Tuesday, 8 October 2013

Coffee in Kibuye

I did not think I was going to find any decent coffee in Kibuye and I didn't. No surprises there: all coffee-producing countries in the region grow coffee as a cash crop - for sale - not for consumption. To find people who grow and drink coffee one has to go to Ethiopia. But then, coffee was invented there - there still is a district called Caffa and anyone who's been invited to a home coffee ceremony would know what coffee means for the Ethiopians.

No Ethiopians in Kibuye, so no coffee. I suppose I could have gone to the posh resort north of town for a cuppa, but I was driving the Corolla, I was only popping in town for five minutes, and I did not want to break the car on the horrible road to the resort. Besides, posh or not, they still make you wait one hour for coffee, so I decided not to. Instead I stopped at a place in the centre of town, where local and transient business people go for lunch. Of course it is a buffet.

The place is really an underground car park under a building, full of plastic chairs and tables. The buffet is the standard line-up: five kinds of carbohydrates (matoke, ugali, rice, chapatti and pasta), a pot of boiled meat and some sort of salad - largely made of cabbage. Yuck.

So I ignore the food - I have a couple of oranges and a few biscuits with me in the car - and ask for coffee. Even nescafe' would be OK after the drive from Kigali up and down the mountains to Kibuye. The young woman tells me there is no hot water left, they can't make coffee. I sigh and order a coke instead.

While I drink, stretch my legs under the table and watch the local fauna, the young woman comes back with a small thermos flask, the nescafe' tin, sugar and cup.
- I have hot water for coffee.
I am delighted, I thank her, and I proceed to brew a plastic coffee. So I pour the coffee granules and the sugar in the cup, open the flask and pour just a few drops into the mix so I can do a bit of whisking with the spoon, then open again the flask and pour the rest of the water.
I now have a cup of coffee, full and steaming. I am so happy.
I wait a bit for it to cool down, then I bring it to my lips...and I smell boiled meat.
Oh no. I open the flask again and sniff the water. Yes they did.

The young woman, eager to please the customer, finding herself without hot water, went into the kitchen where the cauldron with the boiling beef is, and filled the flask with it, for my coffee. What does she know about coffee? Boiling water is boiling water, never mind the pieces of beef in it. I taste the results - the beef-flavoured nescafe' - and I can't rightly say if it is better than normal nescafe' or not. I leave it on the table, pay, thank everyone and leave.

The drive back to Kigali is great fun on the empty roads of Sunday afternoon.

Sunday, 28 April 2013

Trasloco. Da Kigali a Kigali via Sidney...

E cosi, dopo sei settimane dalle dimissioni, e' arrivato il momento di lasciare questa casa/ufficio e di traslocare in un'altra casa/ufficio simile, quella dei miei nuovi datori di lavoro. Solo che questa ancora non c'e'. Quindi in albergo per qualche giorno, il vecchio Chez Lando, dove abitai l'anno scorso per qualche tempo, quando ero appena arrivato.

Certo che a posticipare sono bravissimo. Sto facendo le valige da ieri ma mi distraggo facilmente e c'e' ancora meta' della mia roba sul letto. Stanotte ho spostato tutto da un lato e ho dormito sulla meta' libera.

Devo pianificarle, queste valige. Prima due settimane di albergo, sia qui che a Gisenyi, sul lago Kivu, ad un tiro di sasso da Goma nel Congo. Giseny e' un posto sonnacchioso con qualche migliaio di abitanti all'ombra dei vulcani, mentre al di la' del confine Goma e' uno sprawl con un milione di persone e senza legge.

Il mese prossimo questi nuovi datori di lavoro mi vogliono per una decina di giorni in Kenia. Una riunione strategica interna all'organizzazione per discutere e definire la strategia contro il tracoma nei vari paesi in cui hanno progetti. 
Ci saranno Keniani, Etiopici, Ugandesi, Cinesi, Indiani, Vietnamiti e non so di dove altro, e naturalmente un gruppo nutrito di Australiani, visto che questa organizzazione per cui ora lavoro (in effetti da domani) e' basata a Sidney.

Chiaramente la riunione invece di farla in citta' hanno deciso di farla in qualche posto polveroso di provincia, sperduto nel nordovest del paese. Ci si arriva con un voletto interno fino ad una delle piste d'atterraggio sulla frontiera con il Sudan del Sud, quelle construite e mantenute per anni dalle Nazioni Unite per le operazioni nel Giuba e dintorni. Inutile dire che la prospettiva di rimanere bloccati per una settimana in qualche albergo di frontiera con le stesse trenta persone, forse qualche bar di quelli che hanno in quel paese dove il bancone del bar, il barista e le bottiglie sono completamente circondati da sbarre di ferro tipo galera e occorre fare la fila allo sportello...

Sopravviveremo.

Dopodiche' diventera' interessante: andro' a Londra per qualche giorno, poi in Sicilia a vedere gli amici per qualche altro giorno, e prima che me ne accorga il tempo sara' passato e sara' ora di andare in Australia a visitare questa organizzazione e imparare come funziona. Insomma, prima di tornare in Ruanda sara' la fine di giugno. L'idea di 30 ore di volo fino a Sidney non mi attira molto, ma sara' carino essere di nuovo in giro per qualche tempo. Sono rimasto bloccato in questo paese, carino ma backwater, per troppo tempo.

Quando finisco questa valigia, va'

Wednesday, 20 March 2013

Again

E' tutto il pomeriggio che provo a scrivere una lettera di dimissioni, e mi sta venendo difficile, essendo lettera formale, nascondere efficacemente la mia contentezza per non dover avere piu' a che fare con il mio capo. Questo tipo, peraltro simpatico, olandese, non capisce molto di come si lavori da queste parti, di cosa si fa e cosa non si fa, di come fare e sopratutto come non fare. Fulgido esempio di presuntuosa ignorantaggine, come diceva il Mirone, e' da un anno che tenta di dirmi come fare le cose che KT sta facendo qui. Ovviamente e' da altrettanto che KT lo ignora, visto che sara' anche il mio capo, ma non ne capisce. Quindi addio interminabili discussioni settimanali su skype per spiegargli tutto quello che sto facendo, persino i dettagli. Mai l'ho avuto un capo cosi', ed ora e' finita

Quando finisco questa lettera, va'. Gliela faro' trovare domattina nell'inbox. Nel pomeriggio ci sara' la riunione del consiglio di amministrazione, a Londra, alla quale dovro' skypare anche io. Ci sara' da rimanere seri...

Thursday, 9 August 2012

Ruandistan

Devo confessare che mai avrei pensato di finire in Ruanda. Non e' che sia passato moltissimo tempo (o almeno a me non sembra) da quando sul forum mi apostrofavano cinese e scrivevo storie da Shanghai, da Kashgar e dal Dovekazzostan, come memorabilmente disse una volta il Pinguino. Pero' quattro anni sono gia' passati, durante i quali sono successe tante cose, alcune delle quali sorprendentemente belle, di cui non vi diro' niente perche' non sono fatti vostri. Ruanda quindi.

Io di questo posto non sapevo quasi niente. Ero in Abissinia quando nel 1994 gli Hutu un bel giorno decisero di ammazzare i Tutsi i quali li avevano sempre comandati e passarono all'azione. Fu un massacro - almeno un milione di morti per strada e nelle case. Ci vollero quattro mesi perche' la comunita' internazionale facesse qualcosa per fermarli, ed ancora oggi se ne vedono le conseguenze. Il paese e' tranquillissimo, pacifico e molto ordinato. Pare d'essere in Veneto. Non scherzo: l'intera popolazione va in chiesa il sabato o la domenica, a secondo a che setta cristiana appartengono. Questa cosa, venendo dalla laica Cina e dalla ancora piu' laica Inghilterra (dove la religione e' una cosa che si fa la domenica in alternativa al giardinaggio o allo stadio) mi ha scioccato: il 100% delle persone che ho incontrato e conosciuto qui in Ruanda vanno in chiesa, credono in dio e non dubitano minimamente. I pastori sono star della radio e della televisione. Incredibile. Ma d'altronde questa gente deve fare qualcosa per sopportare e sopravvivere alla psicosi collettiva conseguenza dei fatti del 1994 - ufficialmente genocidio, e che essi chiamano 'jenoside'. L'intero paese ha una gigantesca scimmia sulla spalla: la coscienza di essersi ammazzati a vicenda in numeri biblici. Perche' poi, quando i Tutsi tornarono dopo essere scappati in Uganda ed in Congo, tornarono armati e si vendicarono anzicheno' su tutti gli Hutu che essi reputarono responsabili del massacro. Vi basti sapere questo: oggi, a distanza di quasi venti anni, non ci sono ne' cani ne' gatti in questo paese. Non scherzo. Da gennaio ad ora ho visto due (2) gatti e nessun cane. Questo perche', durante i mesi del sangue, quando tutti scapparono o furono ammazzati, i cani e i gatti diventarono grassi sui cadaveri. Quando fu ristabilito un poco di ordine, e si resero conto di quanto fossero pasciuti e lucidi gli animali domestici, dopo essere stati abbandonati per mesi, li ammazzarono tutti e non li sostituirono piu'. Un paese senza cani ne' gatti.
Well, non ci sono cacche per le strade. Le quali sono molto pulite, fra l'altro. Questa cittadina di collina che e' la capitale del Ruanda, Kigali, totale forse ottocentomila anime, e' pulitissima, ha bei parchi dove e' vietato camminare sull'erba (e ti multano se lo fai), e ha abolito l'uso delle buste di plastica nel 2008. Nei negozi ti danno le buste di carta marrone - deja vu a quando ero ragazzino in Italia.

Ops. E' entrato qualcuno. Poi continuo...  
 

Saturday, 9 June 2012

Sulla droga

La corriera da Oaxaca saliva e saliva e saliva sui tornanti della carretera 175 che scala le montagne del Miahuatlan verso sud. Eravamo diretti al mare. Molto verde intorno alla strada, boschi da un lato e valle dall'altro. La corriera strapiena di passeggeri locali, le donne vestite a colori col blu predominante, gli uomini in bianco e sombrero di paglia.

Pippo si era seduto sulla sbarra che separa il posto del conducente dalla prima fila di passeggeri. Non c'erano altri posti. Poiche' la sbarra era alta, teneva i piedi appoggiati ai due lati del supporto del sedile del guidatore, e per vedere la strada stava curvo in avanti tipo avvoltoio sul ramo, braccia appoggiate sulle cosce, e muoveva la testa a destra e a sinistra in contrappasso a quella del conducente, il quale si buttava prima da un lato poi dall'altro lottando con lo sterzo nei tornanti. Strada lenta e tortuosissima.
C'era anche un'altro motivo per cui eravamo su quella corriera. Eravamo alla ricerca del fungo psilocybe mexicana, noto per crescere negli alti pascoli dello stato di Oaxaca. Eravamo partiti dall'Italia in sei - Pippo e Pat, Anto e Olivia, e il vostro corrispondente con Licia. All'epoca sui voli intercontinentali si volava con i sovietici, Aeroflot - costavano definitivamente meno di tutti gli altri. Per arrivare in Messico eravamo passati da Milano, Kiev, Mosca, Irlanda e Cuba. Ma quella e' un'altra storia...

La salita in corriera duro' tutto il giorno, con fermate frequenti per fare salire e scendere passeggeri locali. Licia e io avevamo trovato un posto nelle prime file, io seduto accanto alla classica India con borse e ceste, Licia seduta di traverso sulle mie ginocchia, i piedi in corridoio. Mi ricordo che il panorama mi stanco' presto, e mi trovai a fissare per lunghi tratti la pila di machete sul pavimento dell'autobus. Ogni passeggero lasciava il suo per terra accanto al conducente quando saliva, per poi riprenderselo alla sua fermata. Ed erano questi machete da lavoro, largamente senza fodero, con una cordicella al manico, lame lucenti e variamente consunte dall'uso. Dovete capire che questa pila di lame - ce ne saranno state una dozzina - non era fissata o tenuta da niente, ed ad ogni curvone della corriera si spostava pericolosamente da un lato o dall'altro. Il conducente, in scarponi, era bravissimo ad alzare il tallone da terra senza mollare il gas ogni volta che una lama gli andava vicino. Poi controsterzava e la lama scivolava via. Questo, e la testa di Pippo che ondeggiava come quella dei cani finti che una volta si vedevano sui lunotti delle automobili mi tennero occupato per qualche tempo. Era gia' buio quando arrivammo a San Mateo. Scendemmo, la corriera prosegui' nella notte.

San Mateo era solo una fermata dell'autobus sull'altopiano. Non c'era niente se non una pulqueria al lato della strada e qualche casupola di legno col tetto di paglia. Trovammo alloggio in una di queste. Ci mettemmo d'accordo con una signora India, la quale ci preparo' un pasto caldo - non mi ricordo piu' cosa fosse - e ci diede l'unica stanza della casupola. Un letto grande senza coperte, una finestrella e poco altro. Fini' con gli altri quattro che tentavano di tenersi caldi stando strettissimi sul letto, mentre Licia e io ci appendemmo l'amaca che io avevo gia' comprato a Oaxaca (e che ancora ho dopo tutti questi anni) ai ganci appositi, ed essendo questa un'amaca per due dormimmo benissimo. Ci svegliammo presto. La bruma fredda si intrufolava fra le assi della baracca con la luce grigia dell'alba.
La signora torno' con il resto del nostro accordo con lei: un cartoccetto di carta di giornale pieno di funghetti odorosi, ancora sporchi di terra. 'Hongos' disse. OK, funghi. I famosi funghi allucinogeni messicani...

Decidemmo tutti assieme che San Mateo non era il posto giusto dove provarli. Non c'era nemmeno niente per fare colazione - ci fini' ad aspettare la corriera fino alle undici di mattina, con solo un bicchierozzo di plastica di pulque per scaldarci. Pippo insisteva 'e' buono!' ma era mattina diosanto, e il pulque e' agave distillata con tutte le spine dentro...
La corriera ci porto' giu' dalle montagne - e ci mise un bel po'. Dopo Candelaria Loxicha il cambiamento climatico una volta giunti nei bassipiani fu notevole: il caldo e l'umido arrivarono con la vegetazione tropicale ai lati della strada.
Era quasi il tramonto quando uscimmo dalla valle e il sole basso sul mare colorava d'oro il profilo e la rada di Puerto Angel.
Trovammo posto in un bel bungalow in spiaggia, su palafitte. Anzi, tre bungalow - uno per coppia. Grande, con l'alto soffitto di fronde di palma e i ganci per appendere le amache - cosa che facemmo subito. Licia aveva comprato a Oaxaca un'amaca ancora piu' grande della mia (lo so, le avevo tutte e due io nello zaino...) e il bungalow le accomodo' entrambe, appese sopra i materassi dei due letti doppi. Per salire sull'amaca bastava salire sul letto.
Cenammo tutti assieme in un ristorante di mare sulla stessa spiaggia, un poco piu' un la'. Puerto Angel era una strada parallela alla baia con due file di case e negozi bianchi, campi di canna da zucchero e ortaggi da un lato, e la spiaggia dall'altro. Il pesce, dopo tanti giorni lontani dal mare, fu un grande piacere. Un pescione rotondo e spesso, arrostito intero sulla brace, almeno un chilo a testa: lo huacinango alla veracruzana - una delizia che ricordo ancora.

Passammo la cena a discutere cosa fare con i funghi. Come previsto qualcuno si arricalco'. In inglese, bella frase, chickening out, che si puo' tradurre con 'gallinandosi fuori'. Le tre ragazze rinunciarono immediatamente: 'qualcuno deve pure rimanere nel mondo reale a tenervi d'occhio e a prendersi cura di voi se dovesse succedere qualche cosa'. Difficile ribattere. Pippo pure rinuncio'. 'Ho trovato l'erba, preferisco non mischiare'. Si, ok, fifone... Fini' che Antonio ed io ci dividemmo il cartoccetto di funghi. Ognuno nel suo bungalow, dopo cena. La signora a San Mateo aveva detto 'Si mangiano cosi' come sono, non li fate seccare che perdono la potenza'.

Non mi ricordo molto di quella notte. Dopo tutta questa introduzione e' un po' una delusione, ma tant'e'. Pero' un paio di cose mi sono rimaste nella memoria. Dormii, o almeno credo. Nell'amaca mia, da solo, con Licia che mi teneva d'occhio dalla sua amaca accanto, masticai piano un pugno di funghetti (ok, la terra l'avevo scossa via...) e rimasi li' a fissare l'alto soffitto del bungalow. L'amaca dondolava dolcemente - e qui e' la prima cosa strana: nessuno la scuoteva, ma dondolava. E dondolo', nella mia percezione, per tutta la notte. Ma non ci feci caso perche' ero troppo occupato - altra cosa - a guardare ad occhi spalancati il volo di uccelli - di tutti i tipi e dimensioni e colori - che roteavano nell'aria luminosa della notte. Sotto il soffitto di palme del bungalow, sopra di me, c'era un'intera voliera che roteava silenziosamente entro il perimetro del bungalow, uccelli grandi e piccoli - mi ricordo colli lunghi da anatre e code lunghe e colli corti da rapace - tutti insieme, per quella che mi sembro' tutta la notte, roteavano per me, nell'aria resa brillante dai raggi di luna che entravano dalle finestre aperte sul mare.

L'indomani mattina tardi ci trovammo in quattro, con Pippo e Pat. Anto ed Olivia se ne erano andati prestissimo. Ci lasciarono una nota scarna - qualcosa sul fatto che preferivano continuare il viaggio da soli. Well, buon viaggio. Olivia non piaceva a nessuno in ogni caso...quando ci ritrovammo in Italia, dopo il ritorno, Anto non volle mai parlare di quella notte, e ancora non so come fu la sua esperienza. Io mi tengo il mio stormo di volatili silenziosi e roteanti.

L'indomani ci spostammo qualche chilometro a ovest, fino ad un villaggio con una spiaggia piu' bella. Puerto Escondido si chiamava. Anni dopo seppi che qualcuno ci fece un film. Dopo un paio di giorni di mare noi quattro ci rimettemmo in viaggio per Salina Cruz e la frontiera col Guatemala, diretti al lago Atitlán, per naufragarvi (altra altra storia...).
Nell' auto con noi c'era un pappagallino giallo, nemmeno in gabbia: svolazzava dalle spalle dell'autista al cruscotto al lunotto, e in duecento chilometri riusci' a non farsi mai risucchiare da uno dei finestrini aperti.

Comunque ebbe ragione Pippo: meglio la marijuana. Resina di Cannabis Sativa, naturale e non dannosa.

Guardate me

Sunday, 25 March 2012

Articolo 18...


Su Spazioforum.net, il forumista puss-in-boots ha scritto:
...la domanda è questa: ammesso che (la riforma del lavoro) sia quella che è stata presentata l'Italia sarà più nella "media" europea (che è il nostro quadro di riferimento dopo tutto) prima o dopo la riforma? Per quello che ne so dopo.

E KT ne ha avuto abbastanza di tutti coloro che si lamentano (i quali su Spazioforum sono la maggioranza) ma non vogliono cambiare niente. E ho risposto: 


Sono d'accordo. E' qualche giorno che pensavo di scrivere cosa ne penso, basato sulla mia esperienza, ma mi sono trattenuto perche' ho creduto che non avrebbe ascoltato nessuno. Ma vale la pena di tentare. 
Che il mercato del lavoro in Italia sia congelato come un mammuth in Siberia credo che non ci siano dubbi. Le riforme degli anni passati hanno avuto come risultato di avere meta' dei lavoratori praticamente intoccabili grazie a questo articolo 18, e l'altra meta' senza alcun diritto, precari, e sfruttati al massimo. Su questo siamo d'accordo, credo. Quello che Monti vuole fare, ed e' chiarissimo, e' cambiare questo stato di cose in modo che (1) gli intoccabili non siano piu' tali, ma possano essere licenziati quando serve, e (2) il lavoro a tempo - cioe' precario - venga pagato di piu' di quello a tempo indeterminato, cosi' come nel resto del mondo: un contrattista costa di piu'. 
Quello che nessuno sembra capire riguardo (1) e' che, se un'azienda puo' licenziare quando vuole, vuol dire che - automaticamente - puo' anche assumere quando vuole. Senza essere terrorizzata, come e' ora, dall'impossibilita' di sbarazzarsi dei lavoratori che non servono, e di quelli che fanno finta di lavorare. Certo, con la situazione economica com'e ora le cose non cambieranno immediatamente, ma cambieranno, e per il meglio. 
E questa non e' solo la mia opinione: e' gia' successo. 
Come ricorderete, in Inghilterra negli anni '80 la Thatcher distrusse il potere dei sindacati e liberalizzo' il mercato del lavoro. Lo fece perche' quando prese il potere la disoccupazione era alle stelle da anni - dalla crisi petrolifera degli anni '70 - e le cose andavano male. Non si poteva licenziare, chi aveva il lavoro se lo teneva, e quelli fuori rimanevano fuori e facevano le file per i sussidi di disoccupazione e le mense. 


Vi ricorda qualcosa? 


Da allora, col sole o colla pioggia, il lavoro in quel paese c'e' sempre. La prima volta che ci arrivai avevo gia' 38 anni. Non avevo mai vissuto ne' lavorato la', ma avevo un'esperienza specifica che sapevo avrei potuto usare. E parlavo l'inglese, ovviamente. Certo, ci volle un po' per trovare un lavoro che mi piacesse - nove mesi per l'esattezza. Senza conoscere nessuno e senza raccomandazioni, solo rispondendo agli annunci di lavoro sul giornale - di cui ce ne sono centinaia ogni settimana in ogni giornale. Indeterminato, in regola, assicurazione sanitaria eccetera. 
Dopo due anni mi licenziai perche' ne avevo trovato un altro - sempre sul giornale - che mi piaceva di piu' e dove mi pagavano meglio. Dopo un anno in questa nuova compagnia, ci fu una ristrutturazione interna e io e parecchi altri fummo licenziati - in quel caso, con dodici mensilita' come compensazione. Nel giro di un mese - sempre sul giornale, e ora anche su internet - avevo gia' trovato un'altro lavoro, ancora meglio. 
Dopo altri due anni me ne andai dall'Inghilterra e stetti via sei anni. Mi offrirono un bel lavoro in oriente. Ma quando la crisi colpi' alla fine del 2008 lo persi, come molti altri. Motivi economici, chiaramente. Anche qui, sei mesi di salario come compensazione (che non era male per una compagnia americana - a loro dispiacque lasciarci andare ma con i conti che avevano non potevano fare altro. Cioe' avrebbero potuto essere una ditta italiana, col giogo dell'articolo 18, tenerci ed evadere le tasse, o tenerci e fallire). 


Tornai in Inghilterra nel 2009, nel mezzo della crisi che ancora ci opprime. Questa volta, con la disoccupazione su e gli investimenti aziendali giu' ci misi un anno a trovare un lavoro all'altezza. Su internet. Nel frattempo facevo lavori manuali, non specialistici, pagati a ore, ma legali - paga minima stabilita dallo stato e copertura sanitaria statale. Abbastanza per vivere, e potevo cambiarlo quando volevo con un'altro simile. O farne due assieme - pagato a ore, piu' lavori e piu' guadagni. 
Dopo un anno mi offrirono un lavoro - sulla base del mio curriculum e basta - contratto di otto mesi, a progetto, pagato ovviamente di piu, al mese, di quello che avrebbero pagato un tempo indeterminato. Ma alla compagnia servivano soltanto otto mesi. Va bene. A questo punto avevo gia' 50 anni. Una volta finiti gli otto mesi - sempre in mezzo alla crisi - mi servirono sei mesi per trovare il lavoro che ho ora. Su internet. A tempo indeterminato, ma ovviamente mi potrebbero licenziare se ne dovessero avere necessita'. La cosa non mi smuove: e' normale. 


La domanda che vi faccio e': sarebbe stata possibile, questa storia lavorativa, alla mia eta', se fossi rimasto in Italia, con il mercato del lavoro com'e' ora? La risposta la sapete gia', ed e' no. 


Quello che Monti vuole fare e' liberare il mercato del lavoro italiano e renderlo piu' simile a quello inglese. Piu' opportunita' uguali per tutti indipendentemente dall'eta' e dalla condizione personale. Meno sicurezza sul lungo periodo, certo, ma anche ampie opportunita' di passare facilmente - come successe a me - da un lavoro all'altro solo sulla base di offrire le proprie capacita' a chi queste servono. Il lavoro, nonostante la poetica di alcuni, non e' un diritto naturale. La vita non e' obbligata ad offrire un lavoro a nessuno, ed e' assurdo pensare che una ditta, la quale esiste per fare profitto, debba essere obbligata a tenersi gente che non vuole o non gli serve.
Tutta questa alzata di scudi contro Monti e' un grave errore. Peggio di cosi' non potrebbe essere, su questo siamo tutti d'accordo. Allora perche' non provare a cambiare, a migliorare? Come ho detto, non stanno camminando al buio, Monti e Fornero. Stanno prendendo esempio da paesi molto simili al nostro come demografia e profilo industriale e sociale perche' in quei paesi la cosa funziona. 


Ma noi no, tutti a dire no, e poi no, condendo la negazione con una caterva di minchiate basate sul nulla. In pratica chi si oppone dice: meglio rimanere nella merda che conosciamo gia'. 
Fifoni...  

Friday, 16 March 2012

Chiamatemi Mike Papa.

Quando ero in Etiopia, dove ho vissuto in molte case visti gli anni che ci sono stato, c'era sempre un omino che stava nel casotto vicino al cancello, e si occupava di aprire e chiudere, di annaffiare il giardino, e di fare la guardia di notte. Zabagná si chiama la guardia in amarico. Anche se l'omino si chiamava variamente Asfau, Bekkelé, Tìmrat. Nel casotto aveva la branda e la radio, ed era sempre avvolto nel suo sciàmma bianco di cotone, abito tradizionale dei montanari etiopi. Di notte sopra lo sciàmma si gettava il gabi, un largo tessuto di cotone bianco con un piccolo ricamo colorato all'orlo, ripiegato in quattro strati (o anche otto), a mò di cappa: piegato a triangolo, passato sulle spalle e sulla testa, il lato lungo passato davanti al petto e gettato sulla spalla opposta. Non solo caldissimo, ma anche bello a vedersi. E utile: il gabi, una volta aperto serve anche da coperta, copriletto, tenda, tappetino per fare l'amore...lo so, il mio mi ha seguito fin da allora ed è ancora con me.

...e in tutti quegli anni non è mai capitato che ci sia stato bisogno dei servizi di guardia dello zabagnà. Contro i ladri dico. Mai entrato nessuno. Certo, c'erano anche i cani, sopratutto una figlia di Shelly, il canazzo bianco di cui dicevo prima. Questa era uguale a Snoopy dei Peanuts - bianca e nera, pelo lungo con frangia sugli occhi come il pastore dei cartoni animati, intelligentissima. Snoopy era la mia cane, ed è vissuta con me fino a quando sono rimasto in quel paese.
Dove sono ora invece, in Ruanda, è tutto molto diverso. Non è necessariamente un male. Visto che sono qua da poche settimane, dopo essere passato dall'hotel alla casa/ufficio che ho preso per conto della gente per cui lavoro, non ho pensato subito a prendere una guardia - che qui si chiama zabu - sopratutto perchè non c'era niente da rubare. La casa è grande ma è anche vuota. Solo qui in camera mia c'è il letto con zanzariera, un tavolo per il computer, una sedia, e il cestino (bello, comprato per strada) per la lavanderia. Di là, nella parte dedicata ad ufficio c'è una scrivania con sedia da ufficio, uno scaffale, e un mobiletto per tenere la stampante. Ancora poco, anche se più un là ci saranno altre cose. Sulla scrivania ci avevo messo il laptop nuovo dell'organizzazione che mi avevano dato prima di partire. Non che l'abbia usato molto: sono talmente abituato a quello mio che ho da sempre - questo, veterano della Cina - che l'altro l'ho usato poco e niente. Anche perchè è politica della compagnia di guardarti nel laptop a distanza - da Oxford addirittura - ed è scritto chiaro nella documentazione che nessuno deve presumere alcuna forma di privacy usando il computer di lavoro - ovviamente la gente passa troppo tempo su facebook...

Insomma, questo laptop era sulla scrivania l'altra notte. A circa un metro mezzo dalla finestra che dà sul giardino davanti casa, che avevo lasciata aperta, come sempre. Tanto ci sono sempre 25 gradi. Però...ci sono le sbarre di ferro a tutte le finestre, e la retina metallica per tenere gli insetti fuori. Come a tutte le finestre. Quindi io ero tranquillo a casa da solo.

Verso le tre del mattino un crash dall'altra stanza mi sveglia. Rumori. Mi alzo e vado a vedere. Appena entro di là vedo che in casa non c'è nessuno, ma fuori si. Qualcuno alla finestra con un lungo bastone di legno infilato fra le sbarre, la retina metallica tirata via. Alla fine del bastone (come risulterà dopo) c'è appesa una busta di plastica, e con una scopa maneggiata con l'altra mano il tipo ha spinto il laptop fino al bordo del tavolo e l'ha fatto cadere nella busta. Dopodiche' si è tirato il bastone fino alle sbarre, ha preso il laptop con le mani e l'ha fatto scivolare fra le sbarre. Qui è stato quando mi ha svegliato, perchè il mouse che era attaccato al computer, rimasto fuori dalla busta è caduto per terra andando in mille pezzi e svegliandomi.

Insomma, sono arrivato un attimo troppo tardi. Il tempo che mi sono reso conto e sono arrivato alla finestra il tipo era giá girato di spalle, bastone e scopa abbandonati, laptop stretto al petto, e stava correndo verso il muro di cinta per scavalcarlo e fuggire nel buio. L'ho intravisto da dietro, poco più di un'ombra. Troppo tardi.

L'indomani polizia, denuncia e così via. Scrivo al quartier generale dell'organizzazione per far loro avere la denuncia così che possano fare la trafila con l'assicurazione, e loro mi dicono di fare subito un contratto con una compagnia di vigilanza. OK.

Qui a Kigali ce n'è più di una. Ambasciate, ditte e privati vari hanno tutti il cartello appeso al cancello che avverte che la proprietà è guardata da questa o da quella ditta. Scrivo un'email a quella che mi piace di più - giudicando dal sito web - e quelli mi rispondono in dieci minuti. Dopo un'ora viene un rappresentante a vedere la proprietà e a farmi un preventivo. Discutiamo - offrono sorveglianza 24 ore al giorno in due turni di dodici ore ad un prezzo ragionevole. Accetto e lo stesso pomeriggio vado a firmare il contratto. La loro sede è vicina, fuori hanno un plotone di nuove guardie che fanno esercizi sotto gli ordini di un ex-sergente dell'esercito. Si presentano bene: scarponi lucidi, pantaloni rimboccati negli stivali, camicia blu, berretto con lo stemma. Manganello e radio. Niente armi da fuoco, solo la polizia può portarle. Mi mostrano la centrale operativa, mi danno istruzioni e numeri da chiamare. Firmo. Pagamento dopo il primo mese di servizio.

La sera stessa il supervisore di zona della compagnia arriva con la mia guardia. Si chiama Yannick. Si mette sull'attenti e mi fa un saluto da soldato. Riposo, riposo. Gli indico dove può stare sulla veranda fino a quando una garitta vicino al cancello sarà completata, gli faccio vedere le luci esterne e il cesso esterno che c'è dietro la casa. Tutti contenti. Il supervisore chiama la centrale operativa al telefonino e in Kyniarwanda blatera qualcosa sulla guardia ora operativa nella nuova locazione 'mike papa'. Capisco solo 'mike papa'. Lo guardo e gli chiedo: 'Mike papa sono io, vero?' Quello spalanca gli occhi, poi ride, e conferma. Lo saluto, e tanti saluti e sono.

Ora siamo tutti piú tranquilli. Il collega di Yannick è qui fuori che si guarda le luci di Kigali e mi sente battere sui tasti (le finestre sono sempre aperte, anche se ci sono le tende tirate), io scrivo, e la garitta è quasi pronta, la faranno blu, come le camicie dell'uniforme di KK Security.

Ma io ho una nostalgia dello zabagnà avvolto nel gabi...

Saturday, 10 March 2012

I biscotti atomici.

Una storia da Musungu, mi dicono.

Piu' che da musungu direi da ferengi. Cosi' chiamano i bianchi in Etiopia, ex Abissinia, ex Africa Orientale Italiana.
Ero li' nel 1993. Lavoravo per un'organizzazione di aiuti e sviluppo irlandese. Noi eravamo specializzati in assistenza medica agli ospedali e alle cliniche locali, ma lavoravamo anche con i bambini di strada, gli orfani, e ovviamente le emergenze - siccita', carestia eccetera.

Un giorno telefona l'ambasciata inglese e il tipo, con l'accento tremendamente britannico, come tutti quelli che lavorano per il Foreign Office, dice:
- Abbiamo ricevuto una consegna non piccola di biscotti a lunga conservazione, e li stiamo distribuendo alle varie NGO inglesi e irlandesi nel paese. Domani ve ne manderemo un carico

Io mi preoccupo subito. In inglese 'non piccola' vuol dire enorme. Ma prima di poter rispondere 'Ma veramente noi...'
- Thank you. - Click -

L'indomani mattina ero fuori dalla sede, e quando sono tornato mi ricordo che ho dovuto parcheggiare per strada perche' dentro lo spazio era occupato da un FIAT 682N3 - camion storico della presenza italiana nel paese nel dopoguerra (il che mi ricorda che nel 1980 ad Acireale lo usavano ancora per raccogliere le arance...)
Il camion era sovraccarichissimo di confezioni di biscotti da dieci chili, in latte verde militare racchiuse - quasi tutte - in una scatola esterna di cartone. I ragazzi locali dell'organizzazione erano indaffaratissimi a scaricare il camion - all'etiopica, cioe' due di loro erano sopra e facevano cadere le latte fra le braccia di quelli a terra, i quali le portavano in magazzino. Mi sono fermato a guardare un attimo prima di entrare in ufficio, e in quel momento uno dei ragazzi perde la presa, o gli scivola la latta, la quale finisce per terra con forza ed esplode letteralmente con un BANG!. Il coperchio della latta e' volato come un petardo, biscotti ovunque nel cortile. Non puo' essere. I biscotti non esplodono...

Allora guardiamo bene e scopriamo che le confezioni esterne di cartone hanno tutte stampata la scritta MoD - Ministry of Defense, e sotto c'e' stampigliata la data di produzione: 1959 e 1960. Biscotti vecchi come me all'epoca. Poi, sotto la lattina scopro anche che la confezione e' sotto pressione, riempita con gas inerte. Questo spiega l'esplosione, ma biscotti di 33 anni?

Vado dentro e telefono all'ambasciata. Voglio chieder loro, in inglese ovviamente 'Ma che minchia ci avete improsato?'
La tipa dall'altro lato del telefono e' apologetica. Spiega che sono una parte delle riserve alimentari che il Ministero della Difesa britannico aveva accumulato nei rifugi anti-atomici costruiti nei primi anni sessanta, quando ancora la guerra fredda era una cosa seria. I rifugi, costruiti per il governo, il Parlamento e le loro famiglie, erano rimasti intatti, mai usati e pieni di provviste ed equipaggiamento, in attesa di un inverno nucleare mai arrivato.

Quindi, nel 1993, dopo la caduta del Muro di Berlino, la caduta dell'Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, il governo aveva decommissionato i rifugi antiatomici, svenduto l'arredamento e l'equipaggiamento, e donato i biscotti al Ministero per lo Sviluppo Internazionale, il quale penso' bene di mandarli in Africa. E in Etiopia ne arrivo' una nave intera - qualche quarantamila tonnellate.
Di biscotti.
Del 1960.
Che esplodono se maneggiati con noncuranza.
Dai rifugi antiatomici.

Li chiamammo subito, ovviamente, biscotti atomici. Atomic biscuit.

La cosa che mi preoccupava veramente era che Shelly, il canazzo bianco da guardia orbo da un'occhio (veterano di cento battaglie per l'osso) che viveva in quel cortile, di assaggiare i biscotti sparsi per terra dopo la prima lattina esplosa non ne voleva sapere assolutamente. E Shelly era un cane che si mangiava anche le pietre.

Quindi ne prendo una latta inesplosa e la porto all'Istituto Pasteur di Addis Abeba, dove richiedo un'esame chimico approfondito per stabilire se i biscotti siano commestibili e in ogni caso adatti all'alimentazione umana. Dopo un paio di giorni, coi biscotti bloccati in magazzino, l'Istituto risponde favorevolmente, e possiamo cominciare a distribuirli alle varie cliniche rurali, dove li useranno come alimentazione supplementare di emergenza per bambini e adulti malnutriti. Tutto e' bene quel che finisce bene, e c'e' un certo equilibrio che i biscotti fatti per la guerra alla fine siano serviti ad uno scopo di pace. Che poi dovevano essere nutritivi, pensati com'erano per Lords e Ministri nascosti sottoterra possibilmente per anni...

Comunque, visto che Shelly continuo' a storcere il naso ai biscotti atomici per tutto il tempo che ci mettemmo a liberarcene, presi consiglio da lui e non ne assaggiai mai nemmeno io.

Thursday, 1 March 2012

Prendiamo un kawhe'

Io so ben poco di tutto cio'...si tratta di alta cultura, e sento il peso della mia ignoranza (dov'e' Hussita quando c'e' bisogno della cavalleria?). Eppure trovo grande consolazione il potermi sedere ad un tavolo coperto da una tovaglia di qutun, magari azul, mettermi comodo, ordinare una bottiglia di al-kuhl, e mentre aspetto spalmare sul pane un po' di hummus fatto in casa, e meditare se ordinare il kharshuf, magari fritto alla giudea, o un riso allo zafraan, o magari tutti e due. Si trattera' di un pasto leggero? Ma poi penso che oggi e' sabit, e mi tranquillizzo. Mi verso un po' d'acqua dalla karaf. Insomma, mi consolo con queste piccole cose. Deve essere vero, che cavolo. Ovviamente dopo tanto tempo non e' rimasto piu' niente della cultura araba...medito e mangio, e tento di non macchiarmi la qamees...sono bravissimo in questo...chissa' se e' colpa degli arabi se alla fine, dopo il kawhe senza suqar c'e' sempre l'al-fatoura da pagare...

Wednesday, 14 December 2011

In amore ci vuole coraggio...


(postato originariamente su una discussione sul coraggio in amore su Spazioforum e ricopiato qui per motivi sentimentali...)


Siete troppo filosofici, mistici, estetici. 
D'altronde ognuno e' a modo suo.
Fino a qui ci siamo perfettamente dentro, ai commenti banali.
I miei, dico. 


Il coraggio? Ci vuole. Magari non tutto il tempo.
Magari solo per un istante. Ma ci vuole.
Mi spiego con un esempio...


E' buio e caldo sotto il duvet. La sento moltissimo, vicina. Come ogni volta che siamo assieme, da mesi ormai.
Sento il suo corpo, il suo odore, il suo respiro.
Lei. Lei mi invade il sensorium come fosse acqua che mi riempie, mi scende dal naso e dalla gola. Ma invece di soffocare respiro profondamente, e ne voglio ancora.
Non mi ricordo di cosa stavamo parlando. Era pomeriggio, questo si che me lo ricordo.


Trova il coraggio, e nel mezzo della conversazione mi dice:
"...perche' io mi sono un po' innamorata di te..."
Non l'aveva mai detto prima. 
Non ho il tempo di pensare o riflettere dopo questa affermazione. 
Lo sentivo, lo sapevo, lo supponevo. Sesso di questa qualita' e potenza non nasce dal solo odore, o dai feromoni.


Qui si che serve il coraggio. Il coraggio di ignorare com'e' messa la nostra rispettiva vita quando non siamo assieme come ora: come se ci fosse una bolla attorno a noi, e tutto quello che non e' lei ne e' fuori, invisibile, inaudibile, inesistente. Le nostre vite, gli impegni, la transitorieta', il fatto che me ne dovro' andare prima o poi, come mi disse lei la prima volta.
Ma come faccio a non dirglielo? 
Eppure mi ci vuole almeno un secondo per trovare il coraggio - il famoso coraggio - e canalizzarlo alle corde vocali. Prendendolo a calci per farlo muovere. 
E per quel secondo, ho paura. Non di cio' che mi ha detto. Ma di cio' che devo dirle.
Ma il ritornello "La paura uccide la mente..." funziona per me, qui e ora, come in letteratura. 
E la mia mente non si fara' fermare dalla paura. Non questa volta, non oggi.
"Anche io mi sono innamorato di te".
Al diavolo la paura, e all'inferno le conseguenze. 


Nel frattempo pero' non posso trattenermi, e aggiungo: "Ma come sarebbe a dire, 'un po'?" 
Ride, e viene piu' vicina. 

Sunday, 26 June 2011

A casa di mio padre 1

E insomma, io non avrei dovuto farlo. 
Avrei dovuto pensarci. 
Che mio padre non sarebbe stato contento. 

Ma tant'e'. 
Due mesi di una dieta siciliana estiva schifosamente salutare nonche' deliziosa. Pesce e cose di mare tutti i giorni, che' al Nonno piace. 
Sughetti per la pasta fatti ogni due giorni, sempre diversi. Insalata fresca due volte al giorno, cosi' come il pane caldo. Caponatine ed involtini di spado. Pesche tabacchiere locali, sublimi. Angurie gia' dolci, dove il talento dell' houseboy di mio padre rifulge: non sbaglia mai un'anguria o un melone. E' quasi due mesi che aspetto che torni con un melone non eccellente, e sto ancora aspettando. 
E insomma, considerato che sono qui per fargli compagnia, dopo tanta assenza, non posso dire di avere problemi. 
Tranne quando me li vado a cercare come l'altro pomeriggio.

'Papa' vado al mare'
'Ah. Al mare vai?' mi guarda da sopra gli occhiali.
'Dai che te l'avevo detto. C'e' il ragazzo qui'.
(Lal) 'Io essere qui Nonno' 
'Vai vai. A che ora torni?'
'Per cena, lo sai. Ti devo cucinare la pecora'
'E che ora e' "per cena"? Dimmi un orario!'
'Ma che domande mi fai? Non si cena alle otto ogni sera qui a casa tua?
'E quindi a che ora torni?'
'Uh...alle sette e mezza?'
'Eh no! Se devi cucinare la pecora devi tornare alle sei!'
'...Papa'...sono le quattro. Se non vuoi che vada al mare perche' tu non ci puoi venire dimmelo e non ci vado nemmeno io...'
'Io! Al mare! Ma stai scherzando! Vattene va', spostati fammi vedere la televisione...'


E insomma, torno a casa verso le sette e mezza, condisco le costolette d'agnello con aglio e rosmarino, sale e olio, e le arrostisco sulla piastra di ghisa. IN venti minuti sono pronte. Un profumino che non vi dico. Ma KT ha sviluppato una certa preferenza per la pecora nel corso degli anni e dei posti dove le pecore le mangiano tutti i giorni, senza dimenticare gli avi da parte di madre, tutti pastori di Sorso e dintorni.

Mio padre invece no. 

Intanto ha fatto una faccia e non ha toccato la forchetta. 
'Che carne hai detto che e' questa?'
'Pecora, papa'. Buona dai'
.........
'Ma e' pelle questa?'
'Papa', sono costolette. Forse e' grasso?'
'Ma infatti, e' grasso. Sono troppo grasse'
'Ma l'Ada Boni ha scritto nel 'Talismano della Felicita' che le carni dell'agnello di buona qualita' "devono essere sostenute e grasse"'
'Sara'...ma non mi piace tanto. Dammi l'insalata, dai...'
'Eccotela papa'
'E condita?'
'Lo sai che te la condisco nel piatto...ogni sera, aggiungerei...'
'Ah vero' dice 'Me lo ero dimenticato'

'Lal! Vuoi pecora?'
'Oh no Sir, io c'e' pesce Sir'

Quindi KT si e' pappato un mucchio di costolette d'agnello tutto da solo. 
Forse e' un buon segno :)

Thursday, 14 April 2011

Ricordo d'amore

(South India, 2003). 
La notte e' calda fuori dalla finestra. Le luci della citta' si susseguono fra gli alberi dei giardini e dei viali. Il fiume e' una pozzanghera allungata, pigro di macchie di luce riflessa dalle finestre delle case bianche e dalle tante bancarelle che vendono cibo e bevande ai passanti e ai perditempo seduti sui motorini e sui muretti. L'odore di curry sale dalla strada, voci allegre e pigre si rincorrono fra gli alberi e sotto le foglie. Chissa' cosa dicono. 
Dal corridoio dell'albergo, attraverso la porta, sale la musica del trio che suona ancora nel ristorante: lei in sari, microfono fra le mani, voce dal ventre da blues, loro due quasi vecchi e grassottelli, in giacca nera con barba e baffi Tamil tiravano fuori dalla chitarra e dalla tastiera tutte le piu' belle canzoni d'amore che mi potessero venire in mente, senza che glielo dovessi chiedere. Kisses and loves and I'm waiting for you, da Elton a Frank, suonate con una vita, due vite di passione, le note che una dopo l'altra si inseguivano nel cavernoso semibuio del ristorante, incuranti dei camerieri in giacca rossa. 
Ed io pensavo e penso ancora adesso alla sua voce quando mi canta canzoni come queste all'orecchio, penso al suo petto che si alza e si abbassa sotto la maglia melange, ai suoi occhi, e mi fa male quanto mi manchi. E la malinconia, questa sconosciuta, mi ha preso piano piano. E' arrivata col ritmo della musica battuto dal mio piede sotto il tavolo, con la distanza, con la sua lettera non d'amore che porto sempre con me perche' parla d'amore. Ed e' ancora con me questa malinconia stanotte: speravo che se ne andasse dalla finestra aperta, che scivolasse giu' lungo il fiume fino all'oceano e che mi lasciasse finalmente pensare a lei come faccio sempre, felice, un po' cretino, mentre l'aspetto.

Thursday, 31 March 2011

Cuzco

E' domenica mattina presto, tanti anni fa. Bella giornata. Vedo i tetti rossi delle case di Cuzco dall'alto della collina. Sono seduto su uno dei pietroni di Sacsahuaman, e mi sto fumando una sigaretta guardando la citta' e la valle che la contiene. Anzi, mi sto facendo una canna. L'erba che mi hanno regalato a Lima un paio di settimane fa e' scura e odora leggermente di ammoniaca - il che vuol dire che ci hanno pisciato i topi mentre seccava in qualche soffitta - ma mischiata con la Camel si puo' fumare, e da' un colpo immediato al sensorium. Gomito appoggiato al ginocchio guardo la citta' attraverso il teleobiettivo della macchina fotografica. Le due chiese sulla Plaza de Armas (che una volta si chiamava Plaza Mayor) mi sembrano due pastori erti drammaticamente in mezzo al gregge di case bianche a due piani. Buona quest'erba. Alzo la mira e lontano nella valle distinguo l'aeroporto. Lo guardo fisso per un po', aspetto che parta l'aereo solitario in mezzo alla pista. Non distinguo la livrea, neppure col 200mm, ma so che e' un volo Aeroperu' per Lima, e su di esso c'e' Veronique che se ne torna a casa, vacanze finite. L'ho incontrata quattro giorni fa ad Arequipa, disperata perche' non trovava alloggio, gli alberghi riempiti da un convegno di ingegneri peruviani. Abbiamo trovato una camera doppia e abbiamo deciso - dopo notevoli discussioni - di dividerla, visto che era l'unica in tutta la citta'. Parlando in un bastardissimo misto di italiano inglese spagnolo e francese (che io non so) abbiamo negoziato per almeno mezz'ora alla reception dell'albergo.
- Dividiamo camera e costo ma letti separati.
E io:
- Va bene. Non abbiamo scelta.
- Hai capito, vero?
- Si, stai tranquilla, e' solo per convenienza.
- Guarda che io sono in vacanza da sola ma non voglio storie.
- Va benissimo ho detto. Tanto io domani parto per Puno.
- Puno? Anche io vado a Puno. Ma per stanotte dobbiamo essere chiari.
- Tranquilla, sono qui per vedere il Peru' non per cercare storie.
- Bene. Io ho deciso d'impulso di venire in Peru' perche' ho litigato con il mio ragazzo a Parigi.
- Non mi devi spiegare niente...
- Sappi che comunque sono lesbica.
- Allora posso stare tranquillo...e anche tu.
- Si ma e' meglio essere chiari...
- ....Piu' chiaro di cosi'...

La notte passo' senza eventi, e l'indomani mattina, con cautela reciproca decidemmo di andare a vedere lo sterminato convento di Santa Catalina. Fu una giornata piacevole, e la sera ci ritrovammo sulla stessa corriera per Puno ed il lago Titicaca.
La notte fu durissima, per il freddo. La corriera si arrampico' tutta la notte sui gradini della cordigliera, e a mano a mano i passeggeri, quasi tutte donne locali in bombetta aggiungevano strati al vestiario. Noi avevamo giubbotti e maglioni ma non bastavano. Fuori c'era solo l'altopiano, terroso e rosso. Alla fine, durante una sosta notturna durante la quale la pipi' gelo' prima ancora di arrivare a terra, Veronique si arrampico' sul tetto, tiro' fuori il saccoletto dal suo zaino, e lo usammo come coperta per entrambi, riuscendo a sopravvivere.

A Puno prendemmo alloggio al vecchio hotel Ferrocarril, di fronte alla (singola) linea ferroviaria.
- Possiamo dividere una camera doppia se vuoi, ma valgono le stesse regole.
- Va bene per me.
- Non pensare che avere diviso il mio saccoletto sul pullman ti autorizzi a considerarti amico intimo.
- Non ci penso nemmeno! E' stato un fattore ambientale a costringerci a stare vicini.
Dopo avermi fissato aggrottosamente dal basso in alto con quei grandi occhi blu decise che forse poteva fidarsi.
- Ricordati che sono lesbica.
- Non potrei MAI dimenticarlo.

Cenammo nell'albergo stesso. Un paio di tavoli con locali, qualche turista, e una tristissima banda andina che suonava El Condor Pasa a ritmo di veglia funebre.
Quella notte stetti male. Molto. Qualcosa nel cibo, passai la notte abbracciato alla tazza del cesso. Stavo cosi' male che non mi preoccupavo nemmeno della figura che stavo facendo. L'indomani mattina Veronique usci' presto, mentre io, sfatto, deliravo nel dormiveglia. Be' forse 'deliravo' e' eccessivo. Torno' poco dopo con il pacchetto del farmacista all'angolo.
- Mate de coca. Eccellente per lo stomaco. Ti fara' bene, vedrai.
- Ahhhhhhhhh.....("voglio morire").
Fu un'infermiera perfetta. Fece il mate a piu' riprese, me lo fece bere, mi toccava la fronte per vedere se avessi febbre, rimboccava le coperte, mi trovo' dei limoni da succhiare per ristrizzare l'intestino in condizioni normali. Funziono'. Lo stesso pomeriggio stavo gia' meglio, e uscimmo per andare a vedere le Chullpas a Sillustani. Ci arrampicammo sulle torri in rovina, facemmo foto, chiacchierammo. Sembrava felice che stessi meglio e io non sapevo come ringraziarla per la gentilezza.
Quella sera decisi di non cenare per sicurezza, e continuai a bere mate per reidratarmi. Veronique ando' a mangiarsi una pizza da qualche parte in citta', ma torno' subito.
- Volevo essere sicura che stessi bene.
- Sto benissimo ora, grazie. Sarei potuto uscire ma sai, per sicurezza preferisco rimanere vicino al bagno..
- Bene.

Come la prima notte ad Arequipa ando' in bagno a spogliarsi, torno' con una lunga maglietta per pigiama e pudicamente si corico' nel letto accanto. Io andai a farmi una doccia per liberarmi dell'odore di sudore e di febbre. Ci misi molto tempo, e poi silenziosamente mi coricai.
Devo essermi addormentato quasi subito. Ma poco dopo mi sveglio' il suo odore. Era nel letto con me. Confuso, allarmato, stavo quasi per cadere dal letto dalla fifa ("cosa ho fatto?") ma lei mi tenne con la mano sul braccio.
- Cosa succede?
- Je....avec vous.
- Ma tu hai detto che...
- Sshhhhh...étreignez-moi...

L'indomani andammo a Copacabana, in Bolivia, giusto dall'altra parte del confine, un oretta di minibus. La situazione in quel paese era brutta. Soldati ovunque, scritte contro il governo sui muri ancora di piu' e la moneta cosi' svalutata che la gente al bar pagava con mattoncini di banconote legati con lo spago, estraendoli dal cestino della spesa o dalla sporta. La banca mi diede mezzo milione di pesos, in mattoncini legati con lo spago, per un dollaro. E un dollaro non bastava di certo. Considerammo la possibilita' di comprare una carriola per portare i soldi con noi, ma sarebbe costata svariati milioni di pesos e non avevamo fisicamente dove metterli: chili e chili di carta. Ce ne tornammo a Puno, al Ferrocarril

- Ma non avevi detto di essere lesbica?
- Je suis une....quand I want to...pourquoi demandez-vous?
- Oh... (damn) Je suis très...confuso?
- Non ti piaccio?
- Oh, si...
.........
- Vieni a Cuzco con me? Col treno?
- Sono gia' stata a Cuzco. Devo tornare a Lima, and je partirai pour Paris en trois jours.
- Ohhh...torna a Lima da Cuzco
- Non mi bastano i soldi.
- Te li do' io....poi me li ridai.
- J'aime cette idée...

Questo fu due giorni fa, credo. Il treno era pieno di viaggiatori in zaino come noi che andavano a Cuzco, l'ombelico del mondo. La ferrovia e' qualcosa di speciale: finita nel 1908 raggiunge i 4000 e passa metri fra Puno e Cuzco, e nel vagone ristorante avevano le sogliole...appena arrivati Veronique ando' a farsi il biglietto dell'aereo, e stamattina mi ha salutato e se ne e' andata. Io sono salito a Sacsahuaman.

L'aereo decolla, sale lontano, poi gira e gia' in quota mi passa sopra. Gli faccio una foto contro il cielo blu. Poi finisco la canna, raccolgo la borsa con la camera e me ne scendo in citta'. Devo organizzarmi per il sentiero degli Inca.

Non l'ho mai piu' rivista.

Thursday, 27 January 2011

PUI

E quindi, a ottobre vi avevo lasciato sulla strada per Kampala, su un bus. La cosa fu tanto priva di eventi da indurmi a lasciarla a meta'. Ora che a Kampala ci sono di nuovo vale come continuazione. Non che ci sia molto da dire...dovrei occuparmi di strategie megagalattiche (o almeno cosi' dice la job description) e mi trovo ad insegnare come fare un budget con Excel - perche' ho scoperto che nel mio ufficio qui non lo sanno fare. Cioe', alcuni di essi non hanno mai provato ad impararlo - o forse non hanno mai avuto occasione. Li ho gettati in acqua direttamente - tutto il weekend a fare budget in Excel. Lavorare il weekend! Avresti dovuto vedere le loro facce. Mai successo credo. A Nairobi dicono che gli ugandesi siano pigri...

Dopo un sabato e una domenica dedicati a farlo assieme (il budget) su un laptop, ora vanno da soli. No, quelli che mi fanno incazzare sono coloro, a Londra, che negli ultimi anni hanno avuto la responsabilita' di questi colleghi. Senza controllare che fossero pronti hanno affidato loro - a questi ragazzi e ragazze di qui - un programma di tre anni, regionale, con soldi della commissione europea, e quindi con la mole di lavoro da dedicare a servire il finanziamento in tutti i suoi aspetti. E pagandoli pochissimo, anche per standard locali. Coincidenza interessante: l'ex CEO di questa organizzazione, la responsabile ultima dei casini che sto trovando, e' la stessa donna la quale, in quel del Natale 2002, divenne mio capo a Londra - altra organizzazione - e io, pieno di orrore all'idea, me ne scappai a lavorare in Cina. Forse qualcuno ricorda, anche se la storia non fu raccontata qui.

La padrona dell'albergo che ho trovato e' una signora molto simpatica, chiaramente la boss di tutto il personale e di suo marito anche. E' Ismailita, seguace dell' Aga Khan. Mi ha dato un appartamento in cima, dal lato della valle, con un grande balcone intorno. Ovviamente a me basta una camera - del bagno principale non so che farmene, basta quello in camera, e la cucina ha 2 frighi. Ho rubato la scrivania dal salotto, e ho spostato gli agganci della zanzariera. Sono a posto. E percio' la signora dell'albergo stasera mi chiede com'e' andata la giornata - che io mi collego dal business centre dell'albergo, e l'ufficio suo di lei e' di fronte. E' gentile, educata, materna quasi. Ma e' anche chiaramente una femmina alfa. Io per non sbagliare sono sempre polite con tutti, quindi ci troviamo congeniali. La ringrazio per avermi fatto sistemare una luce sul comodino, mi chiede come funziona l'internet - bene, qui in questo ufficio e basta...figurati se arriva al terzo piano. Groan.

18 Jan 2011 22:52 Kampala time dice il display in basso a destra. Dovrei andare a letto. Magari un sostegno, prima. Ah gia', non ve l'ho detto: ho trovato le canne in Uganda! Il tipo che mi e' venuto a prendere all'aeroporto, lo chaffeur dell'ufficio, mi ha indicato il palazzo presidenziale sulla collina che domina l'aeroporto. Giusto per fare conversazione ho detto "Ah bello. Conveniente per il presidente Museweni, ci potrebbe andare anche a piedi, all'aeroporto..." al che Jamil, serio "Si, anche di corsa ci potrebbe andare". Grande risata. Ma queste sono quisquiglie, pinzillacchere. Mai come il didietro di Lenin mostrato all'ambasciatore cinese...ma non divaghiamo.

L'ho fatto.

Era la fine della riunione alla scuola delle suore (ordine locale, fondato nel 1910). Avevamo parlato tutti in abbondanza, e c'era un accordo. Tutti contenti, e suor Immacolata mi fa "Please di' la preghiera per la fine della riunione". Ho pensato che un'occasione cosi' non mi sarebbe capitata piu'. Quindi mi sono alzato in piedi e ho detto: "Non sono molto bravo a parlare con Dio ma faro' del mio meglio". Silenzio. Trenta ugandesi in piedi attorno alla stanza. Quattro o cinque pinguini. Genitori, insegnanti, rappresentanti di altre organizzazioni che aiutano questa scuola (e nemmeno pochi: noi (UK), una ONG italiana, una koreana, e una olandese. Ma i rappresentanti tutti ugandesi. Dovrei precisare che questi ragazzi qui sono spaventosamente religiosi, tutti. Domenica mattina una setta battista si e' messa a cantare sotto la mia finestra dalle dieci alle due. Ci sono chiese ovunque. O l'ho gia' detto? E comunque ho tirato fuori dal cassetto la mia similitudine dell'albero, gia' usata con successo nel Turkestan Orientale. Alle genti agricole piace. E bla bla, la collaborazione e' come un albero, i frutti, il sole, l'acqua nella buona volonta' di tutti eccetera. Penosa, really. Poi, ispirato, allargo leggermente le braccia, alzo la testa e proclamo: "Che la benedizione del Signore e la Forza siano con Voi"
E tutti: "Amen!"

("May the blessing of the Lord and the Force Be With You")


Sunday, 17 October 2010

On a bus

Allora. Dal Kenia dovevo anche andare in Uganda - come parte delle responsabilita' che mi hanno affibbiato c'e' anche di visitare i posti dove l'organizzazione per cui lavoro ha programmi per crescere le capacita' locali di occuparsi dei casi di cui dicevo sotto. Avrei potuto prendere un aereo, ma e' da tanto che volevo vedere la Rift Valley in Kenia, e quale modo migliore di vederla che non attraversarla da est a ovest?
Naturalmente avrei dovuto immaginare che non sarebbe stata una passeggiata, ma col senno di poi...
L'autobus e' una corriera di linea, ditta 'Akamba'. Nairobi - Kampala in 12 ore. E' cominciata male: arrivati alla stazione delle corriere di Nairobi scopriamo che i nostri posti (siamo cinque: quattro colleghi dell'ufficio in Uganda, e io), gia' pagati e prenotati, sono stati venduti ad altri perche' 'non abbiamo riconfermato'. Una delle colleghe, Alice (alta, magra, nerissima, capelli a treccine, dita affusolate e unghie rosse) storce le braccia figurativamente al funzionario della biglietteria, e dopo un po' riesce a far salire sul bus la collega che non sta molto bene. Per noi, il prossimo autobus, dopo un'ora.
Ad aspettare con noi un folto gruppo di donne Ugandesi, reduci da una conferenza di movimenti di donne africane a Nairobi. Non mi sono ancora abituato ai tratti somatici. Quando ero in Etiopia, anni fa, la gente era un po' piu' scura di noi, ma non molto, e i loro tratti erano indoeuropei: nasi e labbra sottili, facce che avrebbero potuto essere europee. Qui invece sono nel bel mezzo delle varie etnie Bantu: nere, lucide, e spesso grandi e grosse. Devo dire che, anche se culturalmente affascinanti, come femmine non mi attirano proprio. Piedi come pale...
Alla fine arriva la corriera, si caricano i bagagli, e si parte. Come sempre mi succede in aereo, mi addormento quasi istantaneamente. Il sedile e' comodo, e il conductor - un gentiluomo locale con un berretto a colori e un sorriso smagliante - mi sveglia prima ancora di uscire dalla citta' per timbrare il biglietto. Mi riaddormento subito. Mi sveglia il cambiamento del ritmo del motore, non molto dopo. Siamo fuori citta', e la strada ha raggiunto il limite occidentale della cresta su cui sorge la citta'. Apro gli occhi, e la prima cosa che vedo e' una valle immensa, il fondovalle piatto e giallo, il lato opposto della valle nascosto dalle nubi e dalla distanza. Fra me e me mi esce dalle labbra un 'My God'. Nel mezzo della valle un vulcano nero, cratere rotondo perfettamente visibile da sopra (il lato della valle su cui scorre la strada e' altissimo). Scopriro' dopo che questo vulcano e' piu' o meno grande quanto il Vesuvio, eppure non solo si vede tutto, ma appare anche piccolo in mezzo alla piatta immensita' della valle. Appoggio il naso al finestrino e guardo fortemente, per imprimermela nella memoria. Attorno a me molti dei passeggeri dormono, per essi questa e' routine.
Il bus va veloce, scendendo il lato della valle. Dopo quattro ore siamo a Nakuru. Sosta di cinque minuti per corse al cesso e rifornimenti di acqua e viveri. Il cesso e' normalmente sporco e puzzolente, ma tanto io in piedi devo stare...quando esco dal cubicolo scopro con orrore che le donne della'autobus hanno invaso anche la parte degli uomini, per non dover fare a lungo la fila dalla loro parte. Cose mai viste...compro acqua, biscotti e sigarette, e si riparte. Qui, a differenza di Nairobi, fa caldo. Il sole picchia ed e' con un sospiro generale di soddisfazione che la vettura si rimette per strada. La strada, A104, corre verso nordovest a fondovalle, poi si biforca e noi prendiamo la B1 a sinistra, salendo e scendendo sulle colline della foresta di Mau - conifere e altri sempreverdi, bello spettacolo che sfugge ai due lati della strada. La valle (perche' le colline sorgono nel mezzo della valle) e' abitata, e lungo la strada cio' e' perfettamente chiaro: villaggi frequenti, stradine secondarie, campi coltivati a mais, siepi a dividere proprieta'. Essendo sabato, un sacco di gente in giro. E le scuole, e le chiese. Ce ne sono letteralmente centinaia lungo la strada. Strutturalmente nessuna di esse e' gran che - edifici ad un piano col tetto di lamiera, bassi ed accucciati fra gli alberi, ma grandi cartelli dipinti a mano lungo la strada ne indicano il nome, l'appartenenza - moltissime chiese pentecostali, protestanti di vario genere, indipendenti, testimoni di geova, assemblee di dio, ed anche cattoliche. Ovviamente c'e' da scegliere, e mi rendo conto di quanto siano religiosi queste genti. Secoli di missionari hanno lasciato il segno. Le scuole pure: private nella stragrande maggioranza, sia primarie che secondarie, coi nomi delle localita' che servono e il motto - sempre - dipinto sotto il nome. 'Studiare per Eccellere' 'L'Istruzione e' la Chiave del Futuro' eccetera eccetera.
La strada continua lungo il margine del Mau. La corriera e' rumorosissima: il cambio gratta, i vetri vibrano, e le donne ciarlano a voce altissima fra di loro - in inglese, coinvolgendo quindi tutto il resto dei passeggeri. Sulle colline attorno a Kericho, per almeno venti chilometri, su entrambi i lati della strada, attraversiamo le piantagioni di te' della Unilever. Interi villaggi sono compresi nella tenuta, e i cespugli di camellia sinensis, bassi, fitti, e attaccati l'uno all'altro coprono chilometri e chilometri di una coperta verde. Quest'immensita' verde e' divisa da stradine regolari, case dei lavoratori, scuole, e chiese - tutte circondate dalla piantagione. I raccoglitori, uomini e donne, si muovono lentamente fra i cespugli, cesta sulle spalle, raccogliendo le foglioline tenere dalle cime delle piante. La cosa sembra non finire mai. Cioe', ho visto piantagioni di te' altrove, ma questa e' una monocultura su scala colossale. E la maggior parte serve al mercato domestico: keniani amano il loro te' - latte caldo e sacchetto di te' dentro. Acqua? Naaah.
Altra sosta, questa volta per far scendere qualcuno che si e' sentito male per le vibrazioni e gli scossoni. Mal di mare...nessun altro scende: il conductor tiene fieramente il corridoio e minaccia di ordinare all'autista di ripartire se qualcuno si azzarda a scendere. Le donne sull'autobus lo prendono in giro allegramente, e il buon uomo, sapendo di non poter vincere, si ritira in buon ordine. Fuori dal bus i locali vendono mais arrosto, pacchi di te, bibite, frutta ed altri conforti. Il commercio avviene attraverso i finestrini, con grande sventolio di denaro e vesti colorate. Si riparte presto, di nuovo verso occidente. La strada scende dalle pendici del Mau e fila verso Kisumu, ultima citta' prima del confine. L'autista mette spesso due ruote fuori dall'asfalto per sorpassare, o per fare passare altri veicoli in senso opposto. Questo non fa bene al veicolo, ed infatti una ruota scoppia con un gran botto. Non vi dico le donne a bordo: dai gridolini alle urla, mani al viso, al petto, occhi sgranati, altri urletti. Ad alta voce dico 'gomma!' e la scena di panico si calma - con notevole imbarazzo delle signore, trovatesi ad essere tranquillizate da uno straniero, e uomo per giunta...