...poi apro gli occhi e c'e' la piccola spalmata su di me che mi coccola e allo stesso tempo mi urla all'orecchio: 'Papa' svegliati, it's time for work!'...
Thursday, 5 February 2009
archivio (56) Sogno
Stanotte ho sognato che camminavo lungo via Lago di Nicito, scendendo verso Piazza Santa Maria di Gesu'. Quando passo accanto ad uno dei ficus millenari che ci sono nella piazza un boa nero scivola dal ramo sopra e mi attacca. Constrictor! penso nel sogno, mentre gia' le spire mi avvolgono e mi sollevano da terra. Mi balena in mente Karaghiosis alle prese col boadillo... Inspiro, gonfio il petto e l'addome per non farmi stritolare subito, mentre con gli occhi cerco la testa: se riesco ad affondagli le mani e gli avambracci fra le mascelle potrei riuscire a fargli mollare la presa prima che mi uccida...
...poi apro gli occhi e c'e' la piccola spalmata su di me che mi coccola e allo stesso tempo mi urla all'orecchio: 'Papa' svegliati, it's time for work!'...
...poi apro gli occhi e c'e' la piccola spalmata su di me che mi coccola e allo stesso tempo mi urla all'orecchio: 'Papa' svegliati, it's time for work!'...
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Orazio il tuffatore
Catania divide la sua costa in colori forti: a sud della citta' la plaia, la spiaggia si estende bianca e lucente in un arco gentile per dozzine di chilometri fino ai contrafforti rocciosi del siracusano.
A nord della citta' invece, dal lato della montagna, il lato dell'Etna, chilometri di rocce laviche nere scolpite dal mare seguono il percorso della storia e del mito. Porto Ulisse, i faraglioni di Polifemo, la casa del nespolo, le fortezze normanne, le citta' chiamate come la ninfa Aci si susseguono fra i fichidindia e i cespugli di cappero che macchiano la roccia nera. La "scogliera", che d'estate si riempie delle migliaia di persone che non sopportano la sabbia nel costume.
Il re incontrastato della scogliera era 'Arazio. Nessuno sapeva chi fosse veramente o quale fosse il suo cognome. Fisico asciutto, bassino, muscoli come corde bagnate, perennemente superabbronzato, capelli imbionditi dal sole, 'Arazio passava la vita a prendere il sole sulla scogliera. A Febbraio lo si trovava gia' li', in uno dei suoi posti preferiti, difendendosi dall'aria fredda con un fuoco acceso con i pezzi di legno gettati dal mare invernale sugli scogli, per i quali l'inglese ha una parola bellissima, driftwood. L'asciugamano rosso sbiadito e la scatola grande di Nivea, 'Arazio era sempre al mare, da solo, ogni giorno di sole dell'anno.
'Arazio parlava solo il catanese. Non aveva studiato ne' aveva velleita' culturali di alcun tipo. Pero' sorrideva sempre ed era gentile con tutti. 'Arazio non si muoveva troppo dal suo asciugamano, e quando lo faceva sembrava una lucertola al sole, lento e ponderato.
'Arazio era il tuffatore per antonomasia. Strabiliava tutti con la sua capacita' e abilita' di tuffarsi da qualunque punta della scogliera, a prescindere dall'altezza e dalla profondita' dell'acqua sotto.
A nord della citta' invece, dal lato della montagna, il lato dell'Etna, chilometri di rocce laviche nere scolpite dal mare seguono il percorso della storia e del mito. Porto Ulisse, i faraglioni di Polifemo, la casa del nespolo, le fortezze normanne, le citta' chiamate come la ninfa Aci si susseguono fra i fichidindia e i cespugli di cappero che macchiano la roccia nera. La "scogliera", che d'estate si riempie delle migliaia di persone che non sopportano la sabbia nel costume.
Il re incontrastato della scogliera era 'Arazio. Nessuno sapeva chi fosse veramente o quale fosse il suo cognome. Fisico asciutto, bassino, muscoli come corde bagnate, perennemente superabbronzato, capelli imbionditi dal sole, 'Arazio passava la vita a prendere il sole sulla scogliera. A Febbraio lo si trovava gia' li', in uno dei suoi posti preferiti, difendendosi dall'aria fredda con un fuoco acceso con i pezzi di legno gettati dal mare invernale sugli scogli, per i quali l'inglese ha una parola bellissima, driftwood. L'asciugamano rosso sbiadito e la scatola grande di Nivea, 'Arazio era sempre al mare, da solo, ogni giorno di sole dell'anno.
'Arazio parlava solo il catanese. Non aveva studiato ne' aveva velleita' culturali di alcun tipo. Pero' sorrideva sempre ed era gentile con tutti. 'Arazio non si muoveva troppo dal suo asciugamano, e quando lo faceva sembrava una lucertola al sole, lento e ponderato.
'Arazio era il tuffatore per antonomasia. Strabiliava tutti con la sua capacita' e abilita' di tuffarsi da qualunque punta della scogliera, a prescindere dall'altezza e dalla profondita' dell'acqua sotto.
All'epoca, con un paio di miei compagni di ginnasio e qualche altro amico cominciavamo ad andare al mare ad Aprile, quando il sole era abbastanza caldo da scaldare la lava solidificata della scogliera, anche se l'acqua era ancora fredda. Prendevamo il 32 dal centro e in mezz'ora arrivavamo al Selene, tratto di scogliera libera cosi' chiamato dal ristorante omonimo affacciato sul blu del golfo, venti metri sopra il mare. Sapevamo nuotare, essendo cresciuti alla plaia, ma ci tuffavamo solo a piedi in avanti oppure a bomba, e mai da piu' di un paio di metri di altezza, magari anche turandoci il naso. Facevamo un sacco di confusione e spruzzi, e ci divertivamo moltissimo.
Per qualche motivo rimasto ignoto, 'Arazio, dopo qualche tempo passato ad osservare - appoggiato su un gomito - i nostri miseri tentativi, decise di insegnare a noi pischelli a tuffarci. Comunicazione era un problema: il suo catanese era stretto e il nostro italiano ginnasiale: eppure bene o male ci riuscimmo.
"Coordinazione costante" erano il suo mantra, nonche' le uniche parole in lingua che conoscesse. Nel corso di un'estate calda, tenedoci praticamente per mano, ci insegno' a non avere paura, e ad entrare in acqua sempre perfettamente. In pochi lo seguimmo sempre piu' in alto sugli scogli, mentre altri, soddisfatti di avere imparato la tecnica di base, rimasero in basso. 'Arazio conosceva tutti i posti giusti per tuffarsi su e giu' per la scogliera, e ci dava appuntamento per il giorno dopo "sotto la tavenetta" oppure "alla nave di pietra", dove passavamo la giornata a studiare la sua tecnica e a tentare - poveramente - di imitarla. Ma lo seguimmo a tutte le altezze di scoglio, anche quelle che quando la folla di bagnanti come gabbiani sulle rocce lo vedeva salirci, si ammutoliva, si sedevano eretti sugli asciugamani, inforcavano occhiali da sole per vedere bene o allungavano le mani nelle borse per prendere le macchine fotografiche.
"Coordinazione costante" erano il suo mantra, nonche' le uniche parole in lingua che conoscesse. Nel corso di un'estate calda, tenedoci praticamente per mano, ci insegno' a non avere paura, e ad entrare in acqua sempre perfettamente. In pochi lo seguimmo sempre piu' in alto sugli scogli, mentre altri, soddisfatti di avere imparato la tecnica di base, rimasero in basso. 'Arazio conosceva tutti i posti giusti per tuffarsi su e giu' per la scogliera, e ci dava appuntamento per il giorno dopo "sotto la tavenetta" oppure "alla nave di pietra", dove passavamo la giornata a studiare la sua tecnica e a tentare - poveramente - di imitarla. Ma lo seguimmo a tutte le altezze di scoglio, anche quelle che quando la folla di bagnanti come gabbiani sulle rocce lo vedeva salirci, si ammutoliva, si sedevano eretti sugli asciugamani, inforcavano occhiali da sole per vedere bene o allungavano le mani nelle borse per prendere le macchine fotografiche.
'Arazio saliva agilmente ma lentamente sullo spuntone o sulla cima di roccia nera piu' alta che ci fosse in giro. Passava gran tempo a trovare la posizione di appiglio per le dita dei piedi, fondamentale per superare gli scogli sotto e le lame di lava che spuntavano ovunque dagli scogli. Perche' la lava nera si alliscia coll'azione del mare giu' dove le onde incessantemente la lambiscono, ma sopra, a dieci o quindici metri di altezza, dove gli spruzzi arrivano solo con le mareggiate di scirocco invernali, la lava e' una grattugia: si mangia suole e pelle di piedi solo a camminarci sopra. E 'Arazio aveva una predilizione per rocce non a picco. Rocce cioe' dove occorreva tuffarsi spingendosi molto in avanti per evitare di cadere sulla lava sottostante.
Una volta trovata la posizione, 'Arazio stava per parecchi minuti immobile, eretto, braccia piegate ai gomiti e mani davanti al petto, come in preghiera, guardando le onde che pigramente arrivavano dal largo e si perdevano nella cala sotto, molto sotto di lui.
Poi, come una molla, si lanciava verso il sole, braccia improvvisamente aperte, un riflesso color cuoio nuovo contro il blu del cielo...arrivato all'apice della spinta il torace e la testa si piegavano come un coltello a serramanico verso il basso, le braccia si chiudevano in avanti, e le gambe seguivano la direzione imposta dalla gravita' rialzandosi verticalmente dietro ed in alto, il tuffo carpiato perfetto da venti metri di altezza, il corpo ancora librato in aria, sospeso come il fiato di tutti i presenti. E poi giu' giu, a picco, coordinazione costante, contro lo sfondo di roccia nera, talloni uniti, braccia e mani pronte a rompere il pelo dell'acqua, per un tempo che non sembrava non finire mai, fino a sparire con piccolo spruzzo ed un piccolo splash nel verde-blu del mare sotto, entrando in acqua - orrore supremo - esattamente nel metro e mezzo di mare disponibile fra due scogli affioranti.
Una volta trovata la posizione, 'Arazio stava per parecchi minuti immobile, eretto, braccia piegate ai gomiti e mani davanti al petto, come in preghiera, guardando le onde che pigramente arrivavano dal largo e si perdevano nella cala sotto, molto sotto di lui.
Poi, come una molla, si lanciava verso il sole, braccia improvvisamente aperte, un riflesso color cuoio nuovo contro il blu del cielo...arrivato all'apice della spinta il torace e la testa si piegavano come un coltello a serramanico verso il basso, le braccia si chiudevano in avanti, e le gambe seguivano la direzione imposta dalla gravita' rialzandosi verticalmente dietro ed in alto, il tuffo carpiato perfetto da venti metri di altezza, il corpo ancora librato in aria, sospeso come il fiato di tutti i presenti. E poi giu' giu, a picco, coordinazione costante, contro lo sfondo di roccia nera, talloni uniti, braccia e mani pronte a rompere il pelo dell'acqua, per un tempo che non sembrava non finire mai, fino a sparire con piccolo spruzzo ed un piccolo splash nel verde-blu del mare sotto, entrando in acqua - orrore supremo - esattamente nel metro e mezzo di mare disponibile fra due scogli affioranti.
Solo allora gli astanti respiravano. Quando riemergeva, applausi e voci lo accompagnavano al suo asciugamano sbiadito, dove si stendeva ad asciugarsi, un pezzo di sorriso all'angolo della bocca e una innata modestia che gli impediva di riconoscere le emozioni che dispensava.
Le storie su di lui erano tante: che era un ex-calciatore, che fosse del rione San Cristoforo, covo di amici e di donne dagli occhi di bragia, che vivesse mantenuto da una donna...nessuno di noi volle mai sapere davvero chi fosse o cosa facesse: era 'Arazio il tuffatore, leggenda della scogliera, pelle di serpente e sorriso costante.
Per quanto ne sappia, e' ancora li' che si spalma di nivea ed insegna ai ragazzini come non farsi male nel passaggio fra la roccia, il cielo e il mare.
Le storie su di lui erano tante: che era un ex-calciatore, che fosse del rione San Cristoforo, covo di amici e di donne dagli occhi di bragia, che vivesse mantenuto da una donna...nessuno di noi volle mai sapere davvero chi fosse o cosa facesse: era 'Arazio il tuffatore, leggenda della scogliera, pelle di serpente e sorriso costante.
Per quanto ne sappia, e' ancora li' che si spalma di nivea ed insegna ai ragazzini come non farsi male nel passaggio fra la roccia, il cielo e il mare.
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archivio (55) Sera a Saigon
Lasciate che vi racconti della mia cena da solo a Saigon. Lo so che non e' ancora notte da voi, ma qui si, e io mi sento ispirato (/espirato).
Un amica recentemente mi sciveva ti immagino sul mekong, seduto a gambe incrociate in una canoa, in maniche di camicia arrotolate, il fucile sulle gionocchia... Quasi giusto. A parte il fucile, che e' una cosa solo da Africa ormai. Ma qui e ora sono in citta', e che citta'. Quando ho finito di lavorare - da solo, in camera d'albergo - erano ormai le nove e mezza di sera. Non sono qui da solo: ci sono colleghi nello stesso albergo. Ma americani, australiani, indiani, inglesi e cinesi di Hong Kong hanno tutti una cosa in comune, culturalmente angli che non sono altri: cenano alle sette di sera. Spesso lo faccio anche io, per non essere antisocial, ma oggi proprio non ne avevo voglia. Quindi ho saltato il pranzo, e solo quando ho finito tutto quello che dovevo fare sono uscito. Saigon e' come Hanoi ma piu' americana. Sempre il fiume di motorini c'e' per strada. Sul marciapiede ho alzato una mano e si e' fermato un VinaTaxi. Gli ho dato il bigliettino del Pacharan e mi ci sono fatto riportare. Venti minuti forse, traffico ormai leggero, tre euro - cosi' sono i taxi in quasi tutto il mondo: moltissimi, disponibili, e non cari. Ma lasciamo perdere i pippotti...sono arrivato che erano le dieci, e sceso dal taxi mi sono trovato davanti la porta del night club accanto, e il fila sulla porta cinque zoccole in minigonna, ovviamente messe li' per attirare il pubblico...meno male che avevo troppa fame, ergo le ho ignorate. Il ristorante e' la porta accanto. Ignoro le zoccole ed entro nel ristorante spagnolo di Saigon. E' su tre piani, ad angolo in una piazza. Sotto il bar, sopra il ristorante vero e proprio (con un altro bar), e piu' sopra ancora terrazza. Pareti bianche, archi che ricordano l'Alhambra, echi di al-andalus. O sono io che dalla fame vaneggio, piu' probabile. Una ragazza mi accompagna al primo piano.
Un amica recentemente mi sciveva ti immagino sul mekong, seduto a gambe incrociate in una canoa, in maniche di camicia arrotolate, il fucile sulle gionocchia... Quasi giusto. A parte il fucile, che e' una cosa solo da Africa ormai. Ma qui e ora sono in citta', e che citta'. Quando ho finito di lavorare - da solo, in camera d'albergo - erano ormai le nove e mezza di sera. Non sono qui da solo: ci sono colleghi nello stesso albergo. Ma americani, australiani, indiani, inglesi e cinesi di Hong Kong hanno tutti una cosa in comune, culturalmente angli che non sono altri: cenano alle sette di sera. Spesso lo faccio anche io, per non essere antisocial, ma oggi proprio non ne avevo voglia. Quindi ho saltato il pranzo, e solo quando ho finito tutto quello che dovevo fare sono uscito. Saigon e' come Hanoi ma piu' americana. Sempre il fiume di motorini c'e' per strada. Sul marciapiede ho alzato una mano e si e' fermato un VinaTaxi. Gli ho dato il bigliettino del Pacharan e mi ci sono fatto riportare. Venti minuti forse, traffico ormai leggero, tre euro - cosi' sono i taxi in quasi tutto il mondo: moltissimi, disponibili, e non cari. Ma lasciamo perdere i pippotti...sono arrivato che erano le dieci, e sceso dal taxi mi sono trovato davanti la porta del night club accanto, e il fila sulla porta cinque zoccole in minigonna, ovviamente messe li' per attirare il pubblico...meno male che avevo troppa fame, ergo le ho ignorate. Il ristorante e' la porta accanto. Ignoro le zoccole ed entro nel ristorante spagnolo di Saigon. E' su tre piani, ad angolo in una piazza. Sotto il bar, sopra il ristorante vero e proprio (con un altro bar), e piu' sopra ancora terrazza. Pareti bianche, archi che ricordano l'Alhambra, echi di al-andalus. O sono io che dalla fame vaneggio, piu' probabile. Una ragazza mi accompagna al primo piano.
- sei solo?
- si
- siediti qui, vedi la piazza e puoi fumare
- e tu come lo sai che fumo?
- hai fumato l'altra sera quando eri qui col tuo collega
(sorridendo alla mia faccia incredula - non me la ricordo assolutamente e sono venuto solo una volta prima)
- vuoi lo stesso vino?
(recuperando, maschera da KT su)
- si grazie
Se ne va, vestita da Viet Cong in pigiama nero, sottile e flessuosa. Appoggio le sigarette sul tavolo, il portacenere c'e' gia'. Torna in dieci secondi con il menu'. Visto che sono gia' le dieci non voglio fare perdere tempo alla cucina, ordino subito. Una ciotola di olive cunzate (condite con olio, peperoncino, pezzi di cetriolini ed altre cose yummy), insalata di erba verde scura con su adagiate due fettone di meraviglioso, fantastico, orgasmevole queso de cabra, a cui si dovrebbe elevare un'ode. Poi stufato di puerco con ceci e altre cose buone. La ragazza sparisce di nuovo.
Guardo la piazza. Sotto la finestra - che non e' una finestra, e' una vetrina, come quelle dei negozi, solo che invece di guardar dentro si guarda fuori - c'e' un semaforo, dozzine di motorini fermi al rosso. Mi hanno detto che a dicembre scorso hanno introdotto la legge sul casco, ed infatti tutti ne hanno uno: coloratissimi, a fiori, a forma di coccinella a pois, rosa, azzurri, gialli. Un bimbo, in piedi davanti al padre che guida, ne ha uno con un bellissimo paio di corna da diavoletto. Luminose, rosse. Penso che sia una figata. Al centro della piazza taxi parcheggiati - a Saigon i taxi sono di tutti i colori e forme, dall'altro lato della piazza i quattro piani in stile francese del Grand Hyatt, anche lui bianco.
La ragazza torna col vino. Semplice Vina Sol Torres, bianco. Nei paesi tropicali non ce la faccio a bere il rosso - troppo caldo. Mi mette anche il secchiello col ghiaccio per tenerlo fresco. Poi arrivano il pane e le olive, una baguette a fette calda calda. Mmmm.... fra me e me mugolo di piacere olfattivo e gustativo. Mangio, e bevo. Penso alla giornata e al Vietnam a come mi piacerebbe vivere qui, fra questa gente che al contrario dei cinesi con faccia torva o inscrutabile, sorride sempre. Poi arriva l'insalata (mi sono abituato a questa cosa che l'insalata la mangiano prima della pietanza). Il queso di cabra e' rustico come deve esserlo marieddu, e profumato come deve esserlo chi gli sta dietro. Al sapore e' come una crema densa con sentori di miele ma allo stesso tempo tagliente...non le so descrivere queste cose, ci vorrebbe la veronellite, che non ho. Col pane raccolgo l'olio - vero - e lentamente mi sento meglio. Al bancone del bar, dall'altro lato della sala, oltre gli archi, quattro turisti australiani vestiti da turisti - pantaloncini, magliette, sandali - bevono e si fanno fotografie con in testa i cappelli di paglia a forma di cono tradizionali, che devono avere comprato come souvenir. Li ignoro.
La ragazza Viet Cong appare dal niente ogni volta che il bicchiere e' vuoto, non dice niente, lo riempie, e sparisce. Per rispetto a cotanta professionalita', ogni volta che ripete la procedura io appoggio la forchetta e smetto di mangiare, e quando ha finito le sorrido.
Lo stufato di puerco non e' per fortuna tanto, ma i ceci sono buoni e con l'aiuto del pane anche questo e' finito in poco tempo. Fuori il traffico diminuisce. Due motorini si scontrano e finiscono a terra, ma andavano entrambi a due all'ora, quindi si rialzano, si scotolano, e ognuno per la sua strada.
Ho finito e mi sento benissimo. Per puliziarmi 'a ucca, come si dice, chiedo un piatto di frutta. Arriva pulita, affettata e impilata. Il mango e' buono, l'anguria pure, la mela anche. Il dragonfuit non tanto, ma mangio tutto lo stesso. La solitudine non rovina la cena, per furtuna, se no in questi viaggi non mangerei mai.
Si sono fatte le undici, e dietro di me stanno chiudendo la cucina. Chiedo il conto - roba da poco, anche col vino - pago, lascio la mancia alla Viet Cong (non lo faccio mai in Oriente, dove non se l'aspettano) e me ne vado. Esco sulla strada e per fortuna le zoccole non ci sono piu'. Sul bordo del marciapiede alzo una mano, e un taxi si ferma subito. Saluto l'autista, gli do' il bigliettino dell' albergo dove sto, poi mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi. In Italia sono le sei del pomeriggio, ma KT, nel Far Side of the World ora vuole solo dormire. Devo ricordarmi di dire a SonoEsa del queso de cabra...
..tutto questo scrivere mi ha messo fame, e sono le 18:15 a Saigon. Non ho pranzato, quindi esco e vado a cena qui vicino. Mi hanno detto che c'e' un ristorante Ceco che fa carne alla brace come si deve...
- si
- siediti qui, vedi la piazza e puoi fumare
- e tu come lo sai che fumo?
- hai fumato l'altra sera quando eri qui col tuo collega
(sorridendo alla mia faccia incredula - non me la ricordo assolutamente e sono venuto solo una volta prima)
- vuoi lo stesso vino?
(recuperando, maschera da KT su)
- si grazie
Se ne va, vestita da Viet Cong in pigiama nero, sottile e flessuosa. Appoggio le sigarette sul tavolo, il portacenere c'e' gia'. Torna in dieci secondi con il menu'. Visto che sono gia' le dieci non voglio fare perdere tempo alla cucina, ordino subito. Una ciotola di olive cunzate (condite con olio, peperoncino, pezzi di cetriolini ed altre cose yummy), insalata di erba verde scura con su adagiate due fettone di meraviglioso, fantastico, orgasmevole queso de cabra, a cui si dovrebbe elevare un'ode. Poi stufato di puerco con ceci e altre cose buone. La ragazza sparisce di nuovo.
Guardo la piazza. Sotto la finestra - che non e' una finestra, e' una vetrina, come quelle dei negozi, solo che invece di guardar dentro si guarda fuori - c'e' un semaforo, dozzine di motorini fermi al rosso. Mi hanno detto che a dicembre scorso hanno introdotto la legge sul casco, ed infatti tutti ne hanno uno: coloratissimi, a fiori, a forma di coccinella a pois, rosa, azzurri, gialli. Un bimbo, in piedi davanti al padre che guida, ne ha uno con un bellissimo paio di corna da diavoletto. Luminose, rosse. Penso che sia una figata. Al centro della piazza taxi parcheggiati - a Saigon i taxi sono di tutti i colori e forme, dall'altro lato della piazza i quattro piani in stile francese del Grand Hyatt, anche lui bianco.
La ragazza torna col vino. Semplice Vina Sol Torres, bianco. Nei paesi tropicali non ce la faccio a bere il rosso - troppo caldo. Mi mette anche il secchiello col ghiaccio per tenerlo fresco. Poi arrivano il pane e le olive, una baguette a fette calda calda. Mmmm.... fra me e me mugolo di piacere olfattivo e gustativo. Mangio, e bevo. Penso alla giornata e al Vietnam a come mi piacerebbe vivere qui, fra questa gente che al contrario dei cinesi con faccia torva o inscrutabile, sorride sempre. Poi arriva l'insalata (mi sono abituato a questa cosa che l'insalata la mangiano prima della pietanza). Il queso di cabra e' rustico come deve esserlo marieddu, e profumato come deve esserlo chi gli sta dietro. Al sapore e' come una crema densa con sentori di miele ma allo stesso tempo tagliente...non le so descrivere queste cose, ci vorrebbe la veronellite, che non ho. Col pane raccolgo l'olio - vero - e lentamente mi sento meglio. Al bancone del bar, dall'altro lato della sala, oltre gli archi, quattro turisti australiani vestiti da turisti - pantaloncini, magliette, sandali - bevono e si fanno fotografie con in testa i cappelli di paglia a forma di cono tradizionali, che devono avere comprato come souvenir. Li ignoro.
La ragazza Viet Cong appare dal niente ogni volta che il bicchiere e' vuoto, non dice niente, lo riempie, e sparisce. Per rispetto a cotanta professionalita', ogni volta che ripete la procedura io appoggio la forchetta e smetto di mangiare, e quando ha finito le sorrido.
Lo stufato di puerco non e' per fortuna tanto, ma i ceci sono buoni e con l'aiuto del pane anche questo e' finito in poco tempo. Fuori il traffico diminuisce. Due motorini si scontrano e finiscono a terra, ma andavano entrambi a due all'ora, quindi si rialzano, si scotolano, e ognuno per la sua strada.
Ho finito e mi sento benissimo. Per puliziarmi 'a ucca, come si dice, chiedo un piatto di frutta. Arriva pulita, affettata e impilata. Il mango e' buono, l'anguria pure, la mela anche. Il dragonfuit non tanto, ma mangio tutto lo stesso. La solitudine non rovina la cena, per furtuna, se no in questi viaggi non mangerei mai.
Si sono fatte le undici, e dietro di me stanno chiudendo la cucina. Chiedo il conto - roba da poco, anche col vino - pago, lascio la mancia alla Viet Cong (non lo faccio mai in Oriente, dove non se l'aspettano) e me ne vado. Esco sulla strada e per fortuna le zoccole non ci sono piu'. Sul bordo del marciapiede alzo una mano, e un taxi si ferma subito. Saluto l'autista, gli do' il bigliettino dell' albergo dove sto, poi mi appoggio allo schienale e chiudo gli occhi. In Italia sono le sei del pomeriggio, ma KT, nel Far Side of the World ora vuole solo dormire. Devo ricordarmi di dire a SonoEsa del queso de cabra...
..tutto questo scrivere mi ha messo fame, e sono le 18:15 a Saigon. Non ho pranzato, quindi esco e vado a cena qui vicino. Mi hanno detto che c'e' un ristorante Ceco che fa carne alla brace come si deve...
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archivio (54) Cinitalia
L'unica liberta' che i cinesi moderni non hanno e' quella di scegliersi il governo. Non che in Italia sia molto diverso, al massimo possono scegliersi un partito. Tutte le altre liberta' personali che noi prendiamo per garantite ci sono anche in Cina, e da anni ormai. Ne cito solo alcune cosi' la finiamo con questa farsa, e facciamo invece raccolte di firme per le cose importanti che ci riguardano direttamente, come i vergognosi lager in Puglia per i lavoratori immigrati, per i quali nessuno naivemente si agita o raccoglie firme, e nessuno si dichiara d'accordo.
In questo momento, un cinese medio, uomo o donna, di qualunque estrazione sociale, istruito o no, puo' liberamente scegliere, solo ed esclusivamente sulla base di preferenze personali, e ovviamente di quanti soldi abbia, una, alcune o tutte le scelte seguenti:
- dove vivere
- se e cosa studiare, e dove
- che lavoro fare: operaio, impiegato, imprenditore, commerciante, statale.
- da chi farsi raccomandare per favori, promozioni, carriera
- che taxi o autobus o metropolitana prendere per spostarsi
- cosa mangiare, quando, e cosa scegliere. E la scelta e' infinita.
- cosa bere, e lo fanno in quantita', in compagnia e con gusto.
- se, dove e con chi sposarsi. Chi invitare, che vestiti indossare, e se fare il servizio fotografico vestiti entrambi stile belle epoque o in stile giapponese in kimono, entrambi al momento di moda.
- quando divorziare
- se e quando risposarsi
- quando fare un figlio, o non farlo
- da quale medico o in quale ospedale farsi curare.
- dove e quando andare in vacanza, compreso all'estero
- che regali comprare e a chi, e in quale ricorrenza
- che vestiti, accessori, orologi, profumi comprarsi ed indossare o usare.
- che telefonino comprare, quale network scegliere, e quanto pagarlo
- dove andare per parrucchiere, sauna, massaggi
- che automobile comprarsi, comprese BMW, Merc e Lexus.
- dove andare il venerdi' sera e tutte le altre sere
- dove andare la domenica, compreso in chiesa o allo stadio
- che amici/ amiche avere, e chi evitare
- dove andare al bar
- dove andare a giocare a carte o a majong
- cosa leggere fra tutta la roba stampata disponibile, comprese migliaia di traduzioni, ufficiali e no, di testi stranieri.
- che canale televisivo guardare fra le dozzine disponibili (OK, non la BBC o la CNN. Ma la televisione di stato fa propaganda a chi comanda, esattamente come da noi, quindi si regolano su cosa credere, proprio come noi)
- quale forum, chat room, o blog seguire (e le notizie sui giornali del governo che controlla internet sono esagerazioni - ci sono 500 milioni e piu' di persone che usano internet in Cina - lo farebbero forse se non ci fosse niente? Googlate 'circumventor')
- quale mostra d'arte andare a vedere, e che tipo di arte comprarsi per decorare la casa
- a quale conferenza, seminario, congresso o altra riunione professionale, domestica o internazionale, partecipare.
- cosa fotografare e quando, a parte le zone militari
- quando scioperare
- quando cambiare lavoro (sia la scelta che le opportunita' sono senza fine)
- che pensione privata scegliere, e quando mettersi in pensione
- chi lasciare l'eredita'
- che domestica assumere, se filippina o indonesiana.
- quanto pagarla in nero
- quanto pagare di tasse, e quanto cercare di evadere
- quando e' il caso di lamentarsi per la corruzione dei governanti locali, e quando e' il caso di sfruttarla.
Ce ne sarebbe di piu' ma non e' che possa perdere troppo tempo con queste favole della Cina orco dell'era moderna.
In questo momento, un cinese medio, uomo o donna, di qualunque estrazione sociale, istruito o no, puo' liberamente scegliere, solo ed esclusivamente sulla base di preferenze personali, e ovviamente di quanti soldi abbia, una, alcune o tutte le scelte seguenti:
- dove vivere
- se e cosa studiare, e dove
- che lavoro fare: operaio, impiegato, imprenditore, commerciante, statale.
- da chi farsi raccomandare per favori, promozioni, carriera
- che taxi o autobus o metropolitana prendere per spostarsi
- cosa mangiare, quando, e cosa scegliere. E la scelta e' infinita.
- cosa bere, e lo fanno in quantita', in compagnia e con gusto.
- se, dove e con chi sposarsi. Chi invitare, che vestiti indossare, e se fare il servizio fotografico vestiti entrambi stile belle epoque o in stile giapponese in kimono, entrambi al momento di moda.
- quando divorziare
- se e quando risposarsi
- quando fare un figlio, o non farlo
- da quale medico o in quale ospedale farsi curare.
- dove e quando andare in vacanza, compreso all'estero
- che regali comprare e a chi, e in quale ricorrenza
- che vestiti, accessori, orologi, profumi comprarsi ed indossare o usare.
- che telefonino comprare, quale network scegliere, e quanto pagarlo
- dove andare per parrucchiere, sauna, massaggi
- che automobile comprarsi, comprese BMW, Merc e Lexus.
- dove andare il venerdi' sera e tutte le altre sere
- dove andare la domenica, compreso in chiesa o allo stadio
- che amici/ amiche avere, e chi evitare
- dove andare al bar
- dove andare a giocare a carte o a majong
- cosa leggere fra tutta la roba stampata disponibile, comprese migliaia di traduzioni, ufficiali e no, di testi stranieri.
- che canale televisivo guardare fra le dozzine disponibili (OK, non la BBC o la CNN. Ma la televisione di stato fa propaganda a chi comanda, esattamente come da noi, quindi si regolano su cosa credere, proprio come noi)
- quale forum, chat room, o blog seguire (e le notizie sui giornali del governo che controlla internet sono esagerazioni - ci sono 500 milioni e piu' di persone che usano internet in Cina - lo farebbero forse se non ci fosse niente? Googlate 'circumventor')
- quale mostra d'arte andare a vedere, e che tipo di arte comprarsi per decorare la casa
- a quale conferenza, seminario, congresso o altra riunione professionale, domestica o internazionale, partecipare.
- cosa fotografare e quando, a parte le zone militari
- quando scioperare
- quando cambiare lavoro (sia la scelta che le opportunita' sono senza fine)
- che pensione privata scegliere, e quando mettersi in pensione
- chi lasciare l'eredita'
- che domestica assumere, se filippina o indonesiana.
- quanto pagarla in nero
- quanto pagare di tasse, e quanto cercare di evadere
- quando e' il caso di lamentarsi per la corruzione dei governanti locali, e quando e' il caso di sfruttarla.
Ce ne sarebbe di piu' ma non e' che possa perdere troppo tempo con queste favole della Cina orco dell'era moderna.
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archivio (53) Sativa
Prefettura di Dali, Yunnan occidentale.
Cresce lungo i bordi delle strade, nei cortili delle case, nella terra fra le risaie, sotto i noci e perfino fra le terrazze di mais. E' ovunque, endemica, selvatica, cannabis indica, non meno di quattro mesi prima che faccia i fiori. Una volta mi sarebbe venuto da piangere, ora mi limito a guardarmi in giro, che gran posto.
E' da una settimana che sono in giro per queste valli. Villaggi a mezza costa all'ombra dei pini, muri dipinti da poco di bianco e decorati a murali tradizionali di queste genti, un misto di Han e Dai, spruzzato da altre razze, qui da chissa' quando. Le strade bianche lungo le pendici della valle sono frequentate da asini, vacche, capre, e le donne che se ne occupano. Gli uomini sono andati a lavorare in citta', i bambini sono a scuola.
A fondovalle la diga di terra, i larghi ideogrammi fatti di sassi imbiancati che le danno il nome messi sul pendio dal lato asciutto coperto di erba che sembra un prato inclinato, la diga dicevo, spinge un lago azzurro su per la valle, ed accanto, non cosi' lontano da non sentirne il rumore, l'autostrada e' nera con le macchie verdi dei cartelli che guidano il traffico. L'intera valle e' coltivata, ed e' bellissima: le risaie sotto la diga si estendono verso il sole di mezzogiorno, le pendici ornate da fasce di terrazze a mais, fagioli, pomodori e perfino patate. Villaggi e case qui e li, come masserie nostre, quadrilateri come fortini, casa magazzini e stalle uniti da muri, i tetti grigi di ardesia hanno un accenno di riccioletto alle estremita' della trave di volta.
E ovunque cresce l'erba. Come i fiori. Devo tornare in stagione...
...e' arrivato l'aereo e hanno messo un tappeto rosso, piu' c'e' la limo sotto la scaletta ad aspettare chissa' chi. Certo, ormai le BMW serie 7 ce le hanno cani e porci in Cina, difficile dire chi possa essere. Poi onestamente, chissenefrega? Speriamo che si sbrighino, che l'aereo serve a me per tornare a Kunming, e da li poi ad Hanoi...la strada che tanto mi piace e' ormai un concetto solo mentale, fatto di posti ed aeroporti, ma le stradine della valle di Xiangyun, la bresaola di asino, il sole alto ma non caldo su queste montagne ne fanno un'idea che ancora mi va bene, e mi dispiace non poter dividere con altri meglio di cosi'.
Cresce lungo i bordi delle strade, nei cortili delle case, nella terra fra le risaie, sotto i noci e perfino fra le terrazze di mais. E' ovunque, endemica, selvatica, cannabis indica, non meno di quattro mesi prima che faccia i fiori. Una volta mi sarebbe venuto da piangere, ora mi limito a guardarmi in giro, che gran posto.
E' da una settimana che sono in giro per queste valli. Villaggi a mezza costa all'ombra dei pini, muri dipinti da poco di bianco e decorati a murali tradizionali di queste genti, un misto di Han e Dai, spruzzato da altre razze, qui da chissa' quando. Le strade bianche lungo le pendici della valle sono frequentate da asini, vacche, capre, e le donne che se ne occupano. Gli uomini sono andati a lavorare in citta', i bambini sono a scuola.
A fondovalle la diga di terra, i larghi ideogrammi fatti di sassi imbiancati che le danno il nome messi sul pendio dal lato asciutto coperto di erba che sembra un prato inclinato, la diga dicevo, spinge un lago azzurro su per la valle, ed accanto, non cosi' lontano da non sentirne il rumore, l'autostrada e' nera con le macchie verdi dei cartelli che guidano il traffico. L'intera valle e' coltivata, ed e' bellissima: le risaie sotto la diga si estendono verso il sole di mezzogiorno, le pendici ornate da fasce di terrazze a mais, fagioli, pomodori e perfino patate. Villaggi e case qui e li, come masserie nostre, quadrilateri come fortini, casa magazzini e stalle uniti da muri, i tetti grigi di ardesia hanno un accenno di riccioletto alle estremita' della trave di volta.
E ovunque cresce l'erba. Come i fiori. Devo tornare in stagione...
...e' arrivato l'aereo e hanno messo un tappeto rosso, piu' c'e' la limo sotto la scaletta ad aspettare chissa' chi. Certo, ormai le BMW serie 7 ce le hanno cani e porci in Cina, difficile dire chi possa essere. Poi onestamente, chissenefrega? Speriamo che si sbrighino, che l'aereo serve a me per tornare a Kunming, e da li poi ad Hanoi...la strada che tanto mi piace e' ormai un concetto solo mentale, fatto di posti ed aeroporti, ma le stradine della valle di Xiangyun, la bresaola di asino, il sole alto ma non caldo su queste montagne ne fanno un'idea che ancora mi va bene, e mi dispiace non poter dividere con altri meglio di cosi'.
In memoriam
Se n'e' andato, e io non sapevo nemmeno che stesse male. 'Da pochi mesi', mi dice una voce che conosco ma che non riesco ad abbinare ad un viso al telefono, dalla Sicilia, stamattina prestissimo. Ero gia' sveglio, tentando di riassorbire il jetlag delle ultime settimane.
'Non ne sapevo niente'.
'Lo sai come sono in famiglia', aggiunge la voce che esce dal telefono. Se lo so. Gente riservata, che ha sempre tentato di non dare nell'occhio. E di non raccontare molto delle faccende proprie, neanche agli amici.
Quinto di sette fratelli e sorelle, la mia eta'. 'Ai polmoni', dice la voce. 'Il funerale domani, a casa'. Non c'e' niente altro da dire, ci salutiamo, chiudiamo. Riprendo il libro che stavo leggendo, e mi risdraio sul sofa. Dietro di me, dalla finestra, la luce dell'alba schiarisce il cielo oltre il profilo dei grattacieli di Hong Kong.
Il libro e' uno sconosciuto romanzo ambientato fra gli Anglo-Indiani poco prima dell'indipendenza. Molto bello. Decido di non pensare e mi rimetto a leggere - tutti dormono ancora. Leggo tre o quattro pagine prima di rendermi conto che non sto assorbendo niente.
Suppongo che sia un'altro dei riti di passaggio della vita, quando uno muore, e per la prima volta ti rendi conto che non e' qualcuno piu' vecchio di te, ma uno dei tuoi contemporanei. Uno con il quale sei cresciuto, hai condiviso e fatto cose assieme. Una persona a cui tieni. E ora non c'e' piu, e nessuno vedra' mai piu' il suo sorriso sotto i baffi, il suo passo silenzioso, i quasi riccioli senza forma, la sua figura alta e magra e sempre uguale a se stessa, come impervia al passare del tempo.
Era il 1979, forse le due del pomeriggio, ed io ero bloccato dentro i cancelli del liceo, assieme ad un cretino di LC, mio compagno di classe, il quale non so cosa avesse fatto il giorno prima durante una manifestazione del Fronte. Ed oggi siamo li', ancora al liceo dopo che se ne sono andati tutti, a pensare a cosa fare mentre dall'altro lato della strada una bella squadra di fascisti con bandiere arrotolate attorno a manici d'ascia aspettano che lui esca per fargli un discorso. E io, come al solito in quegli anni, nel mezzo, per curiosita' piu' che altro. I tipi non osano attraversare la strada e venirselo a prendere dentro la scuola - sanno che prima o poi dovra' uscire - ma non hanno nemmeno intenzione di andarsene. Finalmente il preside chiama i carabinieri, i quali vengono a prenderselo e lo portano a casa in sicurezza con la loro auto. La delusione nei volti dall'altro lato della strada e' grande, ma contano di rifarsi sull'amico rimasto: io. Mentre penso che se lasciassi i libri a scuola potrei anche riuscire a distanziarli a piedi - ma forse no, c'e' sicuramente qualche calciatore nel gruppo, una 127 bianca frena davanti al cancello. Si apre lo sportello, una voce dice 'sali!' e io salgo, anzi mi ci tuffo dentro. L'accelerazione richiude lo sportello, una nuvoletta e uno stridio di gomma bruciata e' tutto quello che rimane ai fascisti - non gli e' andata bene oggi. Mi giro, mi lascio cadere sul sedile e sbotto in un sospirone di sollievo. Poi lo guardo e gli faccio 'E tu chi sei?'.
'Piacere mio. Enrico. Tu giochi a basket con mia sorella Anna'.
Quella fu la prima volta che lo incontrai, ventinove anni fa. La mia memoria nuota fra ricordi che affiorano come gli scogli fuori dalla caletta al mare fra i bracci di lava dove sorge casa sua. Mi ricordo come si appassiono' subito al windsurf, e il tempo che ci passava. Ricordo le competizioni di tuffi, a chi si tuffava dallo scoglio piu' alto, o da quello piu' difficile. Che io sappia, solo noi due siamo stati tanto temerari - o incoscienti - da tuffarci dalla terrazza di casa sua, le dita dei piedi precariamente aggrappate all'orlo, la balaustra dietro la schiena, mirando ai tre metri di larghezza della caletta e ignorando gli scogli neri di lava da entrambi i lati. Cose da ragazzi.
La Sicilia gli stava stretta. Ci fu una storia d'amore che fini' male, se ne ando' a lavorare nella piattaforme petrolifere. Prima in Libia, poi in Siberia. Tornava ogni tanto, di solito d'estate. Aveva un Guzzi Le Mans 850 rosso, e lui fu l'unica persona con cui facevamo ogni tanto scambio di motociclette. Voglio dire, la moto non si scambia connessuno - e' come una donna. Non si presta. Ma per qualche motivo non era un problema con Enrico. Quando aveva una ragazza da portare in giro si prendeva la mia California II, parcheggiata nel cortile di casa - tanto io passavo l'estate al mare a casa sua - con la quale era molto piu' facile e comodo scarrozzare ragazze in giro, e mi lasciava le chiavi della sua, con la quale io andavo in giro nelle notti d'estate. Sul Le Mans bastava aprire un po' il gas in quarta per fiondarlo da 70 a 150 in tre respiri e una marcia a salire, nelle ossa quel rombo che faceva scattare gli allarmi delle auto parcheggiate.
Nell'inverno del 1988 trovammo una settimana libera, e partimmo assieme per competere nel Moto Guzzi Winter Trophy. Era una cosa semplicissima: bisognava passare da nove localita' le cui iniziali formassero le parole 'MOTO GUZZI'; fotografare la moto con la targa visibile sotto il cartello stradale con il nome della localita', e mandare una cartolina a Mandello del Lario da ognuna delle localita' stesse. Chiunque avesse fatto il maggior chilometraggio avrebbe vinto. Fu una gran settimana: risalimmo la calabria, passammo dalla Campania, arrivammo in Abruzzo, poi in Molise, scendemmo in Puglia, Lucania e poi di nuovo Calabria. Facemmo le foto, dormivamo in tenda (ed era dicembre), ci fermavamo qua e la' per mangiare o per guardare il panorama - ma mai piu' di dieci minuti perche' avevamo i giorni contati - fu un tour de force, forse tremila chilometri, e ci divertimmo moltissimo. La Moto Guzzi ci mando' due orologi dedicati al Winter Trophy, di cui entrambi eravamo segretamente orgogliosi.
Un giorno torno' dall'oriente, dove aveva cambiato settore - dal petrolio ai pastifici - con una moglie vietnamita. Era carina, mi ricordo, e in famiglia, abituati a queste cose (storia lunga), la accolsero bene. Ma lei non si trovo' bene lontana da casa, e presto se ne torno'. Enrico fu filosofo, non si scompose. Nel frattempo pero' me ne ero andato io dall'Italia. Ci tenevamo in contatto tramite Anna: E' a Grenoble - di nuovo in Russia - in Saudi Arabia. La volta successiva che io tornai in Italia lui era a Milano, dove stava finendo un lavoro. Mi telefono': Mi aiuti a portare giu' la Guzzi? Presi il volo Catania-Milano con il giubbotto, i guanti e il salvacollo in tasca, il casco come bagaglio a mano. Mi venne a prendere all'aeroporto, ci fermammo a cenare da un cinese, poi ci mettemmo in autostrada. 150 fissi, Cambiavamo posto ogni tre o quattro ore, uno guidava, l'altro dormiva appoggiato alla schiena davanti, il rombo e il ritmo del grosso bicilindrico che davano una sensazione di sicurezza, come un cullare. Fu una fiondata unica fino a Catania, una notte e mezza giornata senza fermarsi se non per benzina e sigarette. Quando arrivammo Anna ci aspettava con le canne e il vino nuovo della campagna.
Mi ricordo il tempo e il sudore per costruire un paddock per i cavalli, in campagna dal fratello. La polvere, il caldo d'agosto, il legname, i buchi per terra, i mucchietti di chiodi lucidi fra l'erba gialla.
Mi ricordo la sua ragazza di quel periodo, Giusi, entrare urlando nella stanza della televisione una sera tardi, mentre giocavamo a briscola in cinque. 'Venite presto, Enrico sta male, e' diventato tutto rosso, sembra un peperone, e' caldissimo, le lenzuola gli bruciano la pelle...'. Attonimento generale, poi l'altra Giusi, gia' medico a quel tempo marcio' nella camera da letto ordinando a tutti di rimanere seduti e di non muoversi. Per un po' ci fu un viavai dalla camera alla cucina, bacinelle di acqua fresca, pomate e creme, mentre noi giocavamo fra alzate di sopracciglia e sguardi dubbiosi. Quando torno' le ridevano gli occhi. 'Tutto a posto, non c'e' di che preoccuparsi. Una semplice irritazione dell'epidermide, come un'allergia. Ho detto a Giusi di lasciarlo in pace per qualche giorno e sara' come nuovo...' Fra gli sguardi attoniti di tutti uno dei fratelli chiese: 'Come sarebbe a dire?
Semplice...scopare troppo con questo caldo puo' causare eruzioni cutanee e irritazioni generalizzate della pelle, che e' quello che e' successo a vostro fratello. Se Giusi riesce a controllarsi non c'e' problema.
Ridemmo per molto tempo di questa storia. Non Giusi, la quale per il rimanere dell'estate fu soprannominata 'la vespa'.
Eravamo assieme quando scoprimmo il cibo degli dei, qualche pagina piu' su. E molte altre occasioni che ora non voglio o non riesco a ricordare.
Enrico parti' poi per l'Africa occidentale, e qualche tempo dopo porto' a casa un'altra moglie, questa volta dal Senegal, o forse dalla Sierra Leone. La storia e' molto piu' complicata di cosi', mi sembra che una delegazione di fratelli sia andata a trattare con la di lei famiglia per suggellare il contratto di matrimonio - non sono sicuro, io ero a Londra a quel tempo. Certo e' che la moglie era - e' - bella e altera, come la famiglia in cui si era sposata. Con lei ebbe uno splendido maschietto, un furbone di bambino, uguale a suo padre nel sorriso e nel farsi volere bene. Credo ora abbia cosa, forse sette anni, otto? Spero abbastanza per ricordarsi di suo padre quando lui stesso sara' un uomo.
E le cose che non si ricorda, ci sara' chi gliele raccontera'.
Enrico, 1960 - 2008. In memoriam
'Non ne sapevo niente'.
'Lo sai come sono in famiglia', aggiunge la voce che esce dal telefono. Se lo so. Gente riservata, che ha sempre tentato di non dare nell'occhio. E di non raccontare molto delle faccende proprie, neanche agli amici.
Quinto di sette fratelli e sorelle, la mia eta'. 'Ai polmoni', dice la voce. 'Il funerale domani, a casa'. Non c'e' niente altro da dire, ci salutiamo, chiudiamo. Riprendo il libro che stavo leggendo, e mi risdraio sul sofa. Dietro di me, dalla finestra, la luce dell'alba schiarisce il cielo oltre il profilo dei grattacieli di Hong Kong.
Il libro e' uno sconosciuto romanzo ambientato fra gli Anglo-Indiani poco prima dell'indipendenza. Molto bello. Decido di non pensare e mi rimetto a leggere - tutti dormono ancora. Leggo tre o quattro pagine prima di rendermi conto che non sto assorbendo niente.
Suppongo che sia un'altro dei riti di passaggio della vita, quando uno muore, e per la prima volta ti rendi conto che non e' qualcuno piu' vecchio di te, ma uno dei tuoi contemporanei. Uno con il quale sei cresciuto, hai condiviso e fatto cose assieme. Una persona a cui tieni. E ora non c'e' piu, e nessuno vedra' mai piu' il suo sorriso sotto i baffi, il suo passo silenzioso, i quasi riccioli senza forma, la sua figura alta e magra e sempre uguale a se stessa, come impervia al passare del tempo.
Era il 1979, forse le due del pomeriggio, ed io ero bloccato dentro i cancelli del liceo, assieme ad un cretino di LC, mio compagno di classe, il quale non so cosa avesse fatto il giorno prima durante una manifestazione del Fronte. Ed oggi siamo li', ancora al liceo dopo che se ne sono andati tutti, a pensare a cosa fare mentre dall'altro lato della strada una bella squadra di fascisti con bandiere arrotolate attorno a manici d'ascia aspettano che lui esca per fargli un discorso. E io, come al solito in quegli anni, nel mezzo, per curiosita' piu' che altro. I tipi non osano attraversare la strada e venirselo a prendere dentro la scuola - sanno che prima o poi dovra' uscire - ma non hanno nemmeno intenzione di andarsene. Finalmente il preside chiama i carabinieri, i quali vengono a prenderselo e lo portano a casa in sicurezza con la loro auto. La delusione nei volti dall'altro lato della strada e' grande, ma contano di rifarsi sull'amico rimasto: io. Mentre penso che se lasciassi i libri a scuola potrei anche riuscire a distanziarli a piedi - ma forse no, c'e' sicuramente qualche calciatore nel gruppo, una 127 bianca frena davanti al cancello. Si apre lo sportello, una voce dice 'sali!' e io salgo, anzi mi ci tuffo dentro. L'accelerazione richiude lo sportello, una nuvoletta e uno stridio di gomma bruciata e' tutto quello che rimane ai fascisti - non gli e' andata bene oggi. Mi giro, mi lascio cadere sul sedile e sbotto in un sospirone di sollievo. Poi lo guardo e gli faccio 'E tu chi sei?'.
'Piacere mio. Enrico. Tu giochi a basket con mia sorella Anna'.
Quella fu la prima volta che lo incontrai, ventinove anni fa. La mia memoria nuota fra ricordi che affiorano come gli scogli fuori dalla caletta al mare fra i bracci di lava dove sorge casa sua. Mi ricordo come si appassiono' subito al windsurf, e il tempo che ci passava. Ricordo le competizioni di tuffi, a chi si tuffava dallo scoglio piu' alto, o da quello piu' difficile. Che io sappia, solo noi due siamo stati tanto temerari - o incoscienti - da tuffarci dalla terrazza di casa sua, le dita dei piedi precariamente aggrappate all'orlo, la balaustra dietro la schiena, mirando ai tre metri di larghezza della caletta e ignorando gli scogli neri di lava da entrambi i lati. Cose da ragazzi.
La Sicilia gli stava stretta. Ci fu una storia d'amore che fini' male, se ne ando' a lavorare nella piattaforme petrolifere. Prima in Libia, poi in Siberia. Tornava ogni tanto, di solito d'estate. Aveva un Guzzi Le Mans 850 rosso, e lui fu l'unica persona con cui facevamo ogni tanto scambio di motociclette. Voglio dire, la moto non si scambia connessuno - e' come una donna. Non si presta. Ma per qualche motivo non era un problema con Enrico. Quando aveva una ragazza da portare in giro si prendeva la mia California II, parcheggiata nel cortile di casa - tanto io passavo l'estate al mare a casa sua - con la quale era molto piu' facile e comodo scarrozzare ragazze in giro, e mi lasciava le chiavi della sua, con la quale io andavo in giro nelle notti d'estate. Sul Le Mans bastava aprire un po' il gas in quarta per fiondarlo da 70 a 150 in tre respiri e una marcia a salire, nelle ossa quel rombo che faceva scattare gli allarmi delle auto parcheggiate.
Nell'inverno del 1988 trovammo una settimana libera, e partimmo assieme per competere nel Moto Guzzi Winter Trophy. Era una cosa semplicissima: bisognava passare da nove localita' le cui iniziali formassero le parole 'MOTO GUZZI'; fotografare la moto con la targa visibile sotto il cartello stradale con il nome della localita', e mandare una cartolina a Mandello del Lario da ognuna delle localita' stesse. Chiunque avesse fatto il maggior chilometraggio avrebbe vinto. Fu una gran settimana: risalimmo la calabria, passammo dalla Campania, arrivammo in Abruzzo, poi in Molise, scendemmo in Puglia, Lucania e poi di nuovo Calabria. Facemmo le foto, dormivamo in tenda (ed era dicembre), ci fermavamo qua e la' per mangiare o per guardare il panorama - ma mai piu' di dieci minuti perche' avevamo i giorni contati - fu un tour de force, forse tremila chilometri, e ci divertimmo moltissimo. La Moto Guzzi ci mando' due orologi dedicati al Winter Trophy, di cui entrambi eravamo segretamente orgogliosi.
Un giorno torno' dall'oriente, dove aveva cambiato settore - dal petrolio ai pastifici - con una moglie vietnamita. Era carina, mi ricordo, e in famiglia, abituati a queste cose (storia lunga), la accolsero bene. Ma lei non si trovo' bene lontana da casa, e presto se ne torno'. Enrico fu filosofo, non si scompose. Nel frattempo pero' me ne ero andato io dall'Italia. Ci tenevamo in contatto tramite Anna: E' a Grenoble - di nuovo in Russia - in Saudi Arabia. La volta successiva che io tornai in Italia lui era a Milano, dove stava finendo un lavoro. Mi telefono': Mi aiuti a portare giu' la Guzzi? Presi il volo Catania-Milano con il giubbotto, i guanti e il salvacollo in tasca, il casco come bagaglio a mano. Mi venne a prendere all'aeroporto, ci fermammo a cenare da un cinese, poi ci mettemmo in autostrada. 150 fissi, Cambiavamo posto ogni tre o quattro ore, uno guidava, l'altro dormiva appoggiato alla schiena davanti, il rombo e il ritmo del grosso bicilindrico che davano una sensazione di sicurezza, come un cullare. Fu una fiondata unica fino a Catania, una notte e mezza giornata senza fermarsi se non per benzina e sigarette. Quando arrivammo Anna ci aspettava con le canne e il vino nuovo della campagna.
Mi ricordo il tempo e il sudore per costruire un paddock per i cavalli, in campagna dal fratello. La polvere, il caldo d'agosto, il legname, i buchi per terra, i mucchietti di chiodi lucidi fra l'erba gialla.
Mi ricordo la sua ragazza di quel periodo, Giusi, entrare urlando nella stanza della televisione una sera tardi, mentre giocavamo a briscola in cinque. 'Venite presto, Enrico sta male, e' diventato tutto rosso, sembra un peperone, e' caldissimo, le lenzuola gli bruciano la pelle...'. Attonimento generale, poi l'altra Giusi, gia' medico a quel tempo marcio' nella camera da letto ordinando a tutti di rimanere seduti e di non muoversi. Per un po' ci fu un viavai dalla camera alla cucina, bacinelle di acqua fresca, pomate e creme, mentre noi giocavamo fra alzate di sopracciglia e sguardi dubbiosi. Quando torno' le ridevano gli occhi. 'Tutto a posto, non c'e' di che preoccuparsi. Una semplice irritazione dell'epidermide, come un'allergia. Ho detto a Giusi di lasciarlo in pace per qualche giorno e sara' come nuovo...' Fra gli sguardi attoniti di tutti uno dei fratelli chiese: 'Come sarebbe a dire?
Semplice...scopare troppo con questo caldo puo' causare eruzioni cutanee e irritazioni generalizzate della pelle, che e' quello che e' successo a vostro fratello. Se Giusi riesce a controllarsi non c'e' problema.
Ridemmo per molto tempo di questa storia. Non Giusi, la quale per il rimanere dell'estate fu soprannominata 'la vespa'.
Eravamo assieme quando scoprimmo il cibo degli dei, qualche pagina piu' su. E molte altre occasioni che ora non voglio o non riesco a ricordare.
Enrico parti' poi per l'Africa occidentale, e qualche tempo dopo porto' a casa un'altra moglie, questa volta dal Senegal, o forse dalla Sierra Leone. La storia e' molto piu' complicata di cosi', mi sembra che una delegazione di fratelli sia andata a trattare con la di lei famiglia per suggellare il contratto di matrimonio - non sono sicuro, io ero a Londra a quel tempo. Certo e' che la moglie era - e' - bella e altera, come la famiglia in cui si era sposata. Con lei ebbe uno splendido maschietto, un furbone di bambino, uguale a suo padre nel sorriso e nel farsi volere bene. Credo ora abbia cosa, forse sette anni, otto? Spero abbastanza per ricordarsi di suo padre quando lui stesso sara' un uomo.
E le cose che non si ricorda, ci sara' chi gliele raccontera'.
Enrico, 1960 - 2008. In memoriam
Wednesday, 4 February 2009
Caffe'
Sono le sette di mattina e sono in piedi in cucina, il gomito sinistro appoggiato al muro, un piede incrociato sull'altro. Aspetto che la caffettiera si sbrighi, guardo giu' dalla finestra il traffico mattutino su Electric Road, il cervello ancora spento e addormentato.
Con un fruscio arriva la mia piccola gia' vestita per scuola. Passa sotto l'ascella e mi da' un grande abbraccio attorno alla pancia, stringendomi ad occhi chiusi e sorridendo, come fa lei sempre.
Abbasso la testa per darle un bacio sui capelli, e arriccio il naso.
- Piccola, cosa e' questo odore?
Lei fa un passo indietro, alza la testa, assume un'espressione afflitta.
- La mamma mi ha comprato lo shampoo al pineapple. Come si dice pineapple?
- Uhm...ananas?
- Ecco si. Ananas. E anche il conditioner - il balsamo - e' di pineapple. E siccome non ne ho altri devo lavarmi i capelli con questo per forza.
- Dai, non e' tanto male...
Mi interrompe, la voce piu' alta di un'ottava:
- Papa'! ma tu non sai che il body wash che ho e' al mango!
- Mango. Giusto. Uhm...e quindi...?
- Papa'!! E quindi vuol dire che odoro come una Macedonia di Frutta!! Grrrrr!!
- Oh. I see... Capisco. Uhm... Guarda, troveremo sicuramente una soluzione. Nel frattempo, quando ti fai la doccia vai a prendere il mio sapone e usa quello.
- Oh posso? Davvero? Grazie papa'. Bacio, devo andare adesso o perdo l'autobus...
- Ciao maced...ehm.. *smuak*
Mi guarda con i fulmini negli occhi ma sorride, e scappa via.
Con un fruscio arriva la mia piccola gia' vestita per scuola. Passa sotto l'ascella e mi da' un grande abbraccio attorno alla pancia, stringendomi ad occhi chiusi e sorridendo, come fa lei sempre.
Abbasso la testa per darle un bacio sui capelli, e arriccio il naso.
- Piccola, cosa e' questo odore?
Lei fa un passo indietro, alza la testa, assume un'espressione afflitta.
- La mamma mi ha comprato lo shampoo al pineapple. Come si dice pineapple?
- Uhm...ananas?
- Ecco si. Ananas. E anche il conditioner - il balsamo - e' di pineapple. E siccome non ne ho altri devo lavarmi i capelli con questo per forza.
- Dai, non e' tanto male...
Mi interrompe, la voce piu' alta di un'ottava:
- Papa'! ma tu non sai che il body wash che ho e' al mango!
- Mango. Giusto. Uhm...e quindi...?
- Papa'!! E quindi vuol dire che odoro come una Macedonia di Frutta!! Grrrrr!!
- Oh. I see... Capisco. Uhm... Guarda, troveremo sicuramente una soluzione. Nel frattempo, quando ti fai la doccia vai a prendere il mio sapone e usa quello.
- Oh posso? Davvero? Grazie papa'. Bacio, devo andare adesso o perdo l'autobus...
- Ciao maced...ehm.. *smuak*
Mi guarda con i fulmini negli occhi ma sorride, e scappa via.
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archivio (52) Quarta sponda
L'hotel e' in Baladiya Street, di fronte alla sede locale delle Nazioni Unite. Naturalmente, secondo la mappa del Touring Club Italiano (che si trova online) la strada si chiamava via Generale Emilio De Bono, e di fronte c'era il comando militare della colonia.
E' ancora presto per farsi un'idea precisa - sono arrivato solo ieri sera, e stamattina sono uscito per comprare le sigarette. Ma la sensazione di essere in Sicilia e' forte. Le strade strette, le case a due o tre piani, bianche, le porte aperte sul marciapiede, poca gente in giro, macchine parcheggiate ai due lati della strada. Polvere, marciapiedi sconnessi, cicche di sigarette per terra. La brezza del mattino e' fresca e porta l'odore del porto, non molto lontano. Non sono stato fuori molto, ho girato intorno all'isolato e sono tornato per un caffe'. Il quale e' terribile, ma come dicono gli inglesi non e' il caso di lamentarsi. Ci sono cornetti nella vetrina calda, urne di succo d'arancia orgogliosamente quasi vuote, mele e banane, una scatola solitaria di cereali, e - per fortuna - un barattolo di Nutella, la quale, con il cornetto, mi salva la mattinata e perfino il caffe' sembra bevibile. Dalla finestra si vede un minareto, ma non ho sentito nessuna chiamata alla preghiera. Forse stavo ancora dormendo.
Mah. Vedremo come si sviluppa la situazione. Ho visto due donne, una all'aeroporto ed una per strada: coperte da capo a piedi ma non il viso. Una aveva gli occhi viola.
Meglio che la smetta e che mi prepari. Doccia, barba, fra un'ora passano a prendermi.
La quarta sponda.
Le quattro del pomeriggio e con Jeffrey usciamo per fare una passeggiata in questa citta' che non conosciamo. L'albergo e' poco fuori dal centro, di fronte al distretto militare. Giriamo a sinistra in via De Bono e scendiamo verso la cattedrale. I marciapiedi sono a mattonelle di cemento, i cordoli di granito grigio. L'asfalto della strada e' liscio ed antico. A sinistra vecchi edifici a tre o quattro piani, probabilmente governativi, a destra il muro di cinta della caserma. Poco dopo giriamo a sinistra e siamo in piazza della cattedrale. A destra il doppio arco in stile Impero del palazzo dell'INPS, a sinistra il palazzo delle Poste, in cima ad una decina di gradini bianchi lunghi quanto la facciata, caldi dal sole. Attraversiamo la strada per andare all'ombra, ed entriamo nella frescura dei portici di Corso Vittorio Emanuele. Il caldo del pomeriggio di agosto tiene quasi tutti i negozi chiusi - apriranno verso le cinque. Il colonnato dei portici, ed il soffitto a cassettoni in stucco e' molto elegante, ma scrostato ed ingrigito dagli anni e dall'incuria. Attraversiamo un paio di traverse - via La Spezia, via Savona, via Genova, e proseguiamo sotto i portici. Poca gente, uomini in occhiali da sole che parlano al telefono. Poco dopo sbuchiamo nel sole di Piazza Castello. A destra, il porto, chiuso dal molo di ponente, qualche nave ormeggiata, il mare blu. Attraversiamo la strada su strisce pedonali quasi cancellate, evitando il traffico che non si ferma. A sinistra si perde verso ovest la prospettiva di Corso Sicilia, con i suoi edifici in stile moderno, ed altri portici da entrambi i lati. Di fronte, ciclopico, il Castello. Bastioni color ocra nel sole, la muraglia arriva quasi fino al mare e sparisce alla vista dietro l'angolo, costeggiando il porto. In cima, all'angolo con la porta per la citta' vecchia, il bassorilievo di san Giorgio, che io credevo messo li' dai Cavalieri di Malta verso il 1525 e che invece fu messo da Mussolini, continua ad uccidere il drago.
Giriamo sotto i bastioni dal lato del mare, e proseguiamo. Due colonne quadrate con in cima una caravella di bronzo ed una figura a cavallo non meglio identificata fanno guardia al mare.
Giriamo sotto i bastioni dal lato del mare, e proseguiamo. Due colonne quadrate con in cima una caravella di bronzo ed una figura a cavallo non meglio identificata fanno guardia al mare.
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Tripoli
Il cibo degli dei
[Circa 1988]
Cosa mangiano gli dei quindi? Questo pensiero mi gira in testa ininterrottamente, costretto a ruotare come un tuppetto dentro la forma del casco. Davanti, la ruota anteriore si piega a destra poi a sinistra poi di nuovo a destra, portandosi dietro manubrio, sella e G., seduta dietro di me. La conversazione e' impossibile coi caschi, ma non serve: la moto danza la strada al rombo del bicilindrico e noi danziamo con lei, le pieghe si susseguono una dopo l'altra sull'asfalto liscio. Piu' avanti, con un guizzo rosso, il Le Mans II di Enrico scompare dietro la prossima curva. E' gia' scuro nella valle. Boschi su entrambi i versanti, e la strada - un serpente grigio stretto e veloce - segue a mezzacosta il tracciato del torrente a tratti visibile a fondovalle. E' tardi, ma dobbiamo arrivare a Olimpia e da li' a Patras: il traghetto per Brindisi sara' domani mattina presto.
E' facile perdersi appresso a pensieri sugli dei in Argolide. Tutta la mattina fra vecchie pietre: le mura di Tirinto, immagini di Schliemann col frock coat nero a code fra blocchi di pietra. Poco piu' in la' , in testa alla valle, Micene con i due leoni rampanti a rilievo sull'architrave della porta. Ercole passava di qua spesso, figlio naturale di Zeus. Questo pantheon locale di dei che si comportano in tutto e per tutto come esseri umani mi e' sempre piaciuto. Litigano, piangono, amano, si tradiscono, si invidiano...proprio come noi. Ma cosa mangeranno mai? A me la storiella dell' ambrosia mi e' sempre sembrata una fesseria. Questi erano gente come noi, questi dei. Invidiosi, gelosi, spesso pieni di risentimento per gli umani. Cosa mi rappresenta quindi quest'ambrosia se non un glorificato miele, e per giunta con un nome milanese? No, no, mangiavano sicuramente altro. Ma cosa?
La valle gira a nord ed un paesino appare piu' avanti, un gruppo di case a cavallo della strada. Certo, c'e' la teoria che mangiassero cioccolato, gli dei. Mi piace come idea. Ma il cioccolato arrivo' da noi dopo Colombo, come le patate e il mais - gli dei non lo potevano conoscere.
E' la fame che mi guida i pensieri. Dopo Micene ci siamo messi subito sulla strada, con giusto un σουβλάκι nello stomaco. La strada attraversa tutto il Peloponneso da est a ovest, una statale che si arrotola su se stessa mentre sale e scende. Non abbiamo incontrato quasi nessuno. Ora e' quasi notte, e abbiamo fame. Enrico rallenta all'entrata del paese, il rimbombo degli scarichi del Guzzone quando chiude il gas rimbalza dai muri delle prime case. Faccio lo stesso - abbiamo il motore uguale - e la musica si abbassa e finisce con quest'ultimo duetto.
Il posto e' piccolo. Meta' delle case a monte della strada, meta' a valle. Muri bianchi e tegole rosse, antichi uomini in nero sui due marciapiedi. C'e' una piazzetta in mezzo al paese, e li' parcheggiamo. Quattro alberi, panchine, tavolini e sedie di fronte ad un ouzeri, vista sulla valle. Scendere dalla moto dopo ore in sella, sbottonar giubbotti e toglier caschi non e' cosa veloce. G & G (hanno lo stesso nome) spariscono alla ricerca di un bagno, Enrico e io ci sediamo ad un tavolino, stendiamo le gambe, accendiamo. E' un bel posto, certo un poco fuori mano.
Un greco greco (pelle, capelli, baffi, camicia bianca, pantaloni neri) arriva al volo e ci mette davanti due bicchierini di ouzo e un vassoietto di mezedes. Ma prima la sigaretta, per rallentare il flusso di adrenalina e uscire dal ritmo del motore.
G & G tornano e scendono sugli antipasti come avvoltoie. I peperoni arrostiti e le melanzane spariscono in un lampo, cosi' come le olive. Il tempo che Enri ed io finiamo di fumare, sul vassoietto ci sono due pezzetti di formaggio. Piegandoci in avanti sulle sedie ne prendiamo uno a testa, e ce lo mettiamo in bocca.
L'illuminazione non e' istantanea, ma mi si scioglie sulla lingua, saporita e affilata, profumata ed intensamente morbida, come una donna. So cosa mangiano gli dei: questo pecorino. Incontro gli occhi di Enri e ci capiamo - ci alziamo all'unisono senza una parola, lasciando G & G attonite, attraversiamo la strada ed entriamo nell' ouzeri.
Ci vuole un po' a farci capire. Il banco e' di legno, tagliato da un tronco solo. Ci sono tavolini e uomini che giocano a carte, ma noi siamo concentrati sul greco greco dietro il banco. Vogliamo ancora di quel formaggio, ma lui capisce male. Produce un pezzo di feta su un piatto. Scuotiamo la testa come disperati, il sapore ancora sulla lingua, visioni dell'Olimpo attraverso le papille. Siamo entrambi mangiatori di formaggio per cultura e tradizione, ma un pecorino cosi', mai. Il greco greco si gratta la testa - non ci capiamo. Cinque minuti frustrantissimi, fin quando un vassoio per qualcun altro appare dalla cucina. Puntiamo col dito all'unisono: quello!.
Ahhh! Kefalotiri!! dice il greco greco. I presenti gli fanno l'eco, annuendo con le carte in mano: Kefalotiri!
Kefalotiri. Ora sappiamo il nome del cibo degli dei. Ne compriamo una forma intera ciascuno e mentre lo arrotolano in carta oleata e carta marrone ne mangiamo un'altra fettona divisa in due li' in piedi al banco, G & G dimenticate al tavolino.
Quando ripartiamo, il kefalotiri - almeno due chili ciascuno - e' conservato gelosamente nel bauletto posteriore del mio Cali II, ed Enri questa volta mi segue, vocalmente preoccupato che possa fermarmi e mangiarmelo tutto da solo mentre lui ignaro va avanti. Che lo farei anche se non avessimo un traghetto da prendere ed una notte sulla strada. Gli dei sono con noi, ma il kefalotiri non arrivera' a nemmeno a Brindisi.
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Imparare la religione
'Hello? hello...?'
'Pronto? Si, ti sento...'
'Good. Com'e' l'India?'
'Caldo, polvere e spiritualita'. A parte questo tutto bene'
'All right. Quando torni a casa?'
'Martedi', come deciso. Nessun cambiamento'
'Bene. Ah, senti...'
'Cosa?'
'Ho iscritto la piccola ad un Bible School estivo'
'.....hai fatto cosa?'
'Mi hai sentito. La sua amica Jennifer le ha chiesto di andare con lei'
'Un corso di Bibbia? Per bambini?'
'Si, quattro mattine. E' organizzato dalla chiesa Battista di Hong Kong'
'WHAT! I battisti? Ma non lo sai che sono vaccari cristiani fondamentalisti, cowboys delle Scritture? Vanno in giro a dare colpi di Bibbia in testa a chiunque non creda al loro Dio, e...'
'Ah ma che esagerato! E' una cosa per bambini. Lo sai che Silvia non e' mai stata esposta a nessuna chiesa...non l'abbiamo nemmeno battezzata!
'Esatto! Pensavo fossimo d'accordo sull'evitare che le bambine vengano a contatto con religioni organizzate ed altre mafie mentre sono ancora giovani ed impressionabili...e tu me la mandi dai Battisti? Tornera' a casa cantando inni, convinta che Dio sia amico suo personale'
'Ma guarda che la tua reazione e' del tutto esagerata. Lo sai che ha studiato religioni comparate in quarta. Hanno fatto Induismo, Buddismo, e Islam. Questa e' l'occasione per lei per saperne un po' di piu' sul Cristianesimo. Fa parte della sua educazione'
'Si, si, in principio sono d'accordo. E' sulla scelta di setta cristiana a cui esporla che dissento! Tu sei English: per voi la religione e' una cosa leggera, un' attivita' che si fa la domenica in alternativa al giardinaggio. Avresti potuto mandarla a St John's, Chiesa Anglicana, innocua e leggera....ma i Battisti? Sono pericolosi ed intransigenti! Vanno in giro con la Bibbia nella fondina, come pistole. Sono Talibano-cristiani!'
'Well, e' troppo tardi ora. E' gia' iscritta. Ma le ho detto che se non le piacera' non dovra' continuare ad andarci'.
'.....'
'Cosa?'
'Niente. Speriamo che non ce la rovinino'
'Ma dai. Tua figlia e' troppo intelligente (non come te, aggiungerei) per farsi rovinare da quattro giorni di giocare e cantare'
'Speriamo. Che altro succede a casa...?'
(Qualche settimana dopo)
'Dring....ring...ring.
'Hello! Chi parla?'
'Ciao Ciccia. Sono papa''
'PAPA' PAPA' CIAOOO!!! Quando torni a casa?'
'Domani sera'
'Com'e' il Vietnam? Hai mangiato i polpi?'
'Piove, e i polpi sono tutti chiusi a casa loro sotto gli scogli con le signore polpe, se hanno un minimo di cervello....come sta andando il tuo Bible Camp?'
'Bene! Ho imparato a cantare Amazing Grace. La vuoi sentire? Ascolta...
"Amazing Grace, how sweet the sound
That saved a wretch like me....
I once was lost but now am found,
Was blind, but now, I see..."
(pensando) 'Oh dear , oh dear...oh minchia...'
'Papa!'
'Si, err...canti bene. Ma questo lo sapevamo gia'...ehm..ti sta piacendo questo Camp?'
'Si si si. Ascolta papa', domenica c'e' lo show! Stiamo preparando uno show per il service di domenica. Vieni? Vieni a vedere?'
'Certo che vengo, Ciccia (non sia mai che ti lascio in preda a questi...questi...ARGH)'
'Oh bene. Allora andiamo tutti. Ti aspetto domani sera a casa. Arriverai in tempo per cena?
'Sicuramente. Appena arrivo all'aeroporto telefono'
'Si si si...papa'...posso aprire la tua bottiglia del vino?'
'Ora?? Cosa devi fare col vino?'
'Ma no silly papa'! Domani, quando sarai a casa con noi!'
'Ah! Ehm...certo! Ormai hai otto anni devi imparare ad aprire le bottiglie di vino per tuo papa'
'OK. Ciao mate'
.......
'OK, e' qui'
Scendiamo dal taxi. Il palazzo e' sulle colline sopra Aberdeen, uno dei tanti blocchi di appartamenti che hanno coperto il sud dell' isola.
'La chiesa e' al settimo piano. Hanno preso tutto il piano'
'E figurati, avranno soldi che piovono dall'America'
'Ascolta, non mi farai fare brutte figure come al solito tuo, right? Siamo qui solo per oggi per lo show di Silvia. Dopodiche' non ci dobbiamo tornare piu'.
'Oh non ti preoccupare. Saro' un modello di compostezza ed educazione. Non prendero' nessuno ad ombrellate in testa, nemmeno se tenteranno di colpirmi per primi con la parola di dio'
'.....you....horrid disrespectful monster...'
'Dai dai, scherzo. Ecco dai, prendimi il braccio e andiamo su'.
Sull'ascensore noto con piacere che la sorella adolescente di Silvia - e' voluta venire lei stessa a vedere cosa succede - indossa un paio di jeans con buchi e strappi, Converse nere, e una maglietta nera con il teschio e le tibie dei pirati in verde quasi fosforescente. Approvo con la testa, e ci facciamo l'occhiolino in segreto.
L'ascensore si apre sull'atrio. C'e' gia' una folla, la maggioranza cinesi, qualche americano. Famiglie, ovviamente. Una donna ci intercetta subito, sorriso in cinemascope e targhetta col nome sulla camicia.
"Hello and welcome! Io sono Cindy, benvenuti nella nostra chiesa! Voi siete la famiglia di...'
'Di Silvia. Buongiorno. Bella chiesa!'
'Vero? Siamo molto orgogliosi della nostra congregazione. Il servizio cominicera' fra pochi minuti: prego, da questa parte....ecco, queste sedie sono per voi...per i genitori dei bambini che hanno partecipato al Camp...accomodatevi. Dopo il servizio ci saranno caffe' e muffins nell'altra stanza...Spero di vedervi tornare presto'. E sparisce con in mano cartella e fogli vari.
Ci sediamo. E' una grande stanza, ottenuta unendo almeno tre appartamenti. Di fronte a noi c'e' un podio con pianoforte, batteria e microfoni, con dei giovani che fanno prove, ai due lati altre file di sedie per la congregazione abituale. La gente comincia ad entrare. Con tipico americanismo molti vengono verso di noi. A presentarsi, con mio grande orrore.
Ora, io in queste cose sono diventato terribilmente inglese. Gia' non ero uno molto socievole prima, ora mi imbarazzo seriamente a dovere parlare con gente che non conosco, non voglio conoscere e probabilmente non incontrero' piu'. Non lo voglio fare. Ma faccio uno sforzo e rispondo a monosillabi.
'Hello! I am Bill (oppure Hank, oppure Dave, oppure Betty). How you doing? Good to see you here! (pompando nel frattempo mano e braccio come la pompa d'acqua manuale che i loro padri usavano per lavarsi nell'aia)
"Hello! Welcome! God is with you! God is strong here!'
Non posso fare a meno di pensare a Renzo Arbore "Il Papocchio": Il signore e' con voi' 'Si, si, questo signore e' con noi...'
Cinque interminabili minuti di perfetti sconosciuti che si comportano come se fossimo stati a scuola assieme. Uomini e donne, quasi tutti americani, lo stesso sorriso fisso, la stessa stretta di mano. Sorridiamo in risposta, monosillabi. This is very embarassing.
'Ehm. Hello. Hi. Piacere...ehm.'
Finalmente il servizio comincia. In musica, ovviamente. I Battisti hanno una tradizione musicale midwestern, nonostante le origini in Olanda nel diciassettesimo secolo. La musica e' classic rock, ma il gruppo di fedeli che canta non hanno voce. Oh well. Schermi appeso al soffitto mostrano le parole, esattamente come un karaoke. La congragazione non e' gran che come cantori, ma d'altronde questo e' un appartamento ad Aberdeen, non Triple Rock Church del reverendo Cleovis Jones in downtown Chicago. La musica dura almeno venti minuti. Una ragazza che canta ha uno stud sotto il labbro inferiore e l'anello al dito del piede, ma nemmeno lei ha voce.
Dopodiche' un tipo americano in giacca e jeans sale sul palco, e qui cominicia la farsa, come i predicatori televisivi.
'Hi Everybody! Awesome! God is with us! Yeah man..!' ....il sermone (perche' di questo si tratta) suona come un'asta di bovini, con il pastor che chiama i prezzi
'Because our GOD is powerful!'
(coro)'Yeah man!'
'Our GOD is awesome!'
'Yeah man...'
E cosi' via, con l'occasionale citazione dall'antico testamento. Patetico, realmente. Me ne sto seduto, le mani incrociate sul manico dell'ombrello, e guardo la congregazione, il soffitto, penso ai fatti miei. Come fu come non fu, il sermone finisce e tocca finalmente ai bambini entrare e presentare quello che hanno preparato.
Ed e' una grande delusione. Le canzoni vanno bene, anche se l'unica cosa che gli fanno fare e' muovere le braccia e le mani. Ma sono canzoni del cavolo, piu' adatte ad un gruppo di bambini di quattro anni che a bambini di otto/nove anni. Suppongo che per i Battisti, contrari a battezzare chiunque non sia gia' adulto, i bambini siano tutti uguali. Ma in confronto alle produzioni cui Silvia ha gia' partecipato questa fa proprio pena. Perfino i giovani che la dirigono, e che l'hanno ovviamente preparata non si ricordano le loro linee..
Finisce, ed un altro pastore (questo appena arrivato dall'America, pare), passa cinque minuti a ricordare a tutti che qualunque cosa facciano non e' abbastanza buona per soddisfare dio, e che dio e' sempre irraggiungibile, e che per quanto tentino sono sempre peccatori.
Un sussurro nell'orecchio: 'Fire and Brimstone'. Ed e' vero. Pietra focaia e fuoco, dio severo e punitivo, religione da maestro severo con bacchetta. Ho la tentazione di mandarlo vocalmente a sgravare mucche, me mi trattengo. In ogni caso probabilmente lo sa gia' fare. Non devono esserci stati molti altri passatempi nel posto dove e' cresciuto.
Passano i sacchetti di velluto per le offerte. Ci metto un po' di soldi dentro. La donna mi dice 'ma abbiamo gia' pagato per il Bible Camp'
'That's OK' rispondo 'Questo e' per la musica'
Alla fine e' finita. Ci alziamo, evitiamo i gruppetti e le socializzazioni che gia' si stanno formando, decliniamo educatamente le offerte di caffe' e dolci, recuperiamo Silvia nel corridoio. Qualcuno ferma la grande e le chiede se e' nuova alla chiesa. Rosa afferra il medaglione che ha al collo e dice 'Io una religione ce l'ho gia': Wicca'. Ignorando il tipo rimasto a bocca aperta, si fa largo fra la folla di fedeli e piratescamente abborda un ascensore che scende. Entriamo tutti, le porte sussurrano chiudendosi. Siamo salvi.
'Ciccia, cosa c'era scritto sui distintivi che alcune bambine avevano sulle magliette'?
'Ah, sono pezzi della Bibbia, tipo 'il nostro dio e' awesome' oppure 'il nostro dio e' forte'
'E tu come mai non ce li hai'?
'PAPA! Io sono venuta solo perche' c'era Jennifer! L'anno prossimo andiamo al mare a Phu Quoc invece?
Mi appoggio alla parete dell'ascensore e mi rilasso per la prima volta da giorni. Non me l'hanno rovinata.
'Pronto? Si, ti sento...'
'Good. Com'e' l'India?'
'Caldo, polvere e spiritualita'. A parte questo tutto bene'
'All right. Quando torni a casa?'
'Martedi', come deciso. Nessun cambiamento'
'Bene. Ah, senti...'
'Cosa?'
'Ho iscritto la piccola ad un Bible School estivo'
'.....hai fatto cosa?'
'Mi hai sentito. La sua amica Jennifer le ha chiesto di andare con lei'
'Un corso di Bibbia? Per bambini?'
'Si, quattro mattine. E' organizzato dalla chiesa Battista di Hong Kong'
'WHAT! I battisti? Ma non lo sai che sono vaccari cristiani fondamentalisti, cowboys delle Scritture? Vanno in giro a dare colpi di Bibbia in testa a chiunque non creda al loro Dio, e...'
'Ah ma che esagerato! E' una cosa per bambini. Lo sai che Silvia non e' mai stata esposta a nessuna chiesa...non l'abbiamo nemmeno battezzata!
'Esatto! Pensavo fossimo d'accordo sull'evitare che le bambine vengano a contatto con religioni organizzate ed altre mafie mentre sono ancora giovani ed impressionabili...e tu me la mandi dai Battisti? Tornera' a casa cantando inni, convinta che Dio sia amico suo personale'
'Ma guarda che la tua reazione e' del tutto esagerata. Lo sai che ha studiato religioni comparate in quarta. Hanno fatto Induismo, Buddismo, e Islam. Questa e' l'occasione per lei per saperne un po' di piu' sul Cristianesimo. Fa parte della sua educazione'
'Si, si, in principio sono d'accordo. E' sulla scelta di setta cristiana a cui esporla che dissento! Tu sei English: per voi la religione e' una cosa leggera, un' attivita' che si fa la domenica in alternativa al giardinaggio. Avresti potuto mandarla a St John's, Chiesa Anglicana, innocua e leggera....ma i Battisti? Sono pericolosi ed intransigenti! Vanno in giro con la Bibbia nella fondina, come pistole. Sono Talibano-cristiani!'
'Well, e' troppo tardi ora. E' gia' iscritta. Ma le ho detto che se non le piacera' non dovra' continuare ad andarci'.
'.....'
'Cosa?'
'Niente. Speriamo che non ce la rovinino'
'Ma dai. Tua figlia e' troppo intelligente (non come te, aggiungerei) per farsi rovinare da quattro giorni di giocare e cantare'
'Speriamo. Che altro succede a casa...?'
(Qualche settimana dopo)
'Dring....ring...ring.
'Hello! Chi parla?'
'Ciao Ciccia. Sono papa''
'PAPA' PAPA' CIAOOO!!! Quando torni a casa?'
'Domani sera'
'Com'e' il Vietnam? Hai mangiato i polpi?'
'Piove, e i polpi sono tutti chiusi a casa loro sotto gli scogli con le signore polpe, se hanno un minimo di cervello....come sta andando il tuo Bible Camp?'
'Bene! Ho imparato a cantare Amazing Grace. La vuoi sentire? Ascolta...
"Amazing Grace, how sweet the sound
That saved a wretch like me....
I once was lost but now am found,
Was blind, but now, I see..."
(pensando) 'Oh dear , oh dear...oh minchia...'
'Papa!'
'Si, err...canti bene. Ma questo lo sapevamo gia'...ehm..ti sta piacendo questo Camp?'
'Si si si. Ascolta papa', domenica c'e' lo show! Stiamo preparando uno show per il service di domenica. Vieni? Vieni a vedere?'
'Certo che vengo, Ciccia (non sia mai che ti lascio in preda a questi...questi...ARGH)'
'Oh bene. Allora andiamo tutti. Ti aspetto domani sera a casa. Arriverai in tempo per cena?
'Sicuramente. Appena arrivo all'aeroporto telefono'
'Si si si...papa'...posso aprire la tua bottiglia del vino?'
'Ora?? Cosa devi fare col vino?'
'Ma no silly papa'! Domani, quando sarai a casa con noi!'
'Ah! Ehm...certo! Ormai hai otto anni devi imparare ad aprire le bottiglie di vino per tuo papa'
'OK. Ciao mate'
.......
'OK, e' qui'
Scendiamo dal taxi. Il palazzo e' sulle colline sopra Aberdeen, uno dei tanti blocchi di appartamenti che hanno coperto il sud dell' isola.
'La chiesa e' al settimo piano. Hanno preso tutto il piano'
'E figurati, avranno soldi che piovono dall'America'
'Ascolta, non mi farai fare brutte figure come al solito tuo, right? Siamo qui solo per oggi per lo show di Silvia. Dopodiche' non ci dobbiamo tornare piu'.
'Oh non ti preoccupare. Saro' un modello di compostezza ed educazione. Non prendero' nessuno ad ombrellate in testa, nemmeno se tenteranno di colpirmi per primi con la parola di dio'
'.....you....horrid disrespectful monster...'
'Dai dai, scherzo. Ecco dai, prendimi il braccio e andiamo su'.
Sull'ascensore noto con piacere che la sorella adolescente di Silvia - e' voluta venire lei stessa a vedere cosa succede - indossa un paio di jeans con buchi e strappi, Converse nere, e una maglietta nera con il teschio e le tibie dei pirati in verde quasi fosforescente. Approvo con la testa, e ci facciamo l'occhiolino in segreto.
L'ascensore si apre sull'atrio. C'e' gia' una folla, la maggioranza cinesi, qualche americano. Famiglie, ovviamente. Una donna ci intercetta subito, sorriso in cinemascope e targhetta col nome sulla camicia.
"Hello and welcome! Io sono Cindy, benvenuti nella nostra chiesa! Voi siete la famiglia di...'
'Di Silvia. Buongiorno. Bella chiesa!'
'Vero? Siamo molto orgogliosi della nostra congregazione. Il servizio cominicera' fra pochi minuti: prego, da questa parte....ecco, queste sedie sono per voi...per i genitori dei bambini che hanno partecipato al Camp...accomodatevi. Dopo il servizio ci saranno caffe' e muffins nell'altra stanza...Spero di vedervi tornare presto'. E sparisce con in mano cartella e fogli vari.
Ci sediamo. E' una grande stanza, ottenuta unendo almeno tre appartamenti. Di fronte a noi c'e' un podio con pianoforte, batteria e microfoni, con dei giovani che fanno prove, ai due lati altre file di sedie per la congregazione abituale. La gente comincia ad entrare. Con tipico americanismo molti vengono verso di noi. A presentarsi, con mio grande orrore.
Ora, io in queste cose sono diventato terribilmente inglese. Gia' non ero uno molto socievole prima, ora mi imbarazzo seriamente a dovere parlare con gente che non conosco, non voglio conoscere e probabilmente non incontrero' piu'. Non lo voglio fare. Ma faccio uno sforzo e rispondo a monosillabi.
'Hello! I am Bill (oppure Hank, oppure Dave, oppure Betty). How you doing? Good to see you here! (pompando nel frattempo mano e braccio come la pompa d'acqua manuale che i loro padri usavano per lavarsi nell'aia)
"Hello! Welcome! God is with you! God is strong here!'
Non posso fare a meno di pensare a Renzo Arbore "Il Papocchio": Il signore e' con voi' 'Si, si, questo signore e' con noi...'
Cinque interminabili minuti di perfetti sconosciuti che si comportano come se fossimo stati a scuola assieme. Uomini e donne, quasi tutti americani, lo stesso sorriso fisso, la stessa stretta di mano. Sorridiamo in risposta, monosillabi. This is very embarassing.
'Ehm. Hello. Hi. Piacere...ehm.'
Finalmente il servizio comincia. In musica, ovviamente. I Battisti hanno una tradizione musicale midwestern, nonostante le origini in Olanda nel diciassettesimo secolo. La musica e' classic rock, ma il gruppo di fedeli che canta non hanno voce. Oh well. Schermi appeso al soffitto mostrano le parole, esattamente come un karaoke. La congragazione non e' gran che come cantori, ma d'altronde questo e' un appartamento ad Aberdeen, non Triple Rock Church del reverendo Cleovis Jones in downtown Chicago. La musica dura almeno venti minuti. Una ragazza che canta ha uno stud sotto il labbro inferiore e l'anello al dito del piede, ma nemmeno lei ha voce.
Dopodiche' un tipo americano in giacca e jeans sale sul palco, e qui cominicia la farsa, come i predicatori televisivi.
'Hi Everybody! Awesome! God is with us! Yeah man..!' ....il sermone (perche' di questo si tratta) suona come un'asta di bovini, con il pastor che chiama i prezzi
'Because our GOD is powerful!'
(coro)'Yeah man!'
'Our GOD is awesome!'
'Yeah man...'
E cosi' via, con l'occasionale citazione dall'antico testamento. Patetico, realmente. Me ne sto seduto, le mani incrociate sul manico dell'ombrello, e guardo la congregazione, il soffitto, penso ai fatti miei. Come fu come non fu, il sermone finisce e tocca finalmente ai bambini entrare e presentare quello che hanno preparato.
Ed e' una grande delusione. Le canzoni vanno bene, anche se l'unica cosa che gli fanno fare e' muovere le braccia e le mani. Ma sono canzoni del cavolo, piu' adatte ad un gruppo di bambini di quattro anni che a bambini di otto/nove anni. Suppongo che per i Battisti, contrari a battezzare chiunque non sia gia' adulto, i bambini siano tutti uguali. Ma in confronto alle produzioni cui Silvia ha gia' partecipato questa fa proprio pena. Perfino i giovani che la dirigono, e che l'hanno ovviamente preparata non si ricordano le loro linee..
Finisce, ed un altro pastore (questo appena arrivato dall'America, pare), passa cinque minuti a ricordare a tutti che qualunque cosa facciano non e' abbastanza buona per soddisfare dio, e che dio e' sempre irraggiungibile, e che per quanto tentino sono sempre peccatori.
Un sussurro nell'orecchio: 'Fire and Brimstone'. Ed e' vero. Pietra focaia e fuoco, dio severo e punitivo, religione da maestro severo con bacchetta. Ho la tentazione di mandarlo vocalmente a sgravare mucche, me mi trattengo. In ogni caso probabilmente lo sa gia' fare. Non devono esserci stati molti altri passatempi nel posto dove e' cresciuto.
Passano i sacchetti di velluto per le offerte. Ci metto un po' di soldi dentro. La donna mi dice 'ma abbiamo gia' pagato per il Bible Camp'
'That's OK' rispondo 'Questo e' per la musica'
Alla fine e' finita. Ci alziamo, evitiamo i gruppetti e le socializzazioni che gia' si stanno formando, decliniamo educatamente le offerte di caffe' e dolci, recuperiamo Silvia nel corridoio. Qualcuno ferma la grande e le chiede se e' nuova alla chiesa. Rosa afferra il medaglione che ha al collo e dice 'Io una religione ce l'ho gia': Wicca'. Ignorando il tipo rimasto a bocca aperta, si fa largo fra la folla di fedeli e piratescamente abborda un ascensore che scende. Entriamo tutti, le porte sussurrano chiudendosi. Siamo salvi.
'Ciccia, cosa c'era scritto sui distintivi che alcune bambine avevano sulle magliette'?
'Ah, sono pezzi della Bibbia, tipo 'il nostro dio e' awesome' oppure 'il nostro dio e' forte'
'E tu come mai non ce li hai'?
'PAPA! Io sono venuta solo perche' c'era Jennifer! L'anno prossimo andiamo al mare a Phu Quoc invece?
Mi appoggio alla parete dell'ascensore e mi rilasso per la prima volta da giorni. Non me l'hanno rovinata.
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archivio (50) Jacaranda
Quando si tocca la grandezza? E che forma ha? E come la si riconosce come tale? Non so le risposte, ne' mi sono mai posto le domande, ma qui c'e' una memoria di tre mesi fa...la metto qui, che' non si perda.
Delhi in ottobre e' deliziosa, il caldo e' appena appena e c'e' una brezza che seppure satura di benzina non fa rimpiangere la sensazione crematoria di giugno. E muove le foglie degli alberi assieme alla polvere.
Sto visitando un ospedale, per lavoro. Questo e' una vecchia costruzione di mattoni del tempo del Raj. Una targa di marmo sbiadita all'ingresso ricorda la posa della prima pietra e il nome della moglie del Vicere' che lo fece. Poi una lunga lista di nomi dei notabili partecipanti, sia coloniali che locali. E' tutt'oggi un'ospedale non profit: il 50% dei pazienti (intoccabili, poveri, stagionali) ricevono cure gratis, usando i soldi dell'altro 50% (caste alte, classe media, ricchi) che pagano. In India queste cose sono comuni.
Il tipo che mi accompagna mi snocciola fatti di pazienti, di medici e di altre persone connesse. Giriamo da un'ala all'altra, da un piano all'altro. Vedo corsie e camere private, uffici e sale operatorie. Tutto equipaggiato, tutto pulito, un alveare silenzioso di attivita' fra spesse mura di mattoni rossi. Ma non mi impressiono: queste cose si mettono su anche solo per imbrogliare lo straniero in visite come questa. E' gia' successo. A me interessa solo essere sicuro che quando il nostro finanziamento finira' loro avranno sviluppato un sistema amministrativo ed operativo tale che il cash flow sara' positivo, cosi' che potranno continuare a provvedere i servizi a chi ne ha bisogno, e trovare crediti sul mercato per altri investimenti. Gli chiedo di farmi vedere i numeri, le cifre, i bilanci. Voglio tutti i budget dal 2001 ad oggi. Lui sorride, sotto la pelle scura di dravidiano trapiantato al nord. E' contento di come vadano le cose, ma ha bisogno di Excel. E cosi', in un ufficio dai soffitti alti a pannelli, finestre socchiuse e ventilatori che girano pigri nel silenzio, me lo dimostra.
Dopo avere scartabellato per un bel po' decidiamo di andare a fumare. Scendiamo nel cortile al centro delle due ali dell'ospedale, fumiamo seduti su un muretto di pietra attorno al tronco di una vecchia jacaranda. Poi risaliamo per finire il lavoro. In cima alle scale, sulla balconata interna del primo piano, noto per la prima volta una vetrinetta nel muro. Il vetro e' pulito, illuminato. Dentro c'e' una mensola con una foto sbiadita color seppia, un biglietto stampato ed uno, giallo, scritto a mano. Mi avvicino, curioso, mi curvo per vedere bene. Nella foto ci sono tante persone, ma al centro, inconfondibile con bastone in mano c'e' il mahatma Gandhi sullo sfondo di un alberello che forse e' la stessa jacaranda. Infatti. Il biglietto stampato ricorda la visita all'ospedale nel marzo del 1931, un anno dopo la Marcia del Sale. Poi, adagiato su un pezzo di velluto, c'e' il biglietto scritto a mano, ingiallito dal tempo. Anzi non e' un biglietto: e' una pagina del registro dei visitatori. Qui del tutto senza volerlo il mio cuore perde un battito. Passa un angelo. O qualcosa del genere. Decifro il corsivo in inglese. Quattro righe: "E' stato un piacere per me visitare l'ospedale..." e la firma, M.K. Gandhi.
Socchiudo gli occhi mentre leggo. So che si chiamava Mohandas Karamchand, e insieme al ricordo di queste cose mi affiora un brivido. Raddrizzo la schiena e raggiungo il tipo che mi aspetta. Non mi ero mai sentito cosi' vicino alla grandezza prima d'ora, o forse, ma solo forse, qualcosa mi ha toccato dentro.
Delhi in ottobre e' deliziosa, il caldo e' appena appena e c'e' una brezza che seppure satura di benzina non fa rimpiangere la sensazione crematoria di giugno. E muove le foglie degli alberi assieme alla polvere.
Sto visitando un ospedale, per lavoro. Questo e' una vecchia costruzione di mattoni del tempo del Raj. Una targa di marmo sbiadita all'ingresso ricorda la posa della prima pietra e il nome della moglie del Vicere' che lo fece. Poi una lunga lista di nomi dei notabili partecipanti, sia coloniali che locali. E' tutt'oggi un'ospedale non profit: il 50% dei pazienti (intoccabili, poveri, stagionali) ricevono cure gratis, usando i soldi dell'altro 50% (caste alte, classe media, ricchi) che pagano. In India queste cose sono comuni.
Il tipo che mi accompagna mi snocciola fatti di pazienti, di medici e di altre persone connesse. Giriamo da un'ala all'altra, da un piano all'altro. Vedo corsie e camere private, uffici e sale operatorie. Tutto equipaggiato, tutto pulito, un alveare silenzioso di attivita' fra spesse mura di mattoni rossi. Ma non mi impressiono: queste cose si mettono su anche solo per imbrogliare lo straniero in visite come questa. E' gia' successo. A me interessa solo essere sicuro che quando il nostro finanziamento finira' loro avranno sviluppato un sistema amministrativo ed operativo tale che il cash flow sara' positivo, cosi' che potranno continuare a provvedere i servizi a chi ne ha bisogno, e trovare crediti sul mercato per altri investimenti. Gli chiedo di farmi vedere i numeri, le cifre, i bilanci. Voglio tutti i budget dal 2001 ad oggi. Lui sorride, sotto la pelle scura di dravidiano trapiantato al nord. E' contento di come vadano le cose, ma ha bisogno di Excel. E cosi', in un ufficio dai soffitti alti a pannelli, finestre socchiuse e ventilatori che girano pigri nel silenzio, me lo dimostra.
Dopo avere scartabellato per un bel po' decidiamo di andare a fumare. Scendiamo nel cortile al centro delle due ali dell'ospedale, fumiamo seduti su un muretto di pietra attorno al tronco di una vecchia jacaranda. Poi risaliamo per finire il lavoro. In cima alle scale, sulla balconata interna del primo piano, noto per la prima volta una vetrinetta nel muro. Il vetro e' pulito, illuminato. Dentro c'e' una mensola con una foto sbiadita color seppia, un biglietto stampato ed uno, giallo, scritto a mano. Mi avvicino, curioso, mi curvo per vedere bene. Nella foto ci sono tante persone, ma al centro, inconfondibile con bastone in mano c'e' il mahatma Gandhi sullo sfondo di un alberello che forse e' la stessa jacaranda. Infatti. Il biglietto stampato ricorda la visita all'ospedale nel marzo del 1931, un anno dopo la Marcia del Sale. Poi, adagiato su un pezzo di velluto, c'e' il biglietto scritto a mano, ingiallito dal tempo. Anzi non e' un biglietto: e' una pagina del registro dei visitatori. Qui del tutto senza volerlo il mio cuore perde un battito. Passa un angelo. O qualcosa del genere. Decifro il corsivo in inglese. Quattro righe: "E' stato un piacere per me visitare l'ospedale..." e la firma, M.K. Gandhi.
Socchiudo gli occhi mentre leggo. So che si chiamava Mohandas Karamchand, e insieme al ricordo di queste cose mi affiora un brivido. Raddrizzo la schiena e raggiungo il tipo che mi aspetta. Non mi ero mai sentito cosi' vicino alla grandezza prima d'ora, o forse, ma solo forse, qualcosa mi ha toccato dentro.
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Scalando il Kinabalu
(January 2007)
- Papa'...ma proprio ora?
- Perche'? Cosa stai facendo?
- Ma non vedi? I'm reading!
- Ah vero. Non avevo notato il libro...mettilo giu' e raccontami lo stesso
- Uffff all right...Ma sei un papa' terribile, non mi fai mai leggere in pace...
- Ahh ma quello che tu non sai e' che quando io avevo tredici anni passavo anche io tutto il mio tempo a leggere, e i miei genitori mi disturbavano continuamente...fai questo, fai quello...ora tocca a te...
Lei ride, la mia grande. Tredici anni, una ragazza gia', anche se lei non ne fa mostra e nasconde quanto sia gia' grande. Occhi azzurri e capelli biondi come la madre, pelle che si abbronza subito come la mia, testa sempre nel mondo dei libri, o dei sogni, anche questo come me alla sua eta'.
- Allora? Questa gita scolastica nel Borneo?
- Well non e' proprio nel Borneo, lo sai, Sabah fa parte della Malesia.
- Ma e' sempre nell'isola del Borneo, con tagliatori di teste, daiachi e Sandokan...
- Sandokan e' un porto...e comunque la gita scolastica era sulle montagne, il mare non l'abbiamo visto.
Mi siedo ai piedi del suo letto. Lei tira su le gambe gia' lunghe, per farmi spazio. Fra pochissimo avra' bisogno di un letto piu' lungo, ergo di una stanza piu' grande, ergo dovremo cambiare casa..(ma questa e' un'altra storia).
- Comincia dall'inizio, dai.
- Lo sai, mi hai accompagnato al treno per l'aeroporto. Eravamo sedici con due teachers. Abbiamo preso l'aereo e siamo arrivati subito a Kota Kinabalu...
- Come subito?
- Uhm...quattro ore?
- Aha. C'era qualcun altro della tua classe?
- No... ma eravamo tutti dello stesso anno. E non mi interrompere sempre...
- Sorry. Continua...
- Ci hanno portato con l'autobus al parco del Monte Kinabalu, ed abbiamo passato il resto del giorno ad esplorare la giungla intorno...c'era il canopy walk che e' stato veramente cool.
- Non parlare in inglese con me. Il cosa??
- Erano ponti di corde fra le cime degli alberi tropicali...si saliva su un albero da una scaletta di legno fino in cima, poi si va da una cima all'altra camminando sulle corde, poi si ridiscende...c'erano un sacco di uccelli colorati, non si vedeva il suolo e sembrava di camminare in una nuvola verde...
- Ah. Wow. Bello. E poi?
- E poi niente, siamo andati a dormire. La cena pero' e' stata buona.
- Cosa vi hanno dato? spaghetti scotti?
- No no, era cibo malese, poi c'era anche curry e un po' di cinese. Poi l'indomani mattina abbiamo lasciato le valige li', abbiamo fatto gli zaini per la salita alla cima del monte Kinabalu e siamo partiti a piedi per il rifugio di alta quota...c'e' voluto tutto il giorno... Quello mi e' piaciuto, il panorama era bello, un sacco di fiori, abbiamo visto la Rafflesia...
- Davvero? Ed e' grande come dicono?
- E' enorme. E puzza assai.
- Oh well, meno male. Altrimenti figurati quanti ne sarebbero rimaste a quest'ora, con tutti voi turisti in giro...
- Poi Christine che e' in 9G si e' seduta vicino ad un cespuglio per riposarsi e quando si e' rialzata aveva due piccole sanguisughe attaccate alla gamba. Ha fatto un casino! Saltava, strillava...avresti dovuto vedere che scena che ha fatto...
- Be, dai, una sanguisuga? Per forza...
- Ma erano piccole papa', piccolissime! grandi quanto un pezzo di spaghetto...Non capisco proprio perche' ha fatto tutto quel casino...poi e' arrivato Mr Ford e gliele ha tolte con l'accendino...
- Ah, esperto il tuo professore!
- Si lui l'ha fatta altre volte quesa gita. Pero' si vedeva che anche lui rideva...
- E poi?
- E poi siamo arrivati a Laban Rata che e' a 3300 metri. C'era il camino acceso! Come nei film...ci hanno dato letti a castello. C'era freddo e io mi sono accorta di avere dimenticato il maglione pesante a casa...
- Ah si...se ne e' accorta anche tua madre, dopo che sei partita...
- Oh.
- Oh e' giusto.
- E?
- E cosa? Non ti ho aiutata io a fare lo zaino? E di chi e' la colpa allora? Vedi che ho ancora le orecchie rosse?....Meno male che non c'eri...
- (mette una mano davanti alla bocca e ride, come acqua che scorre)
- E insomma, l'altra teacher aveva un maglione spare e me l'ha dato...ci siamo alzati alle due di notte per cominciare la scalata alla cima...
- Perche' cosi' presto??
- Per arrivare il cima prima dell'alba... all'alba e' bello, si vede tutto il Borneo ma dopo poco si annuvola e non si vede piu' niente.
- Ah. E siete saliti tutti?
- Siamo partiti tutti, ma solo in sette siamo arrivati in cima. Gli altri non ce l'hanno fatta e sono tornati indietro.
- Ma come? Non era una salita facile?
- Facile nel senso che non c'era bisogno di scalare come gli alpinisti, ma e' difficile, e' sempre umido, c'e' freddo, e' buio e si scivola. In certi punti hanno messo corde per aiutare la gente a salire...e poi non c'e' oxygen...
- Ossigeno. Certo, i tuoi compagni di scuola hongkonghesi nati e cresciuti a livello del mare si saranno trovati in difficolta' a quell'altezza...quanto e' alta la cima?
- 4100 metri. Quindi siamo saliti. Ci fermavamo per riposare ogni dieci minuti. C'era anche altra gente che saliva...tutti vecchi pero'.
- Come vecchi?
- You know, grandi, non ragazzi come noi. Un gruppo di inglesi, poi c'erano turisti giapponesi, coreani, australiani...
- E tu? Ce l'hai fatta? Sei arrivata in cima? E le scarpe andavano bene?
- Io non ero stanca, ma ero bagnata! Pioveva tutto il tempo e mi e' entrata acqua dal cappuccio...pero' le scarpe sono super, nemmeno una goccia d'acqua, avevo i piedi caldi...insomma, poi eravamo vicini alla cima ed era quasi l'alba, ma i miei compagni si fermavano ogni due minuti respirando come ippopotami.
- E tu?
- Io ero un poco stanca, ma non molto. Pero' ho pensato "Non mi faro' battere dal sole!".
- E allora?
- E allora mi sono messa a correre e sono arrivata in cima in tempo, un minuto prima del sole!
- Ma dai! A correre? E gli altri?
- Si si a correre...se no non sarei arrivata in tempo!....Gli altri sono arrivati anche loro, dopo un po'. Abbiamo fatto foto e poi siamo ridiscesi...
- E il professore cosa ti ha detto?
- (arroscisce) Mi ha detto 'brava'.
- E i maschietti nel gruppo?
- ...Non hanno detto niente...
- Ma tu gliel'hai spiegato che sei nata e cresciuta a 2400 metri di quota?
- Ehm...no.
- No?
- No...
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archivio (49) Posting Under Influence III
L'Osteria del Grillo.
Avviso: scrivo sotto l'influenza dell'alcool. Meglio, sotto l'influenza di una bottiglia di Regaleali (e se non sapete cosa sia, poveri). Quindi, sono PUI*.
L'Osteria del Grillo e' strana. Intanto nel conto c'e' scritto "ristorante la Terrazza". Pero' sopra l'ingresso c'e' il nome del Grillo. Penso che al Grillo piacerebbe il posto: e' un ristorante veronese tipico. Le pareti, imbiancate a calce, sono coperte di mensole ripiene di bottiglie, tutte vuote. Principalmente Masi, roba tipo amarone. Ce ne sono centinaia, coprono tutte le pareti. Poi stampe medioevali di Verona, poster moderni sulla vinificazione a Verona, cassette di legno di vino veronese. C'e' una bottiglia di Ferrari qui e li', e vicino all'ingresso una catasta di bottiglie (vuote) di Gaja. Forse si sono confusi.
Il cibo e' decente, visto il posto. Stasera ho chiesto un piatto di affettati (cosa difficile da trovare) e mi hanno portato un piatto da pesce pieno di crudo, salame e (gaudio!) capicollo piccante, appena affettato, sottile e buonissimo. Mi sono sbafato il tutto in pochi minuti (a mia discolpa diro' che non avevo pranzato, ne' fatto colazione. Ma la colazione non la faccio mai...) afferrando l'affettato col pane e riempiendomene la bocca con gran gusto. Dopodiche', un piatto di ravioli all'aragosta, specialita' oriunda locale per accompagnare il Regaleali. Il pane era fresco, e non ho avuto bisogno di chiedere perche' ne arrivasse altro. Cosi' come per il vino: appena il bicchiere era vuoto arrivava una delle cameriere a riempirlo. Servizio perfetto, per un posto cosi' piccolo.
Le cameriere del Grillo. In inglese c'e' un'espressione per definire donne cosi': achingly beautiful, che si puo' tradurre contanto belle da far male. Ce ne sono quattro, per un posto con forse dieci tavoli. Non hanno zone assegnate: ad una ad una ti servono tutte, chi il vino e chi il pane. Quella che piace a me e' la piu' grande, un caschetto nero su un sorriso da far venire fame anche a stomaco pieno. Ma serieta': sono tutte e quattro bellissime. Da noi sarebbero in televisione, altro che ristorante. E sorridono, e sono gentili. E ti riconoscono dopo mesi. Un piacere, mangiare dal Grillo e guardarle che lavorano.
OK, lo ammetto. Credo di avere raggiunto l'eta' in cui le ragazze giovani le noto
certo, non sono come alcune persone piu' mature che ho l' onore di conoscere, ma sono molto carine. E meglio che non dica piu' niente. Certo che non le cambierei. Non ancora, almeno.
Il caffe' lo fanno con una macchina espressa Faema E61, circa 1965, acciaio e cromo. Questa si' che me la porterei a casa.
Conto decente: forse 20 euro, compreso il vino e una fettona di tiramisu' fatto li' stesso. La cameriera a caschetto: mi era sembrato che avessi fame, quindi ti ho portato una fetta grande. Sono contenta che l'hai mangiata tutta!.
Prima di andarmente sono andato in cucina (KT e' noto per prendere di queste iniziative). Il cuoco e' di Danang. Gli ho chiesto di Verona. Mi ha detto che il proprietario originale era un veronese, morto da qualche anno. Gli eredi hanno mantenuto la tradizione.
Osteria del Grillo, Phom Vien Tuang 32, Hanoi, Vietnam.
Avviso: scrivo sotto l'influenza dell'alcool. Meglio, sotto l'influenza di una bottiglia di Regaleali (e se non sapete cosa sia, poveri). Quindi, sono PUI*.
L'Osteria del Grillo e' strana. Intanto nel conto c'e' scritto "ristorante la Terrazza". Pero' sopra l'ingresso c'e' il nome del Grillo. Penso che al Grillo piacerebbe il posto: e' un ristorante veronese tipico. Le pareti, imbiancate a calce, sono coperte di mensole ripiene di bottiglie, tutte vuote. Principalmente Masi, roba tipo amarone. Ce ne sono centinaia, coprono tutte le pareti. Poi stampe medioevali di Verona, poster moderni sulla vinificazione a Verona, cassette di legno di vino veronese. C'e' una bottiglia di Ferrari qui e li', e vicino all'ingresso una catasta di bottiglie (vuote) di Gaja. Forse si sono confusi.
Il cibo e' decente, visto il posto. Stasera ho chiesto un piatto di affettati (cosa difficile da trovare) e mi hanno portato un piatto da pesce pieno di crudo, salame e (gaudio!) capicollo piccante, appena affettato, sottile e buonissimo. Mi sono sbafato il tutto in pochi minuti (a mia discolpa diro' che non avevo pranzato, ne' fatto colazione. Ma la colazione non la faccio mai...) afferrando l'affettato col pane e riempiendomene la bocca con gran gusto. Dopodiche', un piatto di ravioli all'aragosta, specialita' oriunda locale per accompagnare il Regaleali. Il pane era fresco, e non ho avuto bisogno di chiedere perche' ne arrivasse altro. Cosi' come per il vino: appena il bicchiere era vuoto arrivava una delle cameriere a riempirlo. Servizio perfetto, per un posto cosi' piccolo.
Le cameriere del Grillo. In inglese c'e' un'espressione per definire donne cosi': achingly beautiful, che si puo' tradurre contanto belle da far male. Ce ne sono quattro, per un posto con forse dieci tavoli. Non hanno zone assegnate: ad una ad una ti servono tutte, chi il vino e chi il pane. Quella che piace a me e' la piu' grande, un caschetto nero su un sorriso da far venire fame anche a stomaco pieno. Ma serieta': sono tutte e quattro bellissime. Da noi sarebbero in televisione, altro che ristorante. E sorridono, e sono gentili. E ti riconoscono dopo mesi. Un piacere, mangiare dal Grillo e guardarle che lavorano.
OK, lo ammetto. Credo di avere raggiunto l'eta' in cui le ragazze giovani le noto
Il caffe' lo fanno con una macchina espressa Faema E61, circa 1965, acciaio e cromo. Questa si' che me la porterei a casa.
Conto decente: forse 20 euro, compreso il vino e una fettona di tiramisu' fatto li' stesso. La cameriera a caschetto: mi era sembrato che avessi fame, quindi ti ho portato una fetta grande. Sono contenta che l'hai mangiata tutta!.
Prima di andarmente sono andato in cucina (KT e' noto per prendere di queste iniziative). Il cuoco e' di Danang. Gli ho chiesto di Verona. Mi ha detto che il proprietario originale era un veronese, morto da qualche anno. Gli eredi hanno mantenuto la tradizione.
Osteria del Grillo, Phom Vien Tuang 32, Hanoi, Vietnam.
* Posting Under Influence (of alcohol)
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Vietnam
archivio (48) I have beheld
Com'era...? "ho visto cose che voi umani..." oggi mi e' capitato, fortissimo. L'inglese antico ha una espressione apposta, quando uno vede qualcosa a lungo immaginata, oppure mai immaginata: I have beheld. Ha una maggiore gravitas rispetto ad I have seen, il semplice 'ho visto'.
Insomma, "ho visto" non basta, ma che altro c'e' in italiano? Ho ammirato? No. non da' l'idea di come e quanto la vista ti prenda e ti (mi) lasci a bocca aperta. Forse un'opera d'arte puo' dare l'idea. Ma questa cosa, questo posto, questo colossale testamento al lavoro manuale io non sapevo nemmeno che esistesse, cosi' come fino a venti anni fa non lo sapevano nemmeno gli stessi cinesi. Poi un fotografo passo' da questo posto, scatto', e la voce si sparse. Dimenticate la Grande Muraglia: vale la pena di venire in Cina solo per questo.
Yuang Yuan si chiama il posto. Le terrazze di Yuang Yuan. Cercate con Google immagini "Yuang Yuan terraces". Da' solo una pallida idea, non e' come vederle apparire una mattina come un tardo sogno, curve armoniose di acqua con dentro il cielo che scompaiono in lontananza fra le nebbie che si alzano dalla valle del Fiume Rosso, invisibile duemila metri piu' in basso e venti chilometri piu' in la'. Io non riesco a spiegare, nemmeno ci provo oggi. Forse quando la mia mente avra' afferrato un po' la loro l'immensita', e i forse (dicono) settecento anni di lavoro degli Hani che le hanno prodotte. E non hanno nemmeno finito: ci stavano ancora lavorando stamattina.
Vorrei, davvero, che foste stati tutti lassu' con me oggi, per provare il senso del meraviglioso. Questa immagine di Yao Sun-tong non da' l'idea, per niente. Mostra solo di cosa vaneggio. (PUI mode off)
Insomma, "ho visto" non basta, ma che altro c'e' in italiano? Ho ammirato? No. non da' l'idea di come e quanto la vista ti prenda e ti (mi) lasci a bocca aperta. Forse un'opera d'arte puo' dare l'idea. Ma questa cosa, questo posto, questo colossale testamento al lavoro manuale io non sapevo nemmeno che esistesse, cosi' come fino a venti anni fa non lo sapevano nemmeno gli stessi cinesi. Poi un fotografo passo' da questo posto, scatto', e la voce si sparse. Dimenticate la Grande Muraglia: vale la pena di venire in Cina solo per questo.
Yuang Yuan si chiama il posto. Le terrazze di Yuang Yuan. Cercate con Google immagini "Yuang Yuan terraces". Da' solo una pallida idea, non e' come vederle apparire una mattina come un tardo sogno, curve armoniose di acqua con dentro il cielo che scompaiono in lontananza fra le nebbie che si alzano dalla valle del Fiume Rosso, invisibile duemila metri piu' in basso e venti chilometri piu' in la'. Io non riesco a spiegare, nemmeno ci provo oggi. Forse quando la mia mente avra' afferrato un po' la loro l'immensita', e i forse (dicono) settecento anni di lavoro degli Hani che le hanno prodotte. E non hanno nemmeno finito: ci stavano ancora lavorando stamattina.
Vorrei, davvero, che foste stati tutti lassu' con me oggi, per provare il senso del meraviglioso. Questa immagine di Yao Sun-tong non da' l'idea, per niente. Mostra solo di cosa vaneggio. (PUI mode off)
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archivio (47) Shenyang
Shenyang, provincia del Liaoning, Cina del nord.
Posto da lupi, e non sono molto lontano dal vero. Febbraio in Manciuria e' una cosa seria. Ci sara' un metro di neve fuori, la temperatura e' meno dieci, i doppi vetri alla finestra sono completamente frosted. L'aeroporto e' chiuso per invasione di orsi siberiani da oltreconfine, e per la neve. Le persone importanti che dovevano arrivare oggi dal Giappone (che e' proprio qui di fronte) non sono potute arrivare. I VIP, li chiamano qui, sapendo che vuol dire very important person. Non ho il cuore di dir loro che in questo settore - le ONG internazionali, quelli di noi che hanno l'Africa che ci segue come un'ombra - un VIP e' e sara' sempre una Ventilated, Improved Pit latrine - ovvero una latrina a pozzetto migliorata e ventilata. O forse e' la stessa cosa.
La frustrazione e' ben nascosta nelle facce dei miei colleghi cinesi - a cena scherzavano e ridevano, ma si capiva la tensione. Questi giapponesi vogliono, fortissimamente vogliono investire cifre significative in aiuti per l'ospedale di qui. Capita spesso, mi dicono. Il direttore dell'ospedale e' un cinese anomalo: ha viaggiato, ha vissuto in Nippon, ha amici in Italia dove va spesso (proprio bendata, la fortuna). In primavera aspetta la visita di un vinaio piemontese che vorrebbe mettere vigne sulle colline - meglio tardi che mai, i francesi stanno producendo vino in Cina da anni ("Chateau du Yiling") - non e' gran che, ancora, ma meglio delle schifezze australiane che hanno rimpiazzato i vini italiani nei negozi dell'Oriente.
I Giapponesi dicevo. Si vedono spesso in Manciuria. Sono spesso ultrasettantenni, hanno i modi dignitosi tipici del loro paese, vestiti dall'ottimo taglio, e si inchinano a tutti. C'e' un grande senso di colpa in quella generazione di giapponesi, tutti giovani soldati nei tardi anni 30, quando violentarono la Cina come mai si era visto, e questa provincia la chiamavano 'Area di Risorse Settentrionale'. Cosa vengono a fare? A espiare, semplicemente. Parlano poco, trovano quella che loro considerano una degna causa, come un ospedale oculistico di cui la loro tv ha parlato bene, e lasciano pacchi di dollari o di yen, inchinandosi profondamente, molto piu' profondamente di quel che l'etichetta richiede. Poi fuggono, scuotendo leggermente la testa come per liberarla da ricordi che piu' di sessanta anni hanno trasformato in incubi per la coscienza e per l'onore. Chissa perche' proprio un ospedale per ciechi? Forse ricordano gli occhi di coloro che uccisero.
Le previsioni sono buone per domani, l'aeroporto dovrebbe riaprire. Arrivera' anche un americano, un pezzo grosso del Lions International, per vedere come possono spendere meglio le loro donazioni, parecchi milioni di dollari ogni anno. Ho la presentazione pronta, i fatti e le cifre in mente, gli argomenti e l'evidenza a portata di mano. E avro' circa quindici minuti per convincere questo tipo a starci a sentire su come spendere i soldi del Lions, invece di buttarli via in finta carita' che aiuta i giochi di potere interni all'apparato cinese e rovina la capacita' dei locali di aiutarsi da soli. Il tipo non sa niente di tutto questo: crede che stiano facendo del bene. E io che devo frantumargli le illusioni, e ricostruirgliele, in quindici minuti. Domani.
Posto da lupi, e non sono molto lontano dal vero. Febbraio in Manciuria e' una cosa seria. Ci sara' un metro di neve fuori, la temperatura e' meno dieci, i doppi vetri alla finestra sono completamente frosted. L'aeroporto e' chiuso per invasione di orsi siberiani da oltreconfine, e per la neve. Le persone importanti che dovevano arrivare oggi dal Giappone (che e' proprio qui di fronte) non sono potute arrivare. I VIP, li chiamano qui, sapendo che vuol dire very important person. Non ho il cuore di dir loro che in questo settore - le ONG internazionali, quelli di noi che hanno l'Africa che ci segue come un'ombra - un VIP e' e sara' sempre una Ventilated, Improved Pit latrine - ovvero una latrina a pozzetto migliorata e ventilata. O forse e' la stessa cosa.
La frustrazione e' ben nascosta nelle facce dei miei colleghi cinesi - a cena scherzavano e ridevano, ma si capiva la tensione. Questi giapponesi vogliono, fortissimamente vogliono investire cifre significative in aiuti per l'ospedale di qui. Capita spesso, mi dicono. Il direttore dell'ospedale e' un cinese anomalo: ha viaggiato, ha vissuto in Nippon, ha amici in Italia dove va spesso (proprio bendata, la fortuna). In primavera aspetta la visita di un vinaio piemontese che vorrebbe mettere vigne sulle colline - meglio tardi che mai, i francesi stanno producendo vino in Cina da anni ("Chateau du Yiling") - non e' gran che, ancora, ma meglio delle schifezze australiane che hanno rimpiazzato i vini italiani nei negozi dell'Oriente.
I Giapponesi dicevo. Si vedono spesso in Manciuria. Sono spesso ultrasettantenni, hanno i modi dignitosi tipici del loro paese, vestiti dall'ottimo taglio, e si inchinano a tutti. C'e' un grande senso di colpa in quella generazione di giapponesi, tutti giovani soldati nei tardi anni 30, quando violentarono la Cina come mai si era visto, e questa provincia la chiamavano 'Area di Risorse Settentrionale'. Cosa vengono a fare? A espiare, semplicemente. Parlano poco, trovano quella che loro considerano una degna causa, come un ospedale oculistico di cui la loro tv ha parlato bene, e lasciano pacchi di dollari o di yen, inchinandosi profondamente, molto piu' profondamente di quel che l'etichetta richiede. Poi fuggono, scuotendo leggermente la testa come per liberarla da ricordi che piu' di sessanta anni hanno trasformato in incubi per la coscienza e per l'onore. Chissa perche' proprio un ospedale per ciechi? Forse ricordano gli occhi di coloro che uccisero.
Le previsioni sono buone per domani, l'aeroporto dovrebbe riaprire. Arrivera' anche un americano, un pezzo grosso del Lions International, per vedere come possono spendere meglio le loro donazioni, parecchi milioni di dollari ogni anno. Ho la presentazione pronta, i fatti e le cifre in mente, gli argomenti e l'evidenza a portata di mano. E avro' circa quindici minuti per convincere questo tipo a starci a sentire su come spendere i soldi del Lions, invece di buttarli via in finta carita' che aiuta i giochi di potere interni all'apparato cinese e rovina la capacita' dei locali di aiutarsi da soli. Il tipo non sa niente di tutto questo: crede che stiano facendo del bene. E io che devo frantumargli le illusioni, e ricostruirgliele, in quindici minuti. Domani.
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