti i mille milioni di cinesi sapevano andare in bicicletta. Immaginatevi una citta' piena di biciclette: masse di biciclette ferme al semaforo, masse di biciclette che partono tutte assieme al verde, masse di biciclette che procedono tutte piu' o meno alla stessa velocita', un fiume di biciclette che ogni tanto si apre al centro per superare quella lenta col cestino sul manubrio carico di spesa. Ho reso l'idea? Ecco, oggi succede esattamente la stessa cosa, solo che ora sono in quasi tutti in macchina. Ed ecco scene inenarrabili presentarsi all'occhi attonito del viaggiatore. Quando sono arrivato ho preso il primo taxi all'aeroporto, e mi sono fatto fatto portare in citta' (avevo il bigliettino). L'autostrada nuova a otto corsie era quasi vuota, dato che a causa SARS, nessuno viaggia quasi piu'. Il tassinaro ha cominciato a spostarsi da una corsia all'altra ondeggiando come un giunco al vento, tracciando lunghe S sulla carreggiata. Dato che non c'era quasi nessuno non mi sono preoccupato: andavamo a novanta o giu' di li'. Ogni tanto un tipo in bicicletta spuntava da dietro un pilastro ed attraversava l'autostrada con i polli appesi alla sella. Il mio tassinaro era bravissimo a passagli ad un metro, dietro la bici, e non davanti. Arrivati in citta' il traffico e' aumentato, tutte le corsie piene. La scena e' fluida, quasi da cartone animato: nessuno si cura delle strisce per terra, e tutti sterzano a destra e a sinistra come all'autoscontro, tessendo un disegno astratto fra le corsie, evitando di portarsi via a vicenda i paraurti per caso piu' che per disegno. 
Le marce non sanno a cosa servano: tutti i tassinari mettono la quarta, e la tengono i qualsiasi circostanza. Si sente il motore gorgogliare, semisoffocato da una boccatona di benzina a venti all'ora, mentre il tassinaro stringe lo sterzo con due mani e fa movimenti renali per spingere la macchina in avanti. Una volta che ero seduto a fianco al tassinaro mi sono sporto dal finestrino ed ho cominciato a frustare l'aria sul cofano, come se ci fossero cavalli da spronare, gridando "giddap" e "yahoo", con grande sollazzo del tipo, il quale mi ha offerto una delle sue sigarette. Ai semafori la situazione e' babilonica: le biciclette, ormai esiliate sui marciapiedi, attraversano sulle strisce pedonali mentre le macchine sono ferme al rosso, e gli sconsolati pedoni camminano nella cunetta fra il marciapiede e la carreggiata. Mi viene troppo da ridere...se potessi gli sputerei alla siciliana, al tassinaro, dicendo "ma come guidi? puh!"...ma c'e' lo schermo... 

Stamattina mi sono fatto riportare all'aeroporto. Imboccata l'autostrada, il tassinaro si e' trovato dietro a tre macchine le quali procedevano parallelamente e lentamente sulle tre corsie di destra. Invece di spostarsi a sinistra e sorpassare, il mio inarrivabile chauffeur si e' piazzato dietro la macchina a destra, si e' appoggiato al clacson, ed e' rimasto cosi' per cinque minuti buoni, sbuffando come un toro, mentre il poveraccio davanti altamente se ne fotteva (e anche se avesse voluto fare qualcosa non avrebbe potuto, con una macchina a sinistra e il guard rail a destra...). E io giro la testa, mi metto la mano davanti alla bocca e l'altra mano sotto il gomito, e sghignazzo...

archivio (59) Et dona ferentes

Ero a Kunming nello Yunnan qualche mese fa per una conferenza. Stavamo in uno dei molti alberghi moderni che sono sorti come funghi negli ultimi anni. Una sera c'era in programma di andare a cena fuori dopo il lavoro. Io ero in camera che mi cambiavo quando squilla il telefono.
"Hello, sono Wu"
"oh..er.. salve Wu"
"Dobbiamo incontrarci ora al secondo piano, davanti al barbiere"
"Ora? ma non stavamo andando a cena?"
"Si, ma non ci vorra' molto. E' importante. Ti aspetto"

Perplesso, finisco di vestirmi e scendo al secondo piano. Wu e' uno degli ospiti della conferenza, un cinese del nord, imprenditore, grande e grosso, con occhialoni e vestito italiano elegantissimo. Abbiamo finora parlato di lavoro. Cosa vorra' mai? dal barbiere poi...

Arrivo, e lui e' li che mi aspetta, fuori dalla bottega. Mi prende per il braccio e mi accompagna dentro.
"Ti ho fatto una prenotazione per dopo cena. offro io, e' mio piacere".
sempre piu' perplesso, lo guardo e dico:
"Wu...non ho bisogno di tagliarmi i capelli. vedi che sono gia' corti?"
Lui mi guarda da sopra gli occhiali. Ride.
"ahahah. non capelli: guarda queste donne qui" e mi indica tre ragazze sedute in uniforme nella bottega "sono pulitissime, ho gia' provato io: servizio completo: sesso normale, orale, quello che vuoi".

A questo punto sono nei guai: non voglio offenderlo rifiutando il regalo, ma non voglio neanche accettare perche' cosi' facendo mi troverei in una posizione di obbligo nei suoi confronti (senza contare che le cinesi non mi attirano). Decido di dirgli la verita'.
"Wu, grazie, sei molto gentile ma non posso accettare assolutamente"
"...perche' no? guarda che le ho provate io, sono brave"
"perche' sono monogamo"
"??...cosa vuol dire monogamo?"
"vuol dire che sono legato alla mia donna e non vado con altre"
"really? e' forse qualche forma religiosa occidentale?"
"in un certo senso" gli dico. "hai indovinato, e' un fatto religioso. Ti sono davvero grato, ma ora andiamo o perderemo la cena" e cosi' dicendo lo tiro via dal banco prenotazioni dove una delle tipe ci guarda senza capire. Lui mi segue giu' per le scale, ma ancora non capisce. "preferisci i ragazzi? hanno anche quelli! la Cina e' ormai orientata verso il consumatore"
"Wu, sei veramente un amico. hai provato anche i maschi?"
"Oh no! io vado solo con donne! tante donne!"
"E tua moglie cosa ne pensa?"
"ahahaha sei divertente tu! mia moglie non lo sa!"
"sai Wu, potresti essere un occidentale tu"
"ahah! io sono stato a Milano, a Torino! ho amici in Italia. ma sei sicuro? guarda che quelle ragazze hanno tutte il test per l'AIDS ogni mese".
"Wu sei un amicone. vieni, andiamo a cena che ti offro da bere..."

Thursday, 5 February 2009

archivio (54) Cinitalia

L'unica liberta' che i cinesi moderni non hanno e' quella di scegliersi il governo. Non che in Italia sia molto diverso, al massimo possono scegliersi un partito. Tutte le altre liberta' personali che noi prendiamo per garantite ci sono anche in Cina, e da anni ormai. Ne cito solo alcune cosi' la finiamo con questa farsa, e facciamo invece raccolte di firme per le cose importanti che ci riguardano direttamente, come i vergognosi lager in Puglia per i lavoratori immigrati, per i quali nessuno naivemente si agita o raccoglie firme, e nessuno si dichiara d'accordo. 

In questo momento, un cinese medio, uomo o donna, di qualunque estrazione sociale, istruito o no, puo' liberamente scegliere, solo ed esclusivamente sulla base di preferenze personali, e ovviamente di quanti soldi abbia, una, alcune o tutte le scelte seguenti:
- dove vivere
- se e cosa studiare, e dove
- che lavoro fare: operaio, impiegato, imprenditore, commerciante, statale. 
- da chi farsi raccomandare per favori, promozioni, carriera
- che taxi o autobus o metropolitana prendere per spostarsi
- cosa mangiare, quando, e cosa scegliere. E la scelta e' infinita.
- cosa bere, e lo fanno in quantita', in compagnia e con gusto.
- se, dove e con chi sposarsi. Chi invitare, che vestiti indossare, e se fare il servizio fotografico vestiti entrambi stile belle epoque o in stile giapponese in kimono, entrambi al momento di moda. 
- quando divorziare
- se e quando risposarsi
- quando fare un figlio, o non farlo
- da quale medico o in quale ospedale farsi curare. 
- dove e quando andare in vacanza, compreso all'estero
- che regali comprare e a chi, e in quale ricorrenza
- che vestiti, accessori, orologi, profumi comprarsi ed indossare o usare. 
- che telefonino comprare, quale network scegliere, e quanto pagarlo
- dove andare per parrucchiere, sauna, massaggi
- che automobile comprarsi, comprese BMW, Merc e Lexus. 
- dove andare il venerdi' sera e tutte le altre sere
- dove andare la domenica, compreso in chiesa o allo stadio
- che amici/ amiche avere, e chi evitare
- dove andare al bar
- dove andare a giocare a carte o a majong
- cosa leggere fra tutta la roba stampata disponibile, comprese migliaia di traduzioni, ufficiali e no, di testi stranieri.
- che canale televisivo guardare fra le dozzine disponibili (OK, non la BBC o la CNN. Ma la televisione di stato fa propaganda a chi comanda, esattamente come da noi, quindi si regolano su cosa credere, proprio come noi) 
- quale forum, chat room, o blog seguire (e le notizie sui giornali del governo che controlla internet sono esagerazioni - ci sono 500 milioni e piu' di persone che usano internet in Cina - lo farebbero forse se non ci fosse niente? Googlate 'circumventor')
- quale mostra d'arte andare a vedere, e che tipo di arte comprarsi per decorare la casa
- a quale conferenza, seminario, congresso o altra riunione professionale, domestica o internazionale, partecipare. 
- cosa fotografare e quando, a parte le zone militari
- quando scioperare
- quando cambiare lavoro (sia la scelta che le opportunita' sono senza fine)
- che pensione privata scegliere, e quando mettersi in pensione
- chi lasciare l'eredita'
- che domestica assumere, se filippina o indonesiana.
- quanto pagarla in nero
- quanto pagare di tasse, e quanto cercare di evadere
- quando e' il caso di lamentarsi per la corruzione dei governanti locali, e quando e' il caso di sfruttarla.
Ce ne sarebbe di piu' ma non e' che possa perdere troppo tempo con queste favole della Cina orco dell'era moderna.

Wednesday, 4 February 2009

archivio (48) I have beheld

Com'era...? "ho visto cose che voi umani..." oggi mi e' capitato, fortissimo. L'inglese antico ha una espressione apposta, quando uno vede qualcosa a lungo immaginata, oppure mai immaginata: I have beheld. Ha una maggiore gravitas rispetto ad I have seen, il semplice 'ho visto'. 
Insomma, "ho visto" non basta, ma che altro c'e' in italiano? Ho ammirato? No. non da' l'idea di come e quanto la vista ti prenda e ti (mi) lasci a bocca aperta. Forse un'opera d'arte puo' dare l'idea. Ma questa cosa, questo posto, questo colossale testamento al lavoro manuale io non sapevo nemmeno che esistesse, cosi' come fino a venti anni fa non lo sapevano nemmeno gli stessi cinesi. Poi un fotografo passo' da questo posto, scatto', e la voce si sparse. Dimenticate la Grande Muraglia: vale la pena di venire in Cina solo per questo. 

Yuang Yuan si chiama il posto. Le terrazze di Yuang Yuan. Cercate con Google immagini "Yuang Yuan terraces". Da' solo una pallida idea, non e' come vederle apparire una mattina come un tardo sogno, curve armoniose di acqua con dentro il cielo che scompaiono in lontananza fra le nebbie che si alzano dalla valle del Fiume Rosso, invisibile duemila metri piu' in basso e venti chilometri piu' in la'. Io non riesco a spiegare, nemmeno ci provo oggi. Forse quando la mia mente avra' afferrato un po' la loro l'immensita', e i forse (dicono) settecento anni di lavoro degli Hani che le hanno prodotte. E non hanno nemmeno finito: ci stavano ancora lavorando stamattina. 

Vorrei, davvero, che foste stati tutti lassu' con me oggi, per provare il senso del meraviglioso. Questa immagine di Yao Sun-tong non da' l'idea, per niente. Mostra solo di cosa vaneggio. (PUI mode off)

archivio (47) Shenyang

Shenyang, provincia del Liaoning, Cina del nord.

Posto da lupi, e non sono molto lontano dal vero. Febbraio in Manciuria e' una cosa seria. Ci sara' un metro di neve fuori, la temperatura e' meno dieci, i doppi vetri alla finestra sono completamente 
frosted. L'aeroporto e' chiuso per invasione di orsi siberiani da oltreconfine, e per la neve. Le persone importanti che dovevano arrivare oggi dal Giappone (che e' proprio qui di fronte) non sono potute arrivare. I VIP, li chiamano qui, sapendo che vuol dire very important person. Non ho il cuore di dir loro che in questo settore - le ONG internazionali, quelli di noi che hanno l'Africa che ci segue come un'ombra - un VIP e' e sara' sempre una Ventilated, Improved Pit latrine - ovvero una latrina a pozzetto migliorata e ventilata. O forse e' la stessa cosa. 

La frustrazione e' ben nascosta nelle facce dei miei colleghi cinesi - a cena scherzavano e ridevano, ma si capiva la tensione. Questi giapponesi vogliono, fortissimamente vogliono investire cifre significative in aiuti per l'ospedale di qui. Capita spesso, mi dicono. Il direttore dell'ospedale e' un cinese anomalo: ha viaggiato, ha vissuto in Nippon, ha amici in Italia dove va spesso (proprio bendata, la fortuna). In primavera aspetta la visita di un vinaio piemontese che vorrebbe mettere vigne sulle colline - meglio tardi che mai, i francesi stanno producendo vino in Cina da anni ("Chateau du Yiling") - non e' gran che, ancora, ma meglio delle schifezze australiane che hanno rimpiazzato i vini italiani nei negozi dell'Oriente. 

I Giapponesi dicevo. Si vedono spesso in Manciuria. Sono spesso ultrasettantenni, hanno i modi dignitosi tipici del loro paese, vestiti dall'ottimo taglio, e si inchinano a tutti. C'e' un grande senso di colpa in quella generazione di giapponesi, tutti giovani soldati nei tardi anni 30, quando violentarono la Cina come mai si era visto, e questa provincia la chiamavano 'Area di Risorse Settentrionale'. Cosa vengono a fare? A espiare, semplicemente. Parlano poco, trovano quella che loro considerano una degna causa, come un ospedale oculistico di cui la loro tv ha parlato bene, e lasciano pacchi di dollari o di yen, inchinandosi profondamente, molto piu' profondamente di quel che l'etichetta richiede. Poi fuggono, scuotendo leggermente la testa come per liberarla da ricordi che piu' di sessanta anni hanno trasformato in incubi per la coscienza e per l'onore. Chissa perche' proprio un ospedale per ciechi? Forse ricordano gli occhi di coloro che uccisero. 

Le previsioni sono buone per domani, l'aeroporto dovrebbe riaprire. Arrivera' anche un americano, un pezzo grosso del Lions International, per vedere come possono spendere meglio le loro donazioni, parecchi milioni di dollari ogni anno. Ho la presentazione pronta, i fatti e le cifre in mente, gli argomenti e l'evidenza a portata di mano. E avro' circa quindici minuti per convincere questo tipo a starci a sentire su come spendere i soldi del Lions, invece di buttarli via in finta carita' che aiuta i giochi di potere interni all'apparato cinese e rovina la capacita' dei locali di aiutarsi da soli. Il tipo non sa niente di tutto questo: crede che stiano facendo del bene. E io che devo frantumargli le illusioni, e ricostruirgliele, in quindici minuti. Domani. 

archivio (39) Il villaggio

E' presto per bere, forse e' presto per suonare. Ma qui a oriente del sole la notte e' gia' con me, e con essa la nostalgia. Per non pensarci scribacchio delle mie cose, e le offro qui e li'. Sedetevi, e ascoltate se volete.

La casa mi piace. A forma di U, aperta sul cortile, fatta di tronchi e tavole di legno spesso, vecchio. Due piani: sotto la camera per mangiare, la cucina, la legnaia. In un angolo del cortile la pompa a mano che tira su l'acqua, un canaletto fatto di latta la travasa in un catino pieno di sabbia per filtrarla, da dove sgocciola su un altro catino con dentro una tazza per prenderla. Da un lato c'e' la scala esterna che porta al primo piano: qui al centro della casa c'e' uno spazio per sedersi e ricevere gli ospiti, tutt'intorno e lungo le ali della casa porte di legno segnano le camere da letto. Sopra, piu' in alto, a coprire tutto, il disotto del tetto, familiare: tronchi spioventi e tegole di terracotta, corte e scure. La brillantezza del sole rimane fuori, dentro c'e' fresco e penombra.

Nella camera per mangiare c'e' un tavolo basso, panche, sedie basse di legno e paglia. Ai muri vecchi cappelli di paglia a cono, attrezzi da contadino. In fondo alla stanza il televisore col DVD, che ho scoperto in questo villaggio hanno tutti. 52 famiglie, una quarantina di case come questa, e fra di esse viottoli di terra, galline con pulcini al seguito, l'occasonale pozza di fango recintata con dentro i maiali. Sotto un albero due bufali d'acqua se ne stanno all'ombra. Piu' in la, a qualche centinaio di metri, nascosto da macchie di bambu' e dall'argine erboso, si sente il fiume, anzi il grande fiume, come lo chiamano loro. 

E' da due giorni che sono qui, ospite di questa famiglia: due fratelli, le loro mogli, figli, nuore e nipoti. Il villaggio e' perso al centro di una valle piatta e verde, orizzonti chiusi da montagne coperte di foresta. Non avevano mai visto uno straniero se non in televisione, e da quando sono arrivato mi osservano e mi studiano come io osservo loro. Non c'e' voluto molto a rompere il ghiaccio: mangiare il loro cibo, bere il loro vino di riso, raccontare di mio zio contadino e io piccolo che portavo le mucche al pascolo la domenica. E ridere dei loro commenti divertiti sulla misura del mio naso - mai visto un naso cosi', dice il nonno dalla sua sedia, e tutti annuiscono. I bambini piccoli non mi si avvicinano nemmeno con la promessa di una caramella, ma spiano da dietro gli angoli, incuriositi, mentre gli adulti mi fanno domande. Tutti fumiamo il loro tabacco dolce, arrotolato in cartine di carta di riso. Gli e' piaciuta molto, agli uomini, questa cosa che so arrotolare una sigaretta: pensavano che gli stranieri fumassero solo sigarette costose, come si vede in tv. 

Ieri sera dopo cena un acquazzone ha fermato la polvere, e sulla terra fresca le donne del villaggio hanno indossato i loro costumi - gonna lunga nera ricamata d'oro e rosso all'orlo, corsetto rosa a maniche lunche con tre lacci di seta nera a chiuderlo, turbante stilizzato fatto con due giri di cotone bianco e rosa attorno ai capelli alzati - e hanno danzato a lungo attorno ad un tamburo, un gong e un paio di piatti. Musica semplice, ritmo ripetitivo leggermente sincopato: le due file di donne, passi lenti, movimento sinuosi di busto e braccia, simili ma sempre un po' diversi. Xie traduce per me, e traducendo mi dice anche quello che lei pensa. Gli uomini di questo villaggio sono pigri: non suonano, non danzano, non hanno nemmeno i costumi. Le donne sono orgogliose della loro tradizione, e approfittano del tuo arrivo per mettere su lo spettacolo. Ma non montarti la testa: lo fanno perche' si divertono.
Non mi monto la testa. Fosse la prima volta che mi trovo in un villaggio come questo. E' solo la prima volta in questo angolo di mondo. Ma Xie ('Scì') e' cinese, mentre coloro che ci ospitano, sebbene vivano in Cina da settecento anni (da quando cioe' i Cinesi arrivarono in questa valle) sono Dai. I villaggi cinesi non hanno di solito tradizioni di danza popolare femminile. Non perche' non piacesse al Partito, ma perche', fin da molto prima, alle bambine rovinavano i piedi fasciandoli. 

Pero' sono distratto: sara' la luce fioca della singola lampadina appesa al centro della piazzetta, sara' la musica ripetitiva....

...no, non e' quello. E' che prima di uscire dalla casa per venire a vedere la danza ho visto gli uomini confabulare, ed uno di essi ha tirato fuori la pipa ad acqua, e l'ha messa sul tavolino fra le panche e le sedie, al piano di sopra. Nonostante sia illegale, i Dai ancora oggi fumano l'oppio, e stanotte me lo offriranno. L'oppio! non credevo mi sarebbe mai capitato!

archivio (37) Regolamento

Mei Lan Hotel, Haiku, Hainan province.
Regolamento interno dell'hotel.
1) Quando ci si registra per stare occorre produrre il passaporto, la lettera di presentazione, il permesso di lavoro o altra carta d'identita'. Il modulo con le generalita' deve essere riempito completamente.
2) Tutte le regole dell'hotel devono essere osservate conscenziosamente.
3) Visitatori non sono permessi per tutta la notte.
4) Oggetti facilmente infiammabili, esplosivi o radioattivi sono strettamente proibiti nell'hotel. Gli ospiti non possono usare cucine elettriche, a gas o a carbone in camera.
5) Pistole e altre armi da fuoco devono essere registrare o affidate al locale ufficio di pubblica sicurezza.
6) Non sono permessi gli eccessi nel bere, nella prostituzione, nell'adulterio, nelle droghe, nel gioco d'azzardo, nella speculazione. Radiotrasmissioni, attivita' oscene o comunque illegali non sono permesse. 
7) Le bancarelle e la vendita ambulante ad alta voce non sono permesse.
8) Azioni disciplinari verranno intraprese contro i violatori del regolamento. Le pene dipendono dalla severita' dell'infrazione. 
faccinarossa.gif 
La Cina. Il Far West.

archivio (32) This is China

Shanghai, 23:30

Non e' il solito albergo questo. Quincey, che fa la segretaria nel mio ufficio di qui mi ha detto che per qualche motivo o un altro tutti gli alberghi che usiamo di solito sono pieni, quindi mi ha trovato questo. E' vicino all' ufficio, forse dieci minuti a piedi, quindi non mi lamento. Poi una volta arrivato ho scoperto che e' nuovissimo, pulitissimo e silenzioso. Ed e' un residence piu' che un hotel, quindi ho il letto, il tavolo con quattro sedie e perfino il cucinino col tostapane e il microonde. Il tostapane. In Cina. Mah.

Ma comunque stasera alle otto ero gia' tornato. Cenato presto col mio collega, una bettola, noodles fatti a mano in brodo di carne e verdure, birra per due, forse 2 euro. Una volta in camera mi sono spogliato, messo in pantaloncini e vecchia canottiera da basket, e naturalmente msn non funziona. La censura cinese su internet e' assoluta. Il forum me lo fa vedere, ma una volta si e una volta no. Ci ho rinunciato presto e alle otto ero gia' bello sdraiato a letto, con in mano il libro di Patrick O'Brien che ho comprato prima di partire per venire qui. 

Devo essermi addormentato con il libro in mano e la luce accesa (mi capita spesso). Mi ha svegliato il telefono. 

[traduttore automatico=on] 

- pronto?
voce di donna, inglese stentato ma riconoscibile
- hello. vuoi massaggio?
- ...massaggio..? 
- massaggio, solo massaggio, si.
- Ehmm...quanto?
- Cento yen.
- Cento yen (dieci yen per euro...mumble mumble...). Va bene.
- Fra dieci minuti. Bye 
-click -
Sono rimasto sdraiato com'ero, pensando che forse mi stavo per mettere in un guaio. Eppure un massaggio-massaggio alla schiena mi era sembrata una buona idea. 
Dopo dieci minuti toc toc alla porta. Mi alzo, metto il libro da parte, passo dalla scrivania (questa, su cui c'e' il 'puter), prendo portafogli e soldi e li metto nel cassetto, fuori vista. Poi vado ad aprire. 
Lei e' piccola, come tutte le cinesi, capelli lunghi neri, jeans neri, maglietta bianca a maniche lunghe che racchiude un bel seno piccolo.
- Ciao. Allora, massaggio?
- Err.. si, entra. Ciao
Mi passa accanto, anzi sotto. E' proprio piccola. Forse un metro e cinquanta. Mette la borsetta sul tavolo, si gira, mi guarda in faccia con gli occhi neri e ripete:
- Solo massaggio, cento yen.
- Va bene. Sei brava a massaggiare?
- Oh si. Ho fatto scuola di massaggio in Hunan.
Imbarazzatissimo, sto li' in piedi come un salame. Lei, efficentissima si toglie le scarpe sportive basse e va a lavarsi le mani. Quando torna, con in mano uno degli asciugamani dell'albergo mi trova sempre li' in piedi. Indica il letto e ridacchia.
- Sdraiati!
Mi sdraio, pancia in giu', avambracci sotto la testa. La tipa salta leggera sul letto, mi mette l'asciugamano sulla schiena (sopra canotta e pantaloncini), e comincia il lavoro. 
E' brava, non c'e' che dire. Dita forti ma gentili, sa dove sono muscoli e ossa, va su e giu' dal collo al coccige in modi e stili diversi. Mi rilasso. E' veramente una massaggiatrice e non una zoccola.
Chiacchiariamo un po'. Cioe', lei chiacchiera, a me viene difficile, con le sue braccia e mani intente ad afferrarmi tutti i fasci muscolari e a rivoltarli uno per uno. Grugnisco piu' che altro. Dopo dieci minuti la ragazza sposta l'asciugamano sulle gambe, si siede a cavalcioni sulla mia schiena e procede a torturarmi le gambe. Scopro muscoli che non sapevo di avere, ma non e' affatto male. Sto quasi per addormentarmi quando si tira indietro e mi fa:
- Girati!
- Cosa!? Cioe'..
Mi rendo conto che posso girarmi, sono solo rilassato e non c'e' niente che mi possa imbarazzare. Mi giro. Efficentissima, la tipa comincia con un braccio e scende fino alla mano, passando da tutte le ossa, comprese quelle piccolissime del carpo. Poi prende le dita e massaggia pure quelle. Appoggia la mano aperta sulla mia, mi guarda e ride.
- Oh! mano grande!
Dopodiche' procede a frustarmi il braccio tenendomi la mano e sbattendola, tentando con discreto successo di fare uscire l'omero dall'articolazione della spalla a frustate. Dopodiche' mi gira intorno e procede a ripetere il lavoro sull'altro braccio. Ha il viso un poco lungo, bocca grande, naso piccolo. Fa un buon odore. 
Poi, senza fermarsi ne' esitare, passa al petto. Inginocchiata da un lato affonda le dita nei miei pettorali stanchi e ormai rilassati, e impasta. Scende al ventre, i fianchi, e con una naturalezza impressionante evita le parti critiche come se non ci fossero e scende alle gambe. Qui si sbizzarrisce: massaggia con le dita e con il palmo, colpisce con taglio della mano, si siede sulla gamba e tira il piede di qui e di li, tentando di staccarlo, proprio come uno sfasciacarrozze con un pezzo di motore arrugginitissimo. Poi risale alla coscia, affonda le dita fra le cosce, stringendo, e con lo stesso tono mi fa:
- sesso, ok?
La mia sorpresa e' totale. Praticamente come questa faccina: crazy.gif 
Ma non sia mai detto che KT si fa mettere in imbarazzo da una sbarba cinese. Vai, come avrebbe detto JB.
- OK. Quanto?
- Sesso, cinquecento yen.
- Troppo caro. Quanto vuoi per sesso orale solamente?
Inspiegabilmente arroscisce e scuote la testa.
- No, sesso orale no. Con la mano, duecento yen.
- Ma dai, e' carissimo. A Hong Kong costa la meta' (non ho idea, ma bluffo. La ragazza non c'e' sicuramente mai stata a HK, se no con il massaggio che fa l'avrebbero assunta subito)
- A Hong Kong..? 
Ci pensa un attimo abbassando la testa, poi torna all'attacco.
- OK. Quanti soldi hai?
A questo punto mi viene da ridere, ma mi trattengo e continuo il mercato.
- Guarda, ho solo trecento yen in tutto. 
- Come? Tu, uno straniero?
- Ma si! Non sai che gli stranieri pagano con la cosa di plastica?
- Ahhhh.. OK mi dai trecento yen e facciamo sesso. 
- Guarda, ti do' cento per il massaggio e cento per sesso.
- OK. Va bene. 

...come 'OK'? Shiiiiit t!!! Merda...mi ha fregato...non credevo che cedesse, contavo di non raggiungere un prezzo accettabile. Accidenti a me che non conosco il mercato locale e i prezzi...l'ultima marchetta che mi ricordo di aver pagato costava ventimila lire...E ora cosa faccio?

Ma prima che possa fare qualunque cosa lei e' gia' saltata giu' dal letto e ha cominciato a spogliarsi. Ordinatissima, mette jeans e maglietta sulla sedia, si toglie velocemente l'intimo bianco e rivela due bellissimi seni, forse seconda misura e quindi splendidi, un ciuffetto nero appena accennato, e (sigh) totale assenza di fianchi. 
- Doccia!
- Ehm...si, OK, certo, vai pure avanti...
In un attimo e' sparita nel bagno e sento l'acqua che scorre. Questo e' il momento di fare una rapidissima autoanalisi etico-morale, e regolarsi di conseguenza. Ci sto o non ci sto?
L'autoanalisi dura quasi due secondi. 
Certo che ci sto. Che gentiluomo sarei altrimenti? La gentildonna ormai si aspetta che io mantenga l'impegno preso. Vado nella doccia anche io.

La doccia e' da ridere, fra spruzzi e acqua ovunque. Si e' messa in testa quelle cuffie da bagno che regalano gli alberghi per non bagnarsi i capelli. Si appassiona immediatamente alla mia boccetta di bagnoschiuma alla mandorla. La guarda, la odora, e con gli occhi mi chiede se ne puo' prendere un po'. Gliene verso nelle mani e lei torna professionista. Mi lava velocemente tutto, compresi i punti critici i quali, a onor del vero, non stanno seguendo le mie decisioni con molto entusiasmo. Poi asciugamanata veloce, a letto. Qui arriviamo subito al culmine della serata.
- Ecco il condom 
Dice, producendo un pezzo di stagnola. Lo apre, ne estrae una cosa dello stesso colore - giuro - dei post di Camilla, e procede ad applicarla come da istruzioni. Fino circa a meta'. Dopodiche' il condom finisce. Alzo la testa dal cuscino, mi guardo. Mi viene da ridere, e dico:
- Cos'e', un condom per turisti giapponesi?
La ragazza mi guarda, capisce, e si rotola sul materasso ridendo e sghignzzando come una pazza. Ride per cinque minuti buoni, ripetendo 'per giapponesi...' Ad un certo punto penso che soffochera' per mancanza di fiato. Nel frattempo viene da ridere anche a me. La guardo. I fianchi sono sbagliati, la schiena non e' la stessa, la pelle e' altrettanto liscia ma piu' scura, i capelli piu' lunghi, i piedi diversi. Sorridendo, mi alzo dal letto, prendo i soldi dal cassetto. Mi guarda. Glieli do', e sempre sorridendo le dico:
- Vai a casa.
- Come? Niente sesso?
- Niente sesso. 
Mi tocco la testa con due dita, come ad indicare dentro. Dico:
- Un'altra donna. Qui.
Non so se capisce, ma sicuramente sembra contenta. E direi. Ma professionista com'e' prova ancora:
- Sicuro? niente sesso?
- Ma no, dai, basta il massaggio. Sei bravissima a fare i massaggi. 
Mi crede, salta dal letto agile, in breve e' gia' rivestita. 
- Ancora massaggio? Domani? Questo e' il mio numero.
Mi da' un bigliettino da visita bianco, solo un numero di telefono e un nome: Shu Li.
Mi rimetto i pantaloncini, la accompagno alla porta, apro.
- Ciao Shu Li, buonanotte.
Ha un sorriso splendente. Ma non dice niente, e sparisce nel corridoio dell'albergo.

solo massaggio. Proprio. Che jerk che sono. Questa e' la Cina.

archivio (28) Yurta

Il soffitto della yurta e' retto da due cerchi concentrici di legno tagliati rozzamente ma sottili con l'ascia, e piegati a cerchio sul fuoco per dargli la forma. Quello piccolo e' piu' in alto, e costole di legno lo tengono su, appoggiate al cerchio grande, quest'ultimo adagiato in cima ai pali del muro esterno, che non vedo perche' ricoperti da tappeti e tessuti arabescati, prevalentemente rosso scuro, appesi come arazzi tutt'intorno alla circonferenza interna della casa. Mi tiro un poco piu' su la pesante trapunta di lana ricoperta anch'essa di arabeschi e disegni floreali in toni di rosso, aggiusto l'altra trapunta, quella piegata che mi fa da cuscino, e reprimo un brividino. Fa freddo a 3000 metri sul Karakoram, nonostante sia quasi agosto. La solitaria finestra, un poco piu' in la' al di sopra della mia testa mostra attraverso due piccole lastre di vetro sporco le nuvole basse che coprono i massicci di seimila metri, piu' su, in cima alla valle. Il lembo inferiore di un ghiacciaio spunta da sotto le nuvole come appeso a niente. Il cerchio di legno del soffitto sostiene un feltro dall'aria pesante, grigio sporco, cosi' spesso e duro che sembra possa stare su anche da solo. Per terra, sotto la trapunta piegata su cui sono sdraiato e' pieno di tappeti che si incrociano, uno sopra l'altro, a strati, di tutti i colori possibili e immaginabili. Siamo in cinque sdraiati nella yurta, che qui i Kirghisi chiamano bomoi, ognuno fra tre trapunte, come me. Ce ne saranno almeno trenta in questa casa, quelle non in uso piegate e accatastate lungo le pareti ricoperte di stoffe. Vedo un foro rotondo nel soffitto, un pezzo di cielo grigio. E' chiaro che d'inverno tengono il fuoco acceso qui dentro. 
Siamo sdraiati a cerchio. Ai miei piedi Fei respira leggermente, perso in un sonno profondo. Dietro la mia testa Rong (ve ne ho parlato: capelli lunghi lisci, tettine probabilmente deliziose, sorriso incomprensibile) si muove silenziosamente sotto una trapunta arancione. Guardo verso l'ingresso, al di sopra di corpi sdraiati e coperti: il tappeto che fa da uscio e' srotolato giu' e legato, le scarpe di tutti sono nel riquadro di terra dietro l'ingresso, mentre il resto del pavimento e' rialzato di un palmo. Che siano tutti tappeti ad aver alzato tanto il pavimento? Rifletto oziosamente mentre il sonno mi circonda senza farsi notare. Mi ricordo che ad Istanbul il pavimento della Moschea Azzurra e' rialzato di almeno mezzo metro: da quando fu costruita continuano ad aggiungere tappeti nuovi sopra quelli esistenti, quando questi si consumano....poi penso che non puo' essere, la yurta e' fatta per essere smontata e portata via in un giorno. Probabilmente hanno rialzato il pavimento di terra battuta e l'hanno ricoperto di tappeti per tenere il caldo. Questi Kirghisi sanno una o due cose riguardo l'isolamento termico, e considerando che l'unico materiale che usano e' la lana delle loro pecore, si sta proprio bene. Il freddo e' rimasto fuori e l'umidita' della pioggia sta lentamente evaporando dalla mia pashmina, appesa al muro accanto a me. Meno male che l'avevo con me. Quando mi sono reso conto del clima che stavamo per affrontare era tardi per ripensare all'abbigliamento, Kashgar e' lontana, giu' nella valle. L'ho piegata in due per lungo, appoggiata alla fronte, tirata dietro la testa da entrambi i lati, poi con due dita della destra ho tenuto fermo quel lato mentre con la mano sinistra ho girato il lembo sinistro tutto intorno alla testa da dietro, passandolo di nuovo sulla fronte, teso e arrotolato, e poi infilandolo sopra se stesso sull'orecchio destro. L'altro lembo, quello destro, rimasto penzolante, l'ho tirato attorno al viso, lasciando scoperti solo gli occhi, e girato dietro il collo, stile Afgano. Il Kirghiso con me mi ha guardato ma non ha fatto alcun commento: bravo. Odio chi fa commenti sull'uso della pashmina. E comunque e' caldissima e non fa passare la pioggia. I Kirghisi comunque potrebbero essere sardi, o magari calabresi, o pugliesi. A parte la faccia, usano tutti pantalonacci di fustagno, camicia scura e berretto nero tipo coppola. Gente a posto, questi nomadi di montagna: pregano Allah il misericordioso e compassionevole, ma bevono come irlandesi. La vodka a 56 gradi che mi hanno dato per riscaldarmi dopo il sentiero sotto la pioggia sembrava, ovviamente, fuoco. O forse era ghiaccio...? Non so...il sonno si infila sotto la trapunta senza che io me ne accorga, e mi porta via.

archivio (27) Karaoke

Karaoke.
(della serie: brutte figure sequenziali)
Del karaoke io non so niente: la prima volta che lo vidi fu in un film di tantissimi anni fa con Michael Douglas, ambientato in Giappone, dove i 
sararimen cantavano classici americani con la musica di sottofondo. Quel che so e' che da allora ha avuto un boom di popolarita' attraverso l'Asia, ed e' ormai ovunque. Non solo le sale da karaoke vere e proprie, ma anche i locali, i ristoranti e le case private hanno l'equipaggiamento necessario. Qui non e' diverso. Nella sala principale del ristorante c'e' uno schermo gigante, e collegato a questo un PC per selezionare i brani e l'impianto di amplificazione: roba seria. Quindi ieri sera dopo cena, mentre sparecchiavano, io tranquillo che avrei dovuto solo guardare mi rilassavo appoggiato allo schienale della sedia e mi accendevo la sigaretta, ecco che comincia. Musica e videoclip cinesi naturalmente, ideogrammi sullo schermo che cambiano colore per accompagnare chi canta. La prima e' una dottoressa dell'ospedale locale, in lungo nero con perle al collo e alle orecchie, unghie pericolosissime cremisi e talmente tanto fondotinta da sembrare di porcellana in viso. Microfono in mano, canta una canzone cinese. A qusto punto l'inaspettato avviene: tutti i partecipanti, uomini e donne, si lanciano in una convincente versione del liscio. A coppie, ad un palmo di distanza dalla partner, mano sinistra nella mano destra della dama, altra mano leggermente appoggiata alla schiena, roteano e danzano benissimo, come se lo facessero da sempre (scopriro' poi che e' proprio cosi'). Un-due-tre... un-due-tre... alcune non sfigurerebbero affatto in una competizione di liscio di quelle che si fanno da voi (italia centrale e settentrionale) d'estate la sera. 

Ora io, per dirla con Bennato, 
...perche' ballare e' l'ultima cosa che posso fare..., o almeno il liscio e i balli di coppia in generale. Avrei voluto imparare il tango ma non mi e' mai capitato, e per il resto, passati gli anni di ginnasio dove alle feste si ballava Samba Pa Ti giusto per stare appiccicati alla compagna di classe del cuore, per il resto dicevo non mi ha mai interessato. Le interminabili estati del sud le passavamo a ballare al ritmo di rock and roll, blues e reggae. 

Quindi me ne sto bello seduto a fumare e a sorseggiare la grappa cinese, e guardo la scena. Ci sono donne in lungo ed in jeans, sandali e scarpe eleganti, gli uomini, sia cinesi che uiguri che kirghisi sorridono beati mentre roteano sulla pista, che in realta' e' un grande tappeto rosso a disegni arabescati. Non inciampa nessuno e non sbattono l'un contro l'altro. Proprio bravi. Le canzoni e i video si susseguono, c'e' chi smette di ballare, prende il microfono e canta, a volte fanno duetti, chi smette di cantare balla. Si divertono moltissimo.

Poi l'imprevisto: questa donna ugiura, in gonna nera al ginocchio, tacchi e camicetta i fiori viene da me e mi invita a ballare. Merdamerdamerda. Cosa faccio ora? E se le pesto i piedi? E se inciampo? E se...
...ma non c'e' salvezza: tutti applaudono e gridano "KT KT KT". 
Ma sucaminchiadieva, come direbbe Jim Morrison. Mi piego all'inevitabile. 

In realta' non va troppo male: guardo i suoi piedi per capire meglio il ritmo (quando riesco a vederli, parzialmente nascosti come sono dal 
cleavage e dal sottostante ettaro e mezzo di cotone bianco a fiori che copre tutto il resto. Oh gosh, la tipa pensera' che le sto guardando le tette...mentre io sono estremamente concetrato sui passi...avra' la mia eta', ed e' pesantemente truccata agli occhi, e sotto le dita della mano destra sento cio' che puo' solo essere una corazzatura di stecche di balena, costolette verticali le fasciano i fianchi. Gesu'. E naturalmente lei mi sorride e mi parla in ugiuro...e io ugualmente sorrido e rispondo in italiano. La tortura finisce presto, ma ormai non ho scampo. Devo ballare anche con le altre. Tutte. merdamerdamerdamerda. E cosi' succede: appena mi siedo arriva un'altra, braccio proteso, per invitarmi a ballare. Ma non lo sanno qui che dovrebbe essere gli uomini a invitare? Lo sanno, ma visto che sono straniero fanno un'eccezione. Nel frattempo tutti e tutte continuano a bere: ai tavoli le bottiglie di vino birra e grappa cinese vengono cambiate in continuazione. Faccio in tempo a chiedere al collega: 
'Ma dove avete imparato a ballare cosi' bene?'
'All'universita'
"Ahhhh'
Dopo una mezza dozzina di balli, tutti piu' o meno conclusi senza disastri, arriva Rong a invitarmi. Vorrei arrossire ma non ci riesco. Rong e' la mia dottoressa preferita qui: cinese, ma alta, capelli lunghi neri, sopracciglia curate, ad arco, deliziosi piccoli seni e bel sorriso. Ha un top nero a maniche lunghe e una gonna bianca e nera, sandali col tacco allacciati alla caviglia. Fa un figurone. Quindi ballo con lei e mi piace pure. Naturalmente (sigh) non abbiamo alcuna lingua in comune, quindi si balla e basta. Bello pero'...inchino reciproco alla fine della danza, poi lei torna a cantare e io vado in bagno. Trovo altri due colleghi, tutti in fila agli urinali.
'Dove avete imparato a ballare cosi' bene?'
'All'universita'
"Ahhhh'
"Ma da voi in Italia non ballavate all'universita'?'
"Veramente no. Eravamo tutti occupatissimi a fare sesso'
'Ahhhhhhh'
Di nuovo in sala c'e' una sopresa per me: 
"KT! Disco! Disco for you!'
....ma che gentili. Hanno trovato un ritmo veloce e lo mettono subito su. Niente male. Mi metto i 
wayfarer virtuali, penso "cosa farebbe Celentano in una situazione simile?" e la risposta me la da' l'anca, che comincia a muoversi a ritmo. Vado....
...mi trovo in un cerchio di danzatori, al centro. Ah, ma questo lo posso fare, e non sono nemmeno tanto male...ballo col tronco, sul posto, vibrazioni dalla caviglia al ginocchio ai fianchi, braccia e testa. Grande successo, piace a tutti, ma loro non sanno come fare. Seguono tutti il ritmo in modi diversi, alcuni se la cavano, altri sembrano sacchi pieni di gatti arrabbiati. Ad una ad una le danzatrici migliori - una studentessa in jeans neri, poi di nuovo Rong vengono al centro con me...e io sto al gioco, gli giro intorno, invento passi di flamenco nel ritmo...e sudo...argh, non ballavo da un sacco di tempo...comunque va bene, quando finisce sono tutti contenti che mi sono divertito anche io, e ritornano prontamente ai lenti e ai lisci. La tipa che mi ha invitato per prima vuole ballare ancora, sorride e sbatte le ciglia mentre mi guarda, stecche di balena che tengono su tutto...aiutoooooo...

La serata finisce come era cominciata, domani si lavora di nuovo. Quello che non si fa per la causa. Io me ne torno in camera e scrivo il pezzo sul mercato prima di andare a dormire.

archivio (26) Al mercato per coltelli

Domenica. Il lavoro sta andando molto bene: il workshop per Training of Trainers in community-based...bla bla bla  (non mi chiedete cosa sia) ha raccolto almeno venti partecipanti da tutta la provincia, tutti laureati, giovani, in gran parte appartenenti alle minoranze etniche, piu' della meta' donne. Visto che qui interrompono a pranzo dalle dodici e mezza alle quattro (come da noi ai bei tempi estivi) ne ho approfittato e me ne sono andato al bazaar. Certo, chiamarlo bazaar e' riduttivo: l'insegna sopra la porta principale dice "Central Asia International Gran Bazaar at Kashgar", in inglese, cinese e arabo. Dentro e' geometrico: larghe vie perpendicolari dividono i mercanti in settori omogenei, com'e' comune in oriente: stoffe, scarpe, cappelli, vestiti, articoli per la casa, spezie, medicine tradizionali. I mercanti sono tutti Uiguri, islamici ma non eccessivamente: solo pochi di essi portano in testa l'hadji, e quasi tutti appaiono molto rilassati, intenti a chiaccherare coi vicini e a bere il te' che svelti ragazzini portano in giro in vassoi appesi ad una stanga in bilico sulla spalla magra, cosi' come nel gran bazaar di Istanbul, a forse cinquemila chilometri da qui, oltre il Kyrgystan, la valle Fergana, la Transoxania, la Persia, la Mesopotamia, il Kurdistan e l'Anatolia. Le popolazioni Turco-Turaniche coprono un'area immensa, e la loro storia e' altrattanto grande. 

Comunque, io non sono venuto al bazar per comprare berretti Kirghisi di pelo di pecora, e nemmeno shampoo cinese dall'odore terribile: giro e giro per le vie principali e le traverse, guardando a destra e a sinistra all'interno delle botteghe, scansando donne, uomini, famiglie e l'occasionale turista australiano (universalmente riconoscibili per i pantaloni corti al ginocchio, le magliette colorate e i sandali da rafting). Finalmente arrivo nell'angolo che stavo cercando, una dozzina di botteghe ai due lati di una delle traverse, scaffali di legno con esposti, a file ordinate e luccicanti, i coltelli Uiguri. Come tutte le popolazioni nomadi e pastorali, gli Uiguri hanno sviluppato alcune cose in comune con altre popolazioni simili: una e' il pane, piatto e con poco lievito, fatto per durare (pensate alla spianata sarda). Un' altra e' il coltello da lavoro, per scannare e scuoiare le pecore. Ora dovete sapere che io sono da sempre appassionato di lame: colleziono coltelli da molti anni, fin dai tempi degli scout praticamente. A casa ho 
kukri nepalesi,afar dancali, pattadesi sarde (anche se ormai a Pattada c'e' rimasto un solo artigiano a farle, e la nuova arburesa di Arbus e' molto meglio...ho un kriss malese, e molti altri. Quindi sono qui, negli occhi lo scintillio del collezionista alle prese con una specie mai vista prima. 

Entro subito nella prima bottega. 
'Salam aleikum' 'Aleikum salam..'. La prima cosa che noto e' che ci sono un sacco di porcherie pacchiane: coltelli da caccia tipo Rambo, di acciaio inox con manici mutiuso (dentro c'e' lenza, pinza, bussola e altre minchiate inutili), coltelli che sembrano usciti da videogiochi di fantascienza, con aculei, denti e forme strane. Chissa' chi e' che se li compra...comunque il tipo (occhi verdi, capelli neri cortissimi, basso, con addosso l'eqivalente locale della djellabia) vede che io adocchio lo scaffale con i coltelli locali e comincia a presentarmeli ad uno ad uno, porgendoli dalla parte del manico con due dita, e decantandone in inglese broken le qualita' e caratteristiche. In effetti sono belli: manici intarsiati con motivi floreali, di corno, osso, legno e plastica, inserti di madreperla, ma....sono tutti nuovi, si vedono i segni della fresa e non c'e' traccia di ruggine o sporcizia. Chiaramente fatti per i turisti. Quello che io voglio e' un coltello da lavoro, possibilmente usato, con lama non inox ma di acciaio forgiato a mano. Glielo spiego, e mentre gli dico cosa voglio, sempre guardandolo negli occhi, faccio roteare il coltello che mi ha dato fra le dita, e senza guardare glielo rido' con uno scatto del polso dalla parte del manico, con due dita pure io......ehi, le so fare queste cose, un coltello in tasca ce l'ho sempre...dopo due o tre tentativi di rifilarmi chincaglieria capisce l'antifona e mi porta nel retrobottega, dove procede a mostrarmi dei magnifici esemplari da lavoro, usati ma in ottime condizioni, lama a volta consumata dalle ripetute affilature ma manici lisciati dalla mano di chi li ha usati, intarsi immersi nel materiale circostante, belli veramente. Presto ne trovo uno che mi sta bene in mano: bilanciato, bella forma, lama brunita, filo a leggera esse, manico di ottone e legno lucido con rivetti antichi piantati a mano. 
Il fodero e' di cuoio, anch'esso vecchio, chiaramente il suo, entra ed esce come.. ehm... Mi piace, lo voglio (non sara' un anello del potere ma lo voglio)..me lo sento bene fra le dita della mano sinistra, si muove e gira che e' una meraviglia.


'quanto vuoi per questo?'
'Ah! bella lama! Coltello degli Uiguri! 200 yuen' (20 euro)
'Allah mi e' testimone! Bella lama e ottimamente bilanciato. Ti do' 50 yuen' (5 euro)
'Ahahahahahah lo straniero ha voglia di scherzare! 180 yuen'
'Allo straniero la tua merce piace me non ha soldi da buttare. Ti do' 80 yuen e non se ne parla piu'
'Oh, lo straniero parla di soldi come un Pakistano, ma io ho una famiglia numerosa da mantenere. Dammi 150 yuen'
'No. La pace sia con te' dico, e me ne vado. Naturalmente non faccio in tempo ad uscire che lui mi insegue.
'Solo 100 yuen e il fodero gratis!'
'Affare fatto'
Conto i soldi dal rotolo che tengo in tasca legato con l'elastico. Il faccione di Mao sorride da tutte le banconote.
'Da dove vieni, straniero?'
'Da molto lontano, 
Al-Siqqulia
'Ah! terra lontana! Ne parla Mohammed Kashgari nella sua 'enciclopedia del mondo'. Dio guardi i tuoi passi'
'Che ti porti molti turisti...'

La scena, piu' o meno simile, si ripete in tre botteghe diverse. Torno all'albergo con tre magnifici esemplari. Mentre ci sono mi compro anche una cosa che ho sempre desiderato: un rasoio da barba a mano libera, di quelli che si aprono e ci si infila mezza lametta. 
Mentre esco guardo stoffe e tessuti, ma sono troppo pesantemente decorati per i miei gusti: rotoli interi di cotone tessuto d'oro, pesantissimi arabeschi su velluti di scarsa qualita'. Lascio perdere.

Quando torno alla riunione di lavoro l'amico collega mi dice: 
'stasera dopo cena karaoke'
'ah io non canto, ho una pessima voce'
'ahaha certo che no: lo schermo e' in cinese. Ma puoi ballare...'

archivio (25) Posting Under Influence I

(posting under influence)

crazy.gif mi sono svegliato alle cinque del mattino con un pessimo principio di mal di testa. Ruffino maledetto, col vermentino non sarebbe successo. Mi faccio il te'. Riempio il bolliacqua elettrico, prendo una delle tazze cinesi col coperchio che questa camera ha in dotazione, il mio barattolo di te' al gelsomino (foglie grezze con petali grezzi - te' da working class- costa poco...), metto un paio di pizzichi nella tazza, verso l'acqua prima che bolla e riesco a non fare disastri. Fatto.

Poi mi siedo e leggo il post sulle indiane, nel forum. Ah! Come sarebbe, 'che differenza fa'? Certo che c'e' differenza. Mondi, culture di differenza. Le indiane sono elegantissime nei loro sari di seta e sandali di pelle, quelle sposate hanno il cerchio d'oro o d'argento al secondo dito del piede. Spesso di pelle bianchissima (sopratutto al nord, lungo la valle dell'Indo), hanno il naso aquilino e gli occhi scuri ed espressivi. Sorridono e ridono e non temono la discussione o il confronto. 
Quelle del sud hanno la pelle piu' scura, sempre bellissima, priva di imperfezioni. Sono spesso magre e flessuose, hanno il bottone d'oro sul lato del naso quando sposate. La magliettina aderente a maniche corte che portano sotto il sari lascia scoperti ventre e una fetta di schiena, ogni tanto visibili quando alzano un braccio per prendere un documento dallo scaffale, o quando ad un matrimonio danzano come uccelli del paradiso avvolti in sete multicolori.

Le cinesi sono culovascio quasi tutte. Cioe', indipendentemente dall'altezza hanno il tronco quasi sempre piu' lungo delle gambe, e questo rovina l'effetto perche' avvicina il sedere ('culo') a terra ('vascio', basso) piu' del giusto. Ma a parte questo con le indiane non c'entrano niente. La prima cosa che noti e' la mancanza di espressivita' o emotivita' visibile: le cinesi si tengono le emozioni dentro, non le esternano come le indiane. Poi la stessa cura ed attenzione maniacale per la pelle bianca: si riparano dal sole con l'ombrello (gratificandolo cosi' della sua orginale funzione "che fa ombra"), non vanno al mare, spendono un capitale in prodotti e creme per la pelle. 
Vestono all'occidentale le cinesi moderne: per trovarne una con pantaloni e giacca di cotone trapunto a mano occorre andare lontano, nelle province dell'interno...comunque si vestano l'appena accennata curva dei piccoli seni sotto il tessuto delizia sempre lo sguardo. Ma occorre saper guardare senza farsi notare.  

Le libanesi non lo saprei: non ne conosco, non sono mai stato a Beirut. Saranno bellissime e diverse anch'esse. Spero che quando (se) tornero' in Italia ce ne siano molte, per deliziare i miei anni e occhi.
Shit. Di nuovo. Sono le....23:30 ora di Beijing (anche se qui siamo almeno tre fusi orari piu' vicino a voi, ma per motivi politici, tutta la Cina usa la stessa ora). Stasera la cena era offerta dall'equivalente locale dell'assessore regionale...il quale alla fine, microfono in mano faceva il karaoke, cantando canzoni cinesi, e lui e' un Kazako...mi avevano detto che le cose importanti si discutono durante il giorno ma si concludono a cena, ma solo ora capisco quanto questo qui sia vero. 21 persone, sala privata, tavolo rotondo cinese di tre metri almeno, sei camerieri/e, di cui almeno tre col solo compito di riempire i bicchieri. 
La mia collega di Taiyuan ha incontrato un locale, seduto al lato opposto del tavolo. Questi gli ha detto che avendo studiato nella stessa citta' ( a 2000 chilometri da qui) era in grado di dirle quali fossero le dieci attrazioni principali della citta' stessa. Una sfida che la collega ha prontamente accettato. Fra la confusione generale il tipo (mingherlino, uzbeko, capelli corti rossi, occhi azzurri, occhiali da Gramsci) e' riuscito a nominarne solo tre. Quindi la tipa (bassa, tacchi, vestito blu, capelli neri lunghi, bocca a cuore, viso mongolo) gli ha annunciato che avrebbe dovuto bere sette bicchieri per compensare, e che lei li avrebbe combattuti uno per uno. Lui birra, lei vino rosso. La sfida e' durata almeno un'ora, i camerieri complici pronti a riempire i bicchieri. E ogni bicchiere occorre tracannarlo, non si accettano sorseggi. Al quinto bicchiere lui era completamente andato, ha rovesciato il bicchiere stesso sul tavolo. Lei non ha nemmeno cambiato colore in faccia dopo cinque bicchieri pieni di vino, ha vinto. Grandi applausi delle donne presenti, sia cinesi che kirgise o uigure. Io facevo il tifo per lei ma non potevo dirlo....alla fine della cena il tipo era su di giri, ha tentato di convincerla che in quanto vincitrice aveva diritto al premio (lui stesso), ma lei non era interessata e per salvarsi e' venuta a nascondersi dietro di me...non e' la prima volta che mi trovo in queste situazioni, che cavolo. Ho preso il tipo di lato e gli ho confidato che lei ci starebbe anche ma c'e' troppa gente che la conosce...provaci domani a colazione (eheheheheh)...e quello ci ha riflettuto un poco e si e' convinto "sei un amico" mi ha detto...nel frattempo lei era fuggita in camera con la collega (siamo tutti nello stesso hotel). Mi ci e' voluta almeno mezz'ora per districarmi dall'ubriaco, che mi ha raccontato quante donne abbia e cosa loro faccia...a me! Come se mi interessasse o mi dicesse qualcosa che non so. Avevo una voglia di dirgli "e allora?" ma mi sono trattenuto...buoni rapporti first... E proprio vero che chi ne parla non fa. E gli altri colleghi ridevano...

Io che sono vergognatissimo di mio. Durante la cena singoli individui sono venuti, girando attorno al tavolo, a fare brindisi privati con me. Il cameriere e' all'erta per queste eventualita', riempie il bicchiere al volo. Quindi ci sono brindisi comuni e brindisi privati, mentre tutti gli altri continuano a mangiare o a bere. Un casino. Ho avuto la direttrice finanziaria ('sei comprensivo e capisci i nostri problemi'), le infermiere ('quale ti piace di piu' di noi cinque?' - e io che sono, un cretino come Paride? 'Siete tutte bellissime'), gli ospiti da altri posti ('Siamo grati alla tua organizzazione per l'aiuto che ci date' - 'senza di voi non potremmo fare niente', il che e' vero), la mia dottoressa preferita, capelli lunghi e lisci, seni piccoli, occhi di giada ("ti piace il mio vestito? L'ho comprato quando ho saputo che saresti tornato' - e io penso "adesso me lo dici? troppo tardi...")...meno male che e' finita. Domani comincia il lavoro vero, e ora io mi leggo il mio forum preferito, sdraiato a letto, portatile appoggiato alle ginocchia.

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drinky.gif Turkestan orientale. Brillo, sera. 
Non sembra Cina questo posto. I locali sono Uiguri o Kirghisi e sono indoeuropei come noi. A cena eravamo quindici, vino locale rosso buonissimo, almeno sessanta brindisi....non bevono senza fare un brindisi qui. E quando li guardo mi sembra di essere a casa. Gesu' che dissociazione. Il tipo ha i capelli come mio zio, un altro il naso come il mio, la tipa ha gli occhi della vicina di casa (e chissa' cosa ha pensato che io non smettevo di guardarla) un'altra i capelli rossi. Abbastanza da farmi andare in tilt. Se poi aggiungiamo il rosso dello Xinjiang (nome cinese del Turkestan) asciutto, buono, va giu' che e' una bellezza. E io devo fare i brindisi alla collaborazione, all'amicizia, alla cuginanza...ero qui un anno fa e sono contenti che sia tornato. E tutti cinesi e no, che mi dicono dell'italia di calcio e io mi metto una mano sugli occhi e loro ridono...Il bacino del Tarim era un mare interno eoni fa e fra la sabbia dove crescono le loro vigne si trovano ancora conchiglie. E il mare piu' vicino e' a una vita da qui. Cosa sto scrivendo? - bussano alla porta della camera. Hotel Qi Dong. E' mezzanotte passata,chi cavolo sara' mai?...devo mettermi qualcosa addosso....incredibile, una tazza di caffe', mai ordinata. E io che bevo te' come un locale. Stasera a cena ho infranto il trucco per usare i bastoncini per raccogliere pezzi picolissimi di cibo: occorre tenerli entrambi nella stessa piega fra il pollice e l'indice, e usare il medio per aprirli, e la mano intera per chiuderli...un anno mi ci e' voluto...

...stammattina ero a Lanzhou nel Gansu, a mille chilometri da qui. Avrei dovuto svegliarmi alle otto e mezza ma non ci sono riuscito...sono terribile io la mattina...mi ha chiamtato il collega da sotto "arrivo subito! sono pronto!" una corsa per mettere tutto nella borsa, smontare in computer, lavarmi...alla fine sono arrivato con venti minuti di ritardo e grave perdita di faccia coi colleghi cinesi. Poi c'era un ingorgo bestiale, i cinesi guidano come i cani, ma il mio guidava meglio. Alla fine l'autostrada per l'aeroporto, un'ora al volo, quaranta chilometri...il tassista aveva una Toyota previa, e sapeva come guidarla, io davanti con lui. Centosessanta tutto il tempo, i colleghi dietro erano verdi o stavano vomitando, non sono abituati e stavano morendo dalla fifa...eppure non c'era traffico. Alla fine siamo arrivati 20 minuti prima del volo e naturalmente siamo saliti...questa e' la Cina mica chissa'...dormito tutto il tempo in aereo, neppure la hostess bellissima con tratti Kazhaki mi ha fatto svegiare.

Cosa ascrivo? in vino veritas, come dovrei sapere da quella volta tantissimi anni fa a Cefalonia con Licia. Cosa le dissi quella notte non me lo volle ripetere mai. Ma siamo ancora amici dopo i suoi due mariti quindi forse non fu terribile. 

Sono nel comemichiasichiamastan a lavorare. Il te' e' buono, enormi fiori galleggiano nella tazza, come margherite gonfie. E questa connessione va a modem, velocita' circa 1996. Credo che andro' a letto, vedo due schermi. 
Buona serata a tutti, vi voglio bene, anche se non vi conosco.