Chiamatemi Mike Papa.
Quando ero in Etiopia, dove ho vissuto in molte case visti gli anni che ci sono stato, c'era sempre un omino che stava nel casotto vicino al cancello, e si occupava di aprire e chiudere, di annaffiare il giardino, e di fare la guardia di notte. Zabagná si chiama la guardia in amarico. Anche se l'omino si chiamava variamente Asfau, Bekkelé, Tìmrat. Nel casotto aveva la branda e la radio, ed era sempre avvolto nel suo sciàmma bianco di cotone, abito tradizionale dei montanari etiopi. Di notte sopra lo sciàmma si gettava il gabi, un largo tessuto di cotone bianco con un piccolo ricamo colorato all'orlo, ripiegato in quattro strati (o anche otto), a mò di cappa: piegato a triangolo, passato sulle spalle e sulla testa, il lato lungo passato davanti al petto e gettato sulla spalla opposta. Non solo caldissimo, ma anche bello a vedersi. E utile: il gabi, una volta aperto serve anche da coperta, copriletto, tenda, tappetino per fare l'amore...lo so, il mio mi ha seguito fin da allora ed è ancora con me.
...e in tutti quegli anni non è mai capitato che ci sia stato bisogno dei servizi di guardia dello zabagnà. Contro i ladri dico. Mai entrato nessuno. Certo, c'erano anche i cani, sopratutto una figlia di Shelly, il canazzo bianco di cui dicevo prima. Questa era uguale a Snoopy dei Peanuts - bianca e nera, pelo lungo con frangia sugli occhi come il pastore dei cartoni animati, intelligentissima. Snoopy era la mia cane, ed è vissuta con me fino a quando sono rimasto in quel paese.
Dove sono ora invece, in Ruanda, è tutto molto diverso. Non è necessariamente un male. Visto che sono qua da poche settimane, dopo essere passato dall'hotel alla casa/ufficio che ho preso per conto della gente per cui lavoro, non ho pensato subito a prendere una guardia - che qui si chiama zabu - sopratutto perchè non c'era niente da rubare. La casa è grande ma è anche vuota. Solo qui in camera mia c'è il letto con zanzariera, un tavolo per il computer, una sedia, e il cestino (bello, comprato per strada) per la lavanderia. Di là, nella parte dedicata ad ufficio c'è una scrivania con sedia da ufficio, uno scaffale, e un mobiletto per tenere la stampante. Ancora poco, anche se più un là ci saranno altre cose. Sulla scrivania ci avevo messo il laptop nuovo dell'organizzazione che mi avevano dato prima di partire. Non che l'abbia usato molto: sono talmente abituato a quello mio che ho da sempre - questo, veterano della Cina - che l'altro l'ho usato poco e niente. Anche perchè è politica della compagnia di guardarti nel laptop a distanza - da Oxford addirittura - ed è scritto chiaro nella documentazione che nessuno deve presumere alcuna forma di privacy usando il computer di lavoro - ovviamente la gente passa troppo tempo su facebook...
Insomma, questo laptop era sulla scrivania l'altra notte. A circa un metro mezzo dalla finestra che dà sul giardino davanti casa, che avevo lasciata aperta, come sempre. Tanto ci sono sempre 25 gradi. Però...ci sono le sbarre di ferro a tutte le finestre, e la retina metallica per tenere gli insetti fuori. Come a tutte le finestre. Quindi io ero tranquillo a casa da solo.
Verso le tre del mattino un crash dall'altra stanza mi sveglia. Rumori. Mi alzo e vado a vedere. Appena entro di là vedo che in casa non c'è nessuno, ma fuori si. Qualcuno alla finestra con un lungo bastone di legno infilato fra le sbarre, la retina metallica tirata via. Alla fine del bastone (come risulterà dopo) c'è appesa una busta di plastica, e con una scopa maneggiata con l'altra mano il tipo ha spinto il laptop fino al bordo del tavolo e l'ha fatto cadere nella busta. Dopodiche' si è tirato il bastone fino alle sbarre, ha preso il laptop con le mani e l'ha fatto scivolare fra le sbarre. Qui è stato quando mi ha svegliato, perchè il mouse che era attaccato al computer, rimasto fuori dalla busta è caduto per terra andando in mille pezzi e svegliandomi.
Insomma, sono arrivato un attimo troppo tardi. Il tempo che mi sono reso conto e sono arrivato alla finestra il tipo era giá girato di spalle, bastone e scopa abbandonati, laptop stretto al petto, e stava correndo verso il muro di cinta per scavalcarlo e fuggire nel buio. L'ho intravisto da dietro, poco più di un'ombra. Troppo tardi.
L'indomani polizia, denuncia e così via. Scrivo al quartier generale dell'organizzazione per far loro avere la denuncia così che possano fare la trafila con l'assicurazione, e loro mi dicono di fare subito un contratto con una compagnia di vigilanza. OK.
Qui a Kigali ce n'è più di una. Ambasciate, ditte e privati vari hanno tutti il cartello appeso al cancello che avverte che la proprietà è guardata da questa o da quella ditta. Scrivo un'email a quella che mi piace di più - giudicando dal sito web - e quelli mi rispondono in dieci minuti. Dopo un'ora viene un rappresentante a vedere la proprietà e a farmi un preventivo. Discutiamo - offrono sorveglianza 24 ore al giorno in due turni di dodici ore ad un prezzo ragionevole. Accetto e lo stesso pomeriggio vado a firmare il contratto. La loro sede è vicina, fuori hanno un plotone di nuove guardie che fanno esercizi sotto gli ordini di un ex-sergente dell'esercito. Si presentano bene: scarponi lucidi, pantaloni rimboccati negli stivali, camicia blu, berretto con lo stemma. Manganello e radio. Niente armi da fuoco, solo la polizia può portarle. Mi mostrano la centrale operativa, mi danno istruzioni e numeri da chiamare. Firmo. Pagamento dopo il primo mese di servizio.
La sera stessa il supervisore di zona della compagnia arriva con la mia guardia. Si chiama Yannick. Si mette sull'attenti e mi fa un saluto da soldato. Riposo, riposo. Gli indico dove può stare sulla veranda fino a quando una garitta vicino al cancello sarà completata, gli faccio vedere le luci esterne e il cesso esterno che c'è dietro la casa. Tutti contenti. Il supervisore chiama la centrale operativa al telefonino e in Kyniarwanda blatera qualcosa sulla guardia ora operativa nella nuova locazione 'mike papa'. Capisco solo 'mike papa'. Lo guardo e gli chiedo: 'Mike papa sono io, vero?' Quello spalanca gli occhi, poi ride, e conferma. Lo saluto, e tanti saluti e sono.
Ora siamo tutti piú tranquilli. Il collega di Yannick è qui fuori che si guarda le luci di Kigali e mi sente battere sui tasti (le finestre sono sempre aperte, anche se ci sono le tende tirate), io scrivo, e la garitta è quasi pronta, la faranno blu, come le camicie dell'uniforme di KK Security.
Ma io ho una nostalgia dello zabagnà avvolto nel gabi...
Saturday, 10 March 2012
I biscotti atomici.
Una storia da Musungu, mi dicono.
Piu' che da musungu direi da ferengi. Cosi' chiamano i bianchi in Etiopia, ex Abissinia, ex Africa Orientale Italiana.
Ero li' nel 1993. Lavoravo per un'organizzazione di aiuti e sviluppo irlandese. Noi eravamo specializzati in assistenza medica agli ospedali e alle cliniche locali, ma lavoravamo anche con i bambini di strada, gli orfani, e ovviamente le emergenze - siccita', carestia eccetera.
Un giorno telefona l'ambasciata inglese e il tipo, con l'accento tremendamente britannico, come tutti quelli che lavorano per il Foreign Office, dice:
- Abbiamo ricevuto una consegna non piccola di biscotti a lunga conservazione, e li stiamo distribuendo alle varie NGO inglesi e irlandesi nel paese. Domani ve ne manderemo un carico.
Io mi preoccupo subito. In inglese 'non piccola' vuol dire enorme. Ma prima di poter rispondere 'Ma veramente noi...'
- Thank you. - Click -
L'indomani mattina ero fuori dalla sede, e quando sono tornato mi ricordo che ho dovuto parcheggiare per strada perche' dentro lo spazio era occupato da un FIAT 682N3 - camion storico della presenza italiana nel paese nel dopoguerra (il che mi ricorda che nel 1980 ad Acireale lo usavano ancora per raccogliere le arance...)
Il camion era sovraccarichissimo di confezioni di biscotti da dieci chili, in latte verde militare racchiuse - quasi tutte - in una scatola esterna di cartone. I ragazzi locali dell'organizzazione erano indaffaratissimi a scaricare il camion - all'etiopica, cioe' due di loro erano sopra e facevano cadere le latte fra le braccia di quelli a terra, i quali le portavano in magazzino. Mi sono fermato a guardare un attimo prima di entrare in ufficio, e in quel momento uno dei ragazzi perde la presa, o gli scivola la latta, la quale finisce per terra con forza ed esplode letteralmente con un BANG!. Il coperchio della latta e' volato come un petardo, biscotti ovunque nel cortile. Non puo' essere. I biscotti non esplodono...
Allora guardiamo bene e scopriamo che le confezioni esterne di cartone hanno tutte stampata la scritta MoD - Ministry of Defense, e sotto c'e' stampigliata la data di produzione: 1959 e 1960. Biscotti vecchi come me all'epoca. Poi, sotto la lattina scopro anche che la confezione e' sotto pressione, riempita con gas inerte. Questo spiega l'esplosione, ma biscotti di 33 anni?
Vado dentro e telefono all'ambasciata. Voglio chieder loro, in inglese ovviamente 'Ma che minchia ci avete improsato?'
La tipa dall'altro lato del telefono e' apologetica. Spiega che sono una parte delle riserve alimentari che il Ministero della Difesa britannico aveva accumulato nei rifugi anti-atomici costruiti nei primi anni sessanta, quando ancora la guerra fredda era una cosa seria. I rifugi, costruiti per il governo, il Parlamento e le loro famiglie, erano rimasti intatti, mai usati e pieni di provviste ed equipaggiamento, in attesa di un inverno nucleare mai arrivato.
Quindi, nel 1993, dopo la caduta del Muro di Berlino, la caduta dell'Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, il governo aveva decommissionato i rifugi antiatomici, svenduto l'arredamento e l'equipaggiamento, e donato i biscotti al Ministero per lo Sviluppo Internazionale, il quale penso' bene di mandarli in Africa. E in Etiopia ne arrivo' una nave intera - qualche quarantamila tonnellate.
Di biscotti.
Del 1960.
Che esplodono se maneggiati con noncuranza.
Dai rifugi antiatomici.
Li chiamammo subito, ovviamente, biscotti atomici. Atomic biscuit.
La cosa che mi preoccupava veramente era che Shelly, il canazzo bianco da guardia orbo da un'occhio (veterano di cento battaglie per l'osso) che viveva in quel cortile, di assaggiare i biscotti sparsi per terra dopo la prima lattina esplosa non ne voleva sapere assolutamente. E Shelly era un cane che si mangiava anche le pietre.
Quindi ne prendo una latta inesplosa e la porto all'Istituto Pasteur di Addis Abeba, dove richiedo un'esame chimico approfondito per stabilire se i biscotti siano commestibili e in ogni caso adatti all'alimentazione umana. Dopo un paio di giorni, coi biscotti bloccati in magazzino, l'Istituto risponde favorevolmente, e possiamo cominciare a distribuirli alle varie cliniche rurali, dove li useranno come alimentazione supplementare di emergenza per bambini e adulti malnutriti. Tutto e' bene quel che finisce bene, e c'e' un certo equilibrio che i biscotti fatti per la guerra alla fine siano serviti ad uno scopo di pace. Che poi dovevano essere nutritivi, pensati com'erano per Lords e Ministri nascosti sottoterra possibilmente per anni...
Comunque, visto che Shelly continuo' a storcere il naso ai biscotti atomici per tutto il tempo che ci mettemmo a liberarcene, presi consiglio da lui e non ne assaggiai mai nemmeno io.
Piu' che da musungu direi da ferengi. Cosi' chiamano i bianchi in Etiopia, ex Abissinia, ex Africa Orientale Italiana.
Ero li' nel 1993. Lavoravo per un'organizzazione di aiuti e sviluppo irlandese. Noi eravamo specializzati in assistenza medica agli ospedali e alle cliniche locali, ma lavoravamo anche con i bambini di strada, gli orfani, e ovviamente le emergenze - siccita', carestia eccetera.
Un giorno telefona l'ambasciata inglese e il tipo, con l'accento tremendamente britannico, come tutti quelli che lavorano per il Foreign Office, dice:
- Abbiamo ricevuto una consegna non piccola di biscotti a lunga conservazione, e li stiamo distribuendo alle varie NGO inglesi e irlandesi nel paese. Domani ve ne manderemo un carico.
Io mi preoccupo subito. In inglese 'non piccola' vuol dire enorme. Ma prima di poter rispondere 'Ma veramente noi...'
- Thank you. - Click -
L'indomani mattina ero fuori dalla sede, e quando sono tornato mi ricordo che ho dovuto parcheggiare per strada perche' dentro lo spazio era occupato da un FIAT 682N3 - camion storico della presenza italiana nel paese nel dopoguerra (il che mi ricorda che nel 1980 ad Acireale lo usavano ancora per raccogliere le arance...)
Il camion era sovraccarichissimo di confezioni di biscotti da dieci chili, in latte verde militare racchiuse - quasi tutte - in una scatola esterna di cartone. I ragazzi locali dell'organizzazione erano indaffaratissimi a scaricare il camion - all'etiopica, cioe' due di loro erano sopra e facevano cadere le latte fra le braccia di quelli a terra, i quali le portavano in magazzino. Mi sono fermato a guardare un attimo prima di entrare in ufficio, e in quel momento uno dei ragazzi perde la presa, o gli scivola la latta, la quale finisce per terra con forza ed esplode letteralmente con un BANG!. Il coperchio della latta e' volato come un petardo, biscotti ovunque nel cortile. Non puo' essere. I biscotti non esplodono...
Allora guardiamo bene e scopriamo che le confezioni esterne di cartone hanno tutte stampata la scritta MoD - Ministry of Defense, e sotto c'e' stampigliata la data di produzione: 1959 e 1960. Biscotti vecchi come me all'epoca. Poi, sotto la lattina scopro anche che la confezione e' sotto pressione, riempita con gas inerte. Questo spiega l'esplosione, ma biscotti di 33 anni?
Vado dentro e telefono all'ambasciata. Voglio chieder loro, in inglese ovviamente 'Ma che minchia ci avete improsato?'
La tipa dall'altro lato del telefono e' apologetica. Spiega che sono una parte delle riserve alimentari che il Ministero della Difesa britannico aveva accumulato nei rifugi anti-atomici costruiti nei primi anni sessanta, quando ancora la guerra fredda era una cosa seria. I rifugi, costruiti per il governo, il Parlamento e le loro famiglie, erano rimasti intatti, mai usati e pieni di provviste ed equipaggiamento, in attesa di un inverno nucleare mai arrivato.
Quindi, nel 1993, dopo la caduta del Muro di Berlino, la caduta dell'Unione Sovietica e la fine della Guerra Fredda, il governo aveva decommissionato i rifugi antiatomici, svenduto l'arredamento e l'equipaggiamento, e donato i biscotti al Ministero per lo Sviluppo Internazionale, il quale penso' bene di mandarli in Africa. E in Etiopia ne arrivo' una nave intera - qualche quarantamila tonnellate.
Di biscotti.
Del 1960.
Che esplodono se maneggiati con noncuranza.
Dai rifugi antiatomici.
Li chiamammo subito, ovviamente, biscotti atomici. Atomic biscuit.
La cosa che mi preoccupava veramente era che Shelly, il canazzo bianco da guardia orbo da un'occhio (veterano di cento battaglie per l'osso) che viveva in quel cortile, di assaggiare i biscotti sparsi per terra dopo la prima lattina esplosa non ne voleva sapere assolutamente. E Shelly era un cane che si mangiava anche le pietre.
Quindi ne prendo una latta inesplosa e la porto all'Istituto Pasteur di Addis Abeba, dove richiedo un'esame chimico approfondito per stabilire se i biscotti siano commestibili e in ogni caso adatti all'alimentazione umana. Dopo un paio di giorni, coi biscotti bloccati in magazzino, l'Istituto risponde favorevolmente, e possiamo cominciare a distribuirli alle varie cliniche rurali, dove li useranno come alimentazione supplementare di emergenza per bambini e adulti malnutriti. Tutto e' bene quel che finisce bene, e c'e' un certo equilibrio che i biscotti fatti per la guerra alla fine siano serviti ad uno scopo di pace. Che poi dovevano essere nutritivi, pensati com'erano per Lords e Ministri nascosti sottoterra possibilmente per anni...
Comunque, visto che Shelly continuo' a storcere il naso ai biscotti atomici per tutto il tempo che ci mettemmo a liberarcene, presi consiglio da lui e non ne assaggiai mai nemmeno io.
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Thursday, 1 March 2012
Prendiamo un kawhe'
Io so ben poco di tutto cio'...si tratta di alta cultura, e sento il peso della mia ignoranza (dov'e' Hussita quando c'e' bisogno della cavalleria?). Eppure trovo grande consolazione il potermi sedere ad un tavolo coperto da una tovaglia di qutun, magari azul, mettermi comodo, ordinare una bottiglia di al-kuhl, e mentre aspetto spalmare sul pane un po' di hummus fatto in casa, e meditare se ordinare il kharshuf, magari fritto alla giudea, o un riso allo zafraan, o magari tutti e due. Si trattera' di un pasto leggero? Ma poi penso che oggi e' sabit, e mi tranquillizzo. Mi verso un po' d'acqua dalla karaf. Insomma, mi consolo con queste piccole cose. Deve essere vero, che cavolo. Ovviamente dopo tanto tempo non e' rimasto piu' niente della cultura araba...medito e mangio, e tento di non macchiarmi la qamees...sono bravissimo in questo...chissa' se e' colpa degli arabi se alla fine, dopo il kawhe senza suqar c'e' sempre l'al-fatoura da pagare...
Wednesday, 14 December 2011
In amore ci vuole coraggio...
(postato originariamente su una discussione sul coraggio in amore su Spazioforum e ricopiato qui per motivi sentimentali...)
Siete troppo filosofici, mistici, estetici.
D'altronde ognuno e' a modo suo.
Fino a qui ci siamo perfettamente dentro, ai commenti banali.
I miei, dico.
Il coraggio? Ci vuole. Magari non tutto il tempo.
Magari solo per un istante. Ma ci vuole.
Mi spiego con un esempio...
E' buio e caldo sotto il duvet. La sento moltissimo, vicina. Come ogni volta che siamo assieme, da mesi ormai.
Sento il suo corpo, il suo odore, il suo respiro.
Lei. Lei mi invade il sensorium come fosse acqua che mi riempie, mi scende dal naso e dalla gola. Ma invece di soffocare respiro profondamente, e ne voglio ancora.
Non mi ricordo di cosa stavamo parlando. Era pomeriggio, questo si che me lo ricordo.
Trova il coraggio, e nel mezzo della conversazione mi dice:
"...perche' io mi sono un po' innamorata di te..."
Non l'aveva mai detto prima.
Non ho il tempo di pensare o riflettere dopo questa affermazione.
Lo sentivo, lo sapevo, lo supponevo. Sesso di questa qualita' e potenza non nasce dal solo odore, o dai feromoni.
Qui si che serve il coraggio. Il coraggio di ignorare com'e' messa la nostra rispettiva vita quando non siamo assieme come ora: come se ci fosse una bolla attorno a noi, e tutto quello che non e' lei ne e' fuori, invisibile, inaudibile, inesistente. Le nostre vite, gli impegni, la transitorieta', il fatto che me ne dovro' andare prima o poi, come mi disse lei la prima volta.
Ma come faccio a non dirglielo?
Eppure mi ci vuole almeno un secondo per trovare il coraggio - il famoso coraggio - e canalizzarlo alle corde vocali. Prendendolo a calci per farlo muovere.
E per quel secondo, ho paura. Non di cio' che mi ha detto. Ma di cio' che devo dirle.
Ma il ritornello "La paura uccide la mente..." funziona per me, qui e ora, come in letteratura.
E la mia mente non si fara' fermare dalla paura. Non questa volta, non oggi.
"Anche io mi sono innamorato di te".
Al diavolo la paura, e all'inferno le conseguenze.
Nel frattempo pero' non posso trattenermi, e aggiungo: "Ma come sarebbe a dire, 'un po'?"
Ride, e viene piu' vicina.
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Sunday, 26 June 2011
A casa di mio padre 1
E insomma, io non avrei dovuto farlo.
Avrei dovuto pensarci.
Che mio padre non sarebbe stato contento.
Ma tant'e'.
Due mesi di una dieta siciliana estiva schifosamente salutare nonche' deliziosa. Pesce e cose di mare tutti i giorni, che' al Nonno piace.
Sughetti per la pasta fatti ogni due giorni, sempre diversi. Insalata fresca due volte al giorno, cosi' come il pane caldo. Caponatine ed involtini di spado. Pesche tabacchiere locali, sublimi. Angurie gia' dolci, dove il talento dell' houseboy di mio padre rifulge: non sbaglia mai un'anguria o un melone. E' quasi due mesi che aspetto che torni con un melone non eccellente, e sto ancora aspettando.
E insomma, considerato che sono qui per fargli compagnia, dopo tanta assenza, non posso dire di avere problemi.
Tranne quando me li vado a cercare come l'altro pomeriggio.
'Papa' vado al mare'
'Ah. Al mare vai?' mi guarda da sopra gli occhiali.
'Dai che te l'avevo detto. C'e' il ragazzo qui'.
(Lal) 'Io essere qui Nonno'
'Vai vai. A che ora torni?'
'Per cena, lo sai. Ti devo cucinare la pecora'
'E che ora e' "per cena"? Dimmi un orario!'
'Ma che domande mi fai? Non si cena alle otto ogni sera qui a casa tua?
'E quindi a che ora torni?'
'Uh...alle sette e mezza?'
'Eh no! Se devi cucinare la pecora devi tornare alle sei!'
'...Papa'...sono le quattro. Se non vuoi che vada al mare perche' tu non ci puoi venire dimmelo e non ci vado nemmeno io...'
'Io! Al mare! Ma stai scherzando! Vattene va', spostati fammi vedere la televisione...'
E insomma, torno a casa verso le sette e mezza, condisco le costolette d'agnello con aglio e rosmarino, sale e olio, e le arrostisco sulla piastra di ghisa. IN venti minuti sono pronte. Un profumino che non vi dico. Ma KT ha sviluppato una certa preferenza per la pecora nel corso degli anni e dei posti dove le pecore le mangiano tutti i giorni, senza dimenticare gli avi da parte di madre, tutti pastori di Sorso e dintorni.
Mio padre invece no.
Intanto ha fatto una faccia e non ha toccato la forchetta.
'Che carne hai detto che e' questa?'
'Pecora, papa'. Buona dai'
.........
'Ma e' pelle questa?'
'Papa', sono costolette. Forse e' grasso?'
'Ma infatti, e' grasso. Sono troppo grasse'
'Ma l'Ada Boni ha scritto nel 'Talismano della Felicita' che le carni dell'agnello di buona qualita' "devono essere sostenute e grasse"'
'Sara'...ma non mi piace tanto. Dammi l'insalata, dai...'
'Eccotela papa'
'E condita?'
'Lo sai che te la condisco nel piatto...ogni sera, aggiungerei...'
'Ah vero' dice 'Me lo ero dimenticato'
'Lal! Vuoi pecora?'
'Oh no Sir, io c'e' pesce Sir'
Quindi KT si e' pappato un mucchio di costolette d'agnello tutto da solo.
Forse e' un buon segno
Avrei dovuto pensarci.
Che mio padre non sarebbe stato contento.
Ma tant'e'.
Due mesi di una dieta siciliana estiva schifosamente salutare nonche' deliziosa. Pesce e cose di mare tutti i giorni, che' al Nonno piace.
Sughetti per la pasta fatti ogni due giorni, sempre diversi. Insalata fresca due volte al giorno, cosi' come il pane caldo. Caponatine ed involtini di spado. Pesche tabacchiere locali, sublimi. Angurie gia' dolci, dove il talento dell' houseboy di mio padre rifulge: non sbaglia mai un'anguria o un melone. E' quasi due mesi che aspetto che torni con un melone non eccellente, e sto ancora aspettando.
E insomma, considerato che sono qui per fargli compagnia, dopo tanta assenza, non posso dire di avere problemi.
Tranne quando me li vado a cercare come l'altro pomeriggio.
'Papa' vado al mare'
'Ah. Al mare vai?' mi guarda da sopra gli occhiali.
'Dai che te l'avevo detto. C'e' il ragazzo qui'.
(Lal) 'Io essere qui Nonno'
'Vai vai. A che ora torni?'
'Per cena, lo sai. Ti devo cucinare la pecora'
'E che ora e' "per cena"? Dimmi un orario!'
'Ma che domande mi fai? Non si cena alle otto ogni sera qui a casa tua?
'E quindi a che ora torni?'
'Uh...alle sette e mezza?'
'Eh no! Se devi cucinare la pecora devi tornare alle sei!'
'...Papa'...sono le quattro. Se non vuoi che vada al mare perche' tu non ci puoi venire dimmelo e non ci vado nemmeno io...'
'Io! Al mare! Ma stai scherzando! Vattene va', spostati fammi vedere la televisione...'
E insomma, torno a casa verso le sette e mezza, condisco le costolette d'agnello con aglio e rosmarino, sale e olio, e le arrostisco sulla piastra di ghisa. IN venti minuti sono pronte. Un profumino che non vi dico. Ma KT ha sviluppato una certa preferenza per la pecora nel corso degli anni e dei posti dove le pecore le mangiano tutti i giorni, senza dimenticare gli avi da parte di madre, tutti pastori di Sorso e dintorni.
Mio padre invece no.
Intanto ha fatto una faccia e non ha toccato la forchetta.
'Che carne hai detto che e' questa?'
'Pecora, papa'. Buona dai'
.........
'Ma e' pelle questa?'
'Papa', sono costolette. Forse e' grasso?'
'Ma infatti, e' grasso. Sono troppo grasse'
'Ma l'Ada Boni ha scritto nel 'Talismano della Felicita' che le carni dell'agnello di buona qualita' "devono essere sostenute e grasse"'
'Sara'...ma non mi piace tanto. Dammi l'insalata, dai...'
'Eccotela papa'
'E condita?'
'Lo sai che te la condisco nel piatto...ogni sera, aggiungerei...'
'Ah vero' dice 'Me lo ero dimenticato'
'Lal! Vuoi pecora?'
'Oh no Sir, io c'e' pesce Sir'
Quindi KT si e' pappato un mucchio di costolette d'agnello tutto da solo.
Forse e' un buon segno
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Thursday, 14 April 2011
Ricordo d'amore
(South India, 2003).
La notte e' calda fuori dalla finestra. Le luci della citta' si susseguono fra gli alberi dei giardini e dei viali. Il fiume e' una pozzanghera allungata, pigro di macchie di luce riflessa dalle finestre delle case bianche e dalle tante bancarelle che vendono cibo e bevande ai passanti e ai perditempo seduti sui motorini e sui muretti. L'odore di curry sale dalla strada, voci allegre e pigre si rincorrono fra gli alberi e sotto le foglie. Chissa' cosa dicono.
Dal corridoio dell'albergo, attraverso la porta, sale la musica del trio che suona ancora nel ristorante: lei in sari, microfono fra le mani, voce dal ventre da blues, loro due quasi vecchi e grassottelli, in giacca nera con barba e baffi Tamil tiravano fuori dalla chitarra e dalla tastiera tutte le piu' belle canzoni d'amore che mi potessero venire in mente, senza che glielo dovessi chiedere. Kisses and loves and I'm waiting for you, da Elton a Frank, suonate con una vita, due vite di passione, le note che una dopo l'altra si inseguivano nel cavernoso semibuio del ristorante, incuranti dei camerieri in giacca rossa.
Ed io pensavo e penso ancora adesso alla sua voce quando mi canta canzoni come queste all'orecchio, penso al suo petto che si alza e si abbassa sotto la maglia melange, ai suoi occhi, e mi fa male quanto mi manchi. E la malinconia, questa sconosciuta, mi ha preso piano piano. E' arrivata col ritmo della musica battuto dal mio piede sotto il tavolo, con la distanza, con la sua lettera non d'amore che porto sempre con me perche' parla d'amore. Ed e' ancora con me questa malinconia stanotte: speravo che se ne andasse dalla finestra aperta, che scivolasse giu' lungo il fiume fino all'oceano e che mi lasciasse finalmente pensare a lei come faccio sempre, felice, un po' cretino, mentre l'aspetto.
La notte e' calda fuori dalla finestra. Le luci della citta' si susseguono fra gli alberi dei giardini e dei viali. Il fiume e' una pozzanghera allungata, pigro di macchie di luce riflessa dalle finestre delle case bianche e dalle tante bancarelle che vendono cibo e bevande ai passanti e ai perditempo seduti sui motorini e sui muretti. L'odore di curry sale dalla strada, voci allegre e pigre si rincorrono fra gli alberi e sotto le foglie. Chissa' cosa dicono.
Dal corridoio dell'albergo, attraverso la porta, sale la musica del trio che suona ancora nel ristorante: lei in sari, microfono fra le mani, voce dal ventre da blues, loro due quasi vecchi e grassottelli, in giacca nera con barba e baffi Tamil tiravano fuori dalla chitarra e dalla tastiera tutte le piu' belle canzoni d'amore che mi potessero venire in mente, senza che glielo dovessi chiedere. Kisses and loves and I'm waiting for you, da Elton a Frank, suonate con una vita, due vite di passione, le note che una dopo l'altra si inseguivano nel cavernoso semibuio del ristorante, incuranti dei camerieri in giacca rossa.
Ed io pensavo e penso ancora adesso alla sua voce quando mi canta canzoni come queste all'orecchio, penso al suo petto che si alza e si abbassa sotto la maglia melange, ai suoi occhi, e mi fa male quanto mi manchi. E la malinconia, questa sconosciuta, mi ha preso piano piano. E' arrivata col ritmo della musica battuto dal mio piede sotto il tavolo, con la distanza, con la sua lettera non d'amore che porto sempre con me perche' parla d'amore. Ed e' ancora con me questa malinconia stanotte: speravo che se ne andasse dalla finestra aperta, che scivolasse giu' lungo il fiume fino all'oceano e che mi lasciasse finalmente pensare a lei come faccio sempre, felice, un po' cretino, mentre l'aspetto.
Thursday, 31 March 2011
Cuzco
E' domenica mattina presto, tanti anni fa. Bella giornata. Vedo i tetti rossi delle case di Cuzco dall'alto della collina. Sono seduto su uno dei pietroni di Sacsahuaman, e mi sto fumando una sigaretta guardando la citta' e la valle che la contiene. Anzi, mi sto facendo una canna. L'erba che mi hanno regalato a Lima un paio di settimane fa e' scura e odora leggermente di ammoniaca - il che vuol dire che ci hanno pisciato i topi mentre seccava in qualche soffitta - ma mischiata con la Camel si puo' fumare, e da' un colpo immediato al sensorium. Gomito appoggiato al ginocchio guardo la citta' attraverso il teleobiettivo della macchina fotografica. Le due chiese sulla Plaza de Armas (che una volta si chiamava Plaza Mayor) mi sembrano due pastori erti drammaticamente in mezzo al gregge di case bianche a due piani. Buona quest'erba. Alzo la mira e lontano nella valle distinguo l'aeroporto. Lo guardo fisso per un po', aspetto che parta l'aereo solitario in mezzo alla pista. Non distinguo la livrea, neppure col 200mm, ma so che e' un volo Aeroperu' per Lima, e su di esso c'e' Veronique che se ne torna a casa, vacanze finite. L'ho incontrata quattro giorni fa ad Arequipa, disperata perche' non trovava alloggio, gli alberghi riempiti da un convegno di ingegneri peruviani. Abbiamo trovato una camera doppia e abbiamo deciso - dopo notevoli discussioni - di dividerla, visto che era l'unica in tutta la citta'. Parlando in un bastardissimo misto di italiano inglese spagnolo e francese (che io non so) abbiamo negoziato per almeno mezz'ora alla reception dell'albergo.
- Dividiamo camera e costo ma letti separati.
E io:
- Va bene. Non abbiamo scelta.
- Hai capito, vero?
- Si, stai tranquilla, e' solo per convenienza.
- Guarda che io sono in vacanza da sola ma non voglio storie.
- Va benissimo ho detto. Tanto io domani parto per Puno.
- Puno? Anche io vado a Puno. Ma per stanotte dobbiamo essere chiari.
- Tranquilla, sono qui per vedere il Peru' non per cercare storie.
- Bene. Io ho deciso d'impulso di venire in Peru' perche' ho litigato con il mio ragazzo a Parigi.
- Non mi devi spiegare niente...
- Sappi che comunque sono lesbica.
- Allora posso stare tranquillo...e anche tu.
- Si ma e' meglio essere chiari...
- ....Piu' chiaro di cosi'...
La notte passo' senza eventi, e l'indomani mattina, con cautela reciproca decidemmo di andare a vedere lo sterminato convento di Santa Catalina. Fu una giornata piacevole, e la sera ci ritrovammo sulla stessa corriera per Puno ed il lago Titicaca.
La notte fu durissima, per il freddo. La corriera si arrampico' tutta la notte sui gradini della cordigliera, e a mano a mano i passeggeri, quasi tutte donne locali in bombetta aggiungevano strati al vestiario. Noi avevamo giubbotti e maglioni ma non bastavano. Fuori c'era solo l'altopiano, terroso e rosso. Alla fine, durante una sosta notturna durante la quale la pipi' gelo' prima ancora di arrivare a terra, Veronique si arrampico' sul tetto, tiro' fuori il saccoletto dal suo zaino, e lo usammo come coperta per entrambi, riuscendo a sopravvivere.
A Puno prendemmo alloggio al vecchio hotel Ferrocarril, di fronte alla (singola) linea ferroviaria.
- Possiamo dividere una camera doppia se vuoi, ma valgono le stesse regole.
- Va bene per me.
- Non pensare che avere diviso il mio saccoletto sul pullman ti autorizzi a considerarti amico intimo.
- Non ci penso nemmeno! E' stato un fattore ambientale a costringerci a stare vicini.
Dopo avermi fissato aggrottosamente dal basso in alto con quei grandi occhi blu decise che forse poteva fidarsi.
- Ricordati che sono lesbica.
- Non potrei MAI dimenticarlo.
Cenammo nell'albergo stesso. Un paio di tavoli con locali, qualche turista, e una tristissima banda andina che suonava El Condor Pasa a ritmo di veglia funebre.
Quella notte stetti male. Molto. Qualcosa nel cibo, passai la notte abbracciato alla tazza del cesso. Stavo cosi' male che non mi preoccupavo nemmeno della figura che stavo facendo. L'indomani mattina Veronique usci' presto, mentre io, sfatto, deliravo nel dormiveglia. Be' forse 'deliravo' e' eccessivo. Torno' poco dopo con il pacchetto del farmacista all'angolo.
- Mate de coca. Eccellente per lo stomaco. Ti fara' bene, vedrai.
- Ahhhhhhhhh.....("voglio morire").
Fu un'infermiera perfetta. Fece il mate a piu' riprese, me lo fece bere, mi toccava la fronte per vedere se avessi febbre, rimboccava le coperte, mi trovo' dei limoni da succhiare per ristrizzare l'intestino in condizioni normali. Funziono'. Lo stesso pomeriggio stavo gia' meglio, e uscimmo per andare a vedere le Chullpas a Sillustani. Ci arrampicammo sulle torri in rovina, facemmo foto, chiacchierammo. Sembrava felice che stessi meglio e io non sapevo come ringraziarla per la gentilezza.
Quella sera decisi di non cenare per sicurezza, e continuai a bere mate per reidratarmi. Veronique ando' a mangiarsi una pizza da qualche parte in citta', ma torno' subito.
- Volevo essere sicura che stessi bene.
- Sto benissimo ora, grazie. Sarei potuto uscire ma sai, per sicurezza preferisco rimanere vicino al bagno..
- Bene.
Come la prima notte ad Arequipa ando' in bagno a spogliarsi, torno' con una lunga maglietta per pigiama e pudicamente si corico' nel letto accanto. Io andai a farmi una doccia per liberarmi dell'odore di sudore e di febbre. Ci misi molto tempo, e poi silenziosamente mi coricai.
Devo essermi addormentato quasi subito. Ma poco dopo mi sveglio' il suo odore. Era nel letto con me. Confuso, allarmato, stavo quasi per cadere dal letto dalla fifa ("cosa ho fatto?") ma lei mi tenne con la mano sul braccio.
- Cosa succede?
- Je....avec vous.
- Ma tu hai detto che...
- Sshhhhh...étreignez-moi...
L'indomani andammo a Copacabana, in Bolivia, giusto dall'altra parte del confine, un oretta di minibus. La situazione in quel paese era brutta. Soldati ovunque, scritte contro il governo sui muri ancora di piu' e la moneta cosi' svalutata che la gente al bar pagava con mattoncini di banconote legati con lo spago, estraendoli dal cestino della spesa o dalla sporta. La banca mi diede mezzo milione di pesos, in mattoncini legati con lo spago, per un dollaro. E un dollaro non bastava di certo. Considerammo la possibilita' di comprare una carriola per portare i soldi con noi, ma sarebbe costata svariati milioni di pesos e non avevamo fisicamente dove metterli: chili e chili di carta. Ce ne tornammo a Puno, al Ferrocarril
- Ma non avevi detto di essere lesbica?
- Je suis une....quand I want to...pourquoi demandez-vous?
- Oh... (damn) Je suis très...confuso?
- Non ti piaccio?
- Oh, si...
.........
- Vieni a Cuzco con me? Col treno?
- Sono gia' stata a Cuzco. Devo tornare a Lima, and je partirai pour Paris en trois jours.
- Ohhh...torna a Lima da Cuzco
- Non mi bastano i soldi.
- Te li do' io....poi me li ridai.
- J'aime cette idée...
Questo fu due giorni fa, credo. Il treno era pieno di viaggiatori in zaino come noi che andavano a Cuzco, l'ombelico del mondo. La ferrovia e' qualcosa di speciale: finita nel 1908 raggiunge i 4000 e passa metri fra Puno e Cuzco, e nel vagone ristorante avevano le sogliole...appena arrivati Veronique ando' a farsi il biglietto dell'aereo, e stamattina mi ha salutato e se ne e' andata. Io sono salito a Sacsahuaman.
L'aereo decolla, sale lontano, poi gira e gia' in quota mi passa sopra. Gli faccio una foto contro il cielo blu. Poi finisco la canna, raccolgo la borsa con la camera e me ne scendo in citta'. Devo organizzarmi per il sentiero degli Inca.
Non l'ho mai piu' rivista.
Thursday, 27 January 2011
PUI
E quindi, a ottobre vi avevo lasciato sulla strada per Kampala, su un bus. La cosa fu tanto priva di eventi da indurmi a lasciarla a meta'. Ora che a Kampala ci sono di nuovo vale come continuazione. Non che ci sia molto da dire...dovrei occuparmi di strategie megagalattiche (o almeno cosi' dice la job description) e mi trovo ad insegnare come fare un budget con Excel - perche' ho scoperto che nel mio ufficio qui non lo sanno fare. Cioe', alcuni di essi non hanno mai provato ad impararlo - o forse non hanno mai avuto occasione. Li ho gettati in acqua direttamente - tutto il weekend a fare budget in Excel. Lavorare il weekend! Avresti dovuto vedere le loro facce. Mai successo credo. A Nairobi dicono che gli ugandesi siano pigri...
("May the blessing of the Lord and the Force Be With You")
Dopo un sabato e una domenica dedicati a farlo assieme (il budget) su un laptop, ora vanno da soli. No, quelli che mi fanno incazzare sono coloro, a Londra, che negli ultimi anni hanno avuto la responsabilita' di questi colleghi. Senza controllare che fossero pronti hanno affidato loro - a questi ragazzi e ragazze di qui - un programma di tre anni, regionale, con soldi della commissione europea, e quindi con la mole di lavoro da dedicare a servire il finanziamento in tutti i suoi aspetti. E pagandoli pochissimo, anche per standard locali. Coincidenza interessante: l'ex CEO di questa organizzazione, la responsabile ultima dei casini che sto trovando, e' la stessa donna la quale, in quel del Natale 2002, divenne mio capo a Londra - altra organizzazione - e io, pieno di orrore all'idea, me ne scappai a lavorare in Cina. Forse qualcuno ricorda, anche se la storia non fu raccontata qui.
La padrona dell'albergo che ho trovato e' una signora molto simpatica, chiaramente la boss di tutto il personale e di suo marito anche. E' Ismailita, seguace dell' Aga Khan. Mi ha dato un appartamento in cima, dal lato della valle, con un grande balcone intorno. Ovviamente a me basta una camera - del bagno principale non so che farmene, basta quello in camera, e la cucina ha 2 frighi. Ho rubato la scrivania dal salotto, e ho spostato gli agganci della zanzariera. Sono a posto. E percio' la signora dell'albergo stasera mi chiede com'e' andata la giornata - che io mi collego dal business centre dell'albergo, e l'ufficio suo di lei e' di fronte. E' gentile, educata, materna quasi. Ma e' anche chiaramente una femmina alfa. Io per non sbagliare sono sempre polite con tutti, quindi ci troviamo congeniali. La ringrazio per avermi fatto sistemare una luce sul comodino, mi chiede come funziona l'internet - bene, qui in questo ufficio e basta...figurati se arriva al terzo piano. Groan.
18 Jan 2011 22:52 Kampala time dice il display in basso a destra. Dovrei andare a letto. Magari un sostegno, prima. Ah gia', non ve l'ho detto: ho trovato le canne in Uganda! Il tipo che mi e' venuto a prendere all'aeroporto, lo chaffeur dell'ufficio, mi ha indicato il palazzo presidenziale sulla collina che domina l'aeroporto. Giusto per fare conversazione ho detto "Ah bello. Conveniente per il presidente Museweni, ci potrebbe andare anche a piedi, all'aeroporto..." al che Jamil, serio "Si, anche di corsa ci potrebbe andare". Grande risata. Ma queste sono quisquiglie, pinzillacchere. Mai come il didietro di Lenin mostrato all'ambasciatore cinese...ma non divaghiamo.
L'ho fatto.
Era la fine della riunione alla scuola delle suore (ordine locale, fondato nel 1910). Avevamo parlato tutti in abbondanza, e c'era un accordo. Tutti contenti, e suor Immacolata mi fa "Please di' la preghiera per la fine della riunione". Ho pensato che un'occasione cosi' non mi sarebbe capitata piu'. Quindi mi sono alzato in piedi e ho detto: "Non sono molto bravo a parlare con Dio ma faro' del mio meglio". Silenzio. Trenta ugandesi in piedi attorno alla stanza. Quattro o cinque pinguini. Genitori, insegnanti, rappresentanti di altre organizzazioni che aiutano questa scuola (e nemmeno pochi: noi (UK), una ONG italiana, una koreana, e una olandese. Ma i rappresentanti tutti ugandesi. Dovrei precisare che questi ragazzi qui sono spaventosamente religiosi, tutti. Domenica mattina una setta battista si e' messa a cantare sotto la mia finestra dalle dieci alle due. Ci sono chiese ovunque. O l'ho gia' detto? E comunque ho tirato fuori dal cassetto la mia similitudine dell'albero, gia' usata con successo nel Turkestan Orientale. Alle genti agricole piace. E bla bla, la collaborazione e' come un albero, i frutti, il sole, l'acqua nella buona volonta' di tutti eccetera. Penosa, really. Poi, ispirato, allargo leggermente le braccia, alzo la testa e proclamo: "Che la benedizione del Signore e la Forza siano con Voi"
E tutti: "Amen!"
("May the blessing of the Lord and the Force Be With You")
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Sunday, 17 October 2010
On a bus
Allora. Dal Kenia dovevo anche andare in Uganda - come parte delle responsabilita' che mi hanno affibbiato c'e' anche di visitare i posti dove l'organizzazione per cui lavoro ha programmi per crescere le capacita' locali di occuparsi dei casi di cui dicevo sotto. Avrei potuto prendere un aereo, ma e' da tanto che volevo vedere la Rift Valley in Kenia, e quale modo migliore di vederla che non attraversarla da est a ovest?
Naturalmente avrei dovuto immaginare che non sarebbe stata una passeggiata, ma col senno di poi...
L'autobus e' una corriera di linea, ditta 'Akamba'. Nairobi - Kampala in 12 ore. E' cominciata male: arrivati alla stazione delle corriere di Nairobi scopriamo che i nostri posti (siamo cinque: quattro colleghi dell'ufficio in Uganda, e io), gia' pagati e prenotati, sono stati venduti ad altri perche' 'non abbiamo riconfermato'. Una delle colleghe, Alice (alta, magra, nerissima, capelli a treccine, dita affusolate e unghie rosse) storce le braccia figurativamente al funzionario della biglietteria, e dopo un po' riesce a far salire sul bus la collega che non sta molto bene. Per noi, il prossimo autobus, dopo un'ora.
Ad aspettare con noi un folto gruppo di donne Ugandesi, reduci da una conferenza di movimenti di donne africane a Nairobi. Non mi sono ancora abituato ai tratti somatici. Quando ero in Etiopia, anni fa, la gente era un po' piu' scura di noi, ma non molto, e i loro tratti erano indoeuropei: nasi e labbra sottili, facce che avrebbero potuto essere europee. Qui invece sono nel bel mezzo delle varie etnie Bantu: nere, lucide, e spesso grandi e grosse. Devo dire che, anche se culturalmente affascinanti, come femmine non mi attirano proprio. Piedi come pale...
Alla fine arriva la corriera, si caricano i bagagli, e si parte. Come sempre mi succede in aereo, mi addormento quasi istantaneamente. Il sedile e' comodo, e il conductor - un gentiluomo locale con un berretto a colori e un sorriso smagliante - mi sveglia prima ancora di uscire dalla citta' per timbrare il biglietto. Mi riaddormento subito. Mi sveglia il cambiamento del ritmo del motore, non molto dopo. Siamo fuori citta', e la strada ha raggiunto il limite occidentale della cresta su cui sorge la citta'. Apro gli occhi, e la prima cosa che vedo e' una valle immensa, il fondovalle piatto e giallo, il lato opposto della valle nascosto dalle nubi e dalla distanza. Fra me e me mi esce dalle labbra un 'My God'. Nel mezzo della valle un vulcano nero, cratere rotondo perfettamente visibile da sopra (il lato della valle su cui scorre la strada e' altissimo). Scopriro' dopo che questo vulcano e' piu' o meno grande quanto il Vesuvio, eppure non solo si vede tutto, ma appare anche piccolo in mezzo alla piatta immensita' della valle. Appoggio il naso al finestrino e guardo fortemente, per imprimermela nella memoria. Attorno a me molti dei passeggeri dormono, per essi questa e' routine.
Il bus va veloce, scendendo il lato della valle. Dopo quattro ore siamo a Nakuru. Sosta di cinque minuti per corse al cesso e rifornimenti di acqua e viveri. Il cesso e' normalmente sporco e puzzolente, ma tanto io in piedi devo stare...quando esco dal cubicolo scopro con orrore che le donne della'autobus hanno invaso anche la parte degli uomini, per non dover fare a lungo la fila dalla loro parte. Cose mai viste...compro acqua, biscotti e sigarette, e si riparte. Qui, a differenza di Nairobi, fa caldo. Il sole picchia ed e' con un sospiro generale di soddisfazione che la vettura si rimette per strada. La strada, A104, corre verso nordovest a fondovalle, poi si biforca e noi prendiamo la B1 a sinistra, salendo e scendendo sulle colline della foresta di Mau - conifere e altri sempreverdi, bello spettacolo che sfugge ai due lati della strada. La valle (perche' le colline sorgono nel mezzo della valle) e' abitata, e lungo la strada cio' e' perfettamente chiaro: villaggi frequenti, stradine secondarie, campi coltivati a mais, siepi a dividere proprieta'. Essendo sabato, un sacco di gente in giro. E le scuole, e le chiese. Ce ne sono letteralmente centinaia lungo la strada. Strutturalmente nessuna di esse e' gran che - edifici ad un piano col tetto di lamiera, bassi ed accucciati fra gli alberi, ma grandi cartelli dipinti a mano lungo la strada ne indicano il nome, l'appartenenza - moltissime chiese pentecostali, protestanti di vario genere, indipendenti, testimoni di geova, assemblee di dio, ed anche cattoliche. Ovviamente c'e' da scegliere, e mi rendo conto di quanto siano religiosi queste genti. Secoli di missionari hanno lasciato il segno. Le scuole pure: private nella stragrande maggioranza, sia primarie che secondarie, coi nomi delle localita' che servono e il motto - sempre - dipinto sotto il nome. 'Studiare per Eccellere' 'L'Istruzione e' la Chiave del Futuro' eccetera eccetera.
La strada continua lungo il margine del Mau. La corriera e' rumorosissima: il cambio gratta, i vetri vibrano, e le donne ciarlano a voce altissima fra di loro - in inglese, coinvolgendo quindi tutto il resto dei passeggeri. Sulle colline attorno a Kericho, per almeno venti chilometri, su entrambi i lati della strada, attraversiamo le piantagioni di te' della Unilever. Interi villaggi sono compresi nella tenuta, e i cespugli di camellia sinensis, bassi, fitti, e attaccati l'uno all'altro coprono chilometri e chilometri di una coperta verde. Quest'immensita' verde e' divisa da stradine regolari, case dei lavoratori, scuole, e chiese - tutte circondate dalla piantagione. I raccoglitori, uomini e donne, si muovono lentamente fra i cespugli, cesta sulle spalle, raccogliendo le foglioline tenere dalle cime delle piante. La cosa sembra non finire mai. Cioe', ho visto piantagioni di te' altrove, ma questa e' una monocultura su scala colossale. E la maggior parte serve al mercato domestico: keniani amano il loro te' - latte caldo e sacchetto di te' dentro. Acqua? Naaah.
Altra sosta, questa volta per far scendere qualcuno che si e' sentito male per le vibrazioni e gli scossoni. Mal di mare...nessun altro scende: il conductor tiene fieramente il corridoio e minaccia di ordinare all'autista di ripartire se qualcuno si azzarda a scendere. Le donne sull'autobus lo prendono in giro allegramente, e il buon uomo, sapendo di non poter vincere, si ritira in buon ordine. Fuori dal bus i locali vendono mais arrosto, pacchi di te, bibite, frutta ed altri conforti. Il commercio avviene attraverso i finestrini, con grande sventolio di denaro e vesti colorate. Si riparte presto, di nuovo verso occidente. La strada scende dalle pendici del Mau e fila verso Kisumu, ultima citta' prima del confine. L'autista mette spesso due ruote fuori dall'asfalto per sorpassare, o per fare passare altri veicoli in senso opposto. Questo non fa bene al veicolo, ed infatti una ruota scoppia con un gran botto. Non vi dico le donne a bordo: dai gridolini alle urla, mani al viso, al petto, occhi sgranati, altri urletti. Ad alta voce dico 'gomma!' e la scena di panico si calma - con notevole imbarazzo delle signore, trovatesi ad essere tranquillizate da uno straniero, e uomo per giunta...
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Thursday, 14 October 2010
Back to Africa. Tredici anni dopo.
Kitui e' una cittadina quasi dispersa fra le ondulazioni del terreno - rosso e arido, acacie e boscaglia secca dal sole - che scende dalla Rift Valley verso l'oceano Indiano. Non e' sulla strada principale Nairobi - Mombasa, e non e' nemmeno negli itinerari turistici del Kenia. Un posto senza particolari attrazioni, ma capoluogo del distretto delle genti Kamba, e sede di diocesi. Proprio la diocesi e' il motivo per cui sono qui. Non che sia diventato improvvisamente chiesastrico, intendiamoci. Gli e' che in Africa la chiesa e' spesso l'unica istituzione la quale fa cose che quasi nessun altro fa.
Nel caso specifico, nascosta in un angolo della scuola intitolata a San Michele, di proprieta' del vescovo, e frequentata da ragazzi del luogo (pantaloni o gonna grigia, camicia bianca, pullover blu), c'e' una scuola per sordi. E nascosta in un angolo di quest'ultima c'e' una classe per bambini sordi e ciechi. Non sono tanti - per fortuna. Solo una dozzina, dai quattro ai sedici anni. Bambini e bambine trovati nei villaggi e nelle campagne del Kenia orientale, entro un raggio di un giorno di viaggio da qui. Quando li trovano sono spesso allo stato semiferale, incapaci di comunicare con la loro famiglia, abbandonati a se stessi, incapaci a cavarsela da soli nelle cose piu' elementari - come andare al cesso per esempio - quindi sporchi, spesso affamati, vestiti di stracci, una vergogna per i loro genitori e per il loro villaggio. O cosi' vengono considerati. E quindi li tengono nascosti, in fondo al cortile, dietro una tenda, lontano dagli occhi e dal cuore.
C'e' gente - maestri specializzati - i quali vanno in giro a carcarli, questi bambini. Quando li trovano convincono i loro genitori a portarli qui a Kitui, e ad affidarli alla scuola. Per questi bambini la scuola e' un collegio, ovvero vivono a tempo pieno. I loro genitori vengono a prenderli solo per le vacanze, e poi li riportano.
Non che questa gente potrebbe permetterselo, di mettere questi figli in una scuola speciale a tempo pieno. Parlo di contadini, braccianti, piccoli commercianti locali con un banchetto di legno lungo la strada, spesso con famiglie numerose, altri figli da mantenere e mandare a scuola, e una profonda vergogna, nascosta, di avere messo al mondo un figlio danneggiato, con il quale non possono parlare, ne' a voce ne' a gesti. Possono solo toccarli, ma ho imparato oggi che il tocco da solo - non istruito, non formato, come linguaggio non basta.
Un po' di sfortuna, un po' di fortuna, il cinese dentro KT oggi pensava. La scuola si prende questi bambini ciechi e sordi, e non si fa pagare niente. Ci pensano benefattori locali o internazionali a questo. Come la ONG con cui sono ora. Naturalmente metterli a scuola non basta. Occorrono insegnanti specializzati - e ci sono, il governo del Kenya ha una scuola di formazione per insegnanti di questo tipo. Ne occorrono tanti - l'ideale sarebbe 1 a 1, ma anche cinque maestri per dodici bambini funziona, come ho visto oggi.
Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma non e' stato terribile come temevo. Certo, si muovono a scatti, o rimangono fermi, o fanno movimenti improvvisi, i visi distorti, gli occhi velati, suoni gutturali - non hanno mai imparato a sentire, quindi nemmeno a parlare. I maestri mi hanno impressionato. Li toccano in continuazione: mani, braccia, teste, spalle. Li abbracciano, li prendono in braccio, per mano. Gli parlano, gli sorridono, anche se per i bambini essi - i maestri - sono solo forme da toccare con le mai, e odori. Fanno sentir loro che non sono soli.
La prima cosa che gli insegnano e' ad andare in bagno. Ovviamente. Non che sia facile, credo, ma questi dodici hanno imparato tutti. Alcuni di loro hanno un residuo di vista, o di udito. Non tutti. Con pazienza, imposizione delle mani, e tecniche d'insegnamento specializzate, piano piano questi bambini diventano cio' che dovrebbero essere - bambini. Alcuni di essi verranno riabilitati del tutto - magari con tecniche chirurgiche agli occhi o alle orecchie. Altri, la maggior parte, vivranno una vita diversa, e limitata dal loro sensorium imperfetto, ma pur sempre piena di emozioni e sentimenti. Come tutti.
Oggi c'erano anche alcuni dei genitori. Due madri, un padre. Venuti a parlare con noi, a raccontarci come l'aiuto che diamo a questa e ad altre scuole gli abbia cambiato la vita. Questo si che mi ha impressionato: una madre, quando le e' stato chiesto come l'opportunita' di avere sua figlia in questa scuola abbia cambiato il suo rapporto con la bambina, ha parlato a lungo. Ha detto di come prima fosse piena di vergogna per questa figlia. Di come la tenesse nascosta dai vicini. Di come la trascurasse in favore degli altri suoi figli - non per avarizia di sentimenti, chiaramente, ma semplicemente perche' non poteva comunicarli o capire quelli di lei. Serena, seduta con noi, kanga colorato attorno ai capelli, ci ha detto di come la scuola - i maestri - le abbiano insegnato i rudimenti di comunicazione tattile - mano su mano, o mano sulla schiena. Di come abbia imparato a capire cosa significhino i gesti e i suoni della figlia. Di come la maestra abbia accompagnato la bambina al villaggio, e dimostrato alla famiglia e ai vicini come comunicare, e spiegato a lungo quali siano i problemi di sviluppo e di cognizione, e come affrontarli. Ma sopratutto, ha detto questa madre, sguardo calmo, testa eretta, come abbia imparato - dopo anni - ad amare sua figlia.
Nel caso specifico, nascosta in un angolo della scuola intitolata a San Michele, di proprieta' del vescovo, e frequentata da ragazzi del luogo (pantaloni o gonna grigia, camicia bianca, pullover blu), c'e' una scuola per sordi. E nascosta in un angolo di quest'ultima c'e' una classe per bambini sordi e ciechi. Non sono tanti - per fortuna. Solo una dozzina, dai quattro ai sedici anni. Bambini e bambine trovati nei villaggi e nelle campagne del Kenia orientale, entro un raggio di un giorno di viaggio da qui. Quando li trovano sono spesso allo stato semiferale, incapaci di comunicare con la loro famiglia, abbandonati a se stessi, incapaci a cavarsela da soli nelle cose piu' elementari - come andare al cesso per esempio - quindi sporchi, spesso affamati, vestiti di stracci, una vergogna per i loro genitori e per il loro villaggio. O cosi' vengono considerati. E quindi li tengono nascosti, in fondo al cortile, dietro una tenda, lontano dagli occhi e dal cuore.
C'e' gente - maestri specializzati - i quali vanno in giro a carcarli, questi bambini. Quando li trovano convincono i loro genitori a portarli qui a Kitui, e ad affidarli alla scuola. Per questi bambini la scuola e' un collegio, ovvero vivono a tempo pieno. I loro genitori vengono a prenderli solo per le vacanze, e poi li riportano.
Non che questa gente potrebbe permetterselo, di mettere questi figli in una scuola speciale a tempo pieno. Parlo di contadini, braccianti, piccoli commercianti locali con un banchetto di legno lungo la strada, spesso con famiglie numerose, altri figli da mantenere e mandare a scuola, e una profonda vergogna, nascosta, di avere messo al mondo un figlio danneggiato, con il quale non possono parlare, ne' a voce ne' a gesti. Possono solo toccarli, ma ho imparato oggi che il tocco da solo - non istruito, non formato, come linguaggio non basta.
Un po' di sfortuna, un po' di fortuna, il cinese dentro KT oggi pensava. La scuola si prende questi bambini ciechi e sordi, e non si fa pagare niente. Ci pensano benefattori locali o internazionali a questo. Come la ONG con cui sono ora. Naturalmente metterli a scuola non basta. Occorrono insegnanti specializzati - e ci sono, il governo del Kenya ha una scuola di formazione per insegnanti di questo tipo. Ne occorrono tanti - l'ideale sarebbe 1 a 1, ma anche cinque maestri per dodici bambini funziona, come ho visto oggi.
Non sapevo esattamente cosa aspettarmi, ma non e' stato terribile come temevo. Certo, si muovono a scatti, o rimangono fermi, o fanno movimenti improvvisi, i visi distorti, gli occhi velati, suoni gutturali - non hanno mai imparato a sentire, quindi nemmeno a parlare. I maestri mi hanno impressionato. Li toccano in continuazione: mani, braccia, teste, spalle. Li abbracciano, li prendono in braccio, per mano. Gli parlano, gli sorridono, anche se per i bambini essi - i maestri - sono solo forme da toccare con le mai, e odori. Fanno sentir loro che non sono soli.
La prima cosa che gli insegnano e' ad andare in bagno. Ovviamente. Non che sia facile, credo, ma questi dodici hanno imparato tutti. Alcuni di loro hanno un residuo di vista, o di udito. Non tutti. Con pazienza, imposizione delle mani, e tecniche d'insegnamento specializzate, piano piano questi bambini diventano cio' che dovrebbero essere - bambini. Alcuni di essi verranno riabilitati del tutto - magari con tecniche chirurgiche agli occhi o alle orecchie. Altri, la maggior parte, vivranno una vita diversa, e limitata dal loro sensorium imperfetto, ma pur sempre piena di emozioni e sentimenti. Come tutti.
Oggi c'erano anche alcuni dei genitori. Due madri, un padre. Venuti a parlare con noi, a raccontarci come l'aiuto che diamo a questa e ad altre scuole gli abbia cambiato la vita. Questo si che mi ha impressionato: una madre, quando le e' stato chiesto come l'opportunita' di avere sua figlia in questa scuola abbia cambiato il suo rapporto con la bambina, ha parlato a lungo. Ha detto di come prima fosse piena di vergogna per questa figlia. Di come la tenesse nascosta dai vicini. Di come la trascurasse in favore degli altri suoi figli - non per avarizia di sentimenti, chiaramente, ma semplicemente perche' non poteva comunicarli o capire quelli di lei. Serena, seduta con noi, kanga colorato attorno ai capelli, ci ha detto di come la scuola - i maestri - le abbiano insegnato i rudimenti di comunicazione tattile - mano su mano, o mano sulla schiena. Di come abbia imparato a capire cosa significhino i gesti e i suoni della figlia. Di come la maestra abbia accompagnato la bambina al villaggio, e dimostrato alla famiglia e ai vicini come comunicare, e spiegato a lungo quali siano i problemi di sviluppo e di cognizione, e come affrontarli. Ma sopratutto, ha detto questa madre, sguardo calmo, testa eretta, come abbia imparato - dopo anni - ad amare sua figlia.
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Wednesday, 18 August 2010
Al mare. Sort of.
Per la prima volta in tutti gli anni che abbiamo vissuto in Albione, siamo andati al mare quest'anno. In Cornovaglia. Of course ha piovuto tutti i giorni. Ma dato che nel Ducato piove sempre, e tutti lo sanno, siamo andati preparati. Tenda tedesca, non una goccia d'acqua tranne quella che portavamo dentro noi. Sacchiletto, giacche a vento, fornelletto a gas (per fare il caffe' la mattina e il te' la sera), parapioggia cinese (mio, questo) piu' o meno completano l'equipaggiamento. Le figlie di KT, le quali hanno in passato avuto una sola esperienza di campeggio, molto lontano da qui, hanno aspettato la vacanza con trepidazione, ed erano talmente entusiaste all'idea che un giorno - prima di andare - mi hanno presentato quattro rotoli di spugna spessi 2 centimetri come materassi da tenda. Dopo essere inorridito sono andato a comprare quattro materassini gonfiabili, che naturalmente si sono rivelati vincenti. Una o due notti per terra si, otto no di certo. Il chilometraggio si farebbe sentire.
Ma divago. La Cornovaglia e' carinissima e molto piccola - il piedino dell' Inghilterra, quello rivolto verso l'America. A sud, l'Atlantico, a nord il mare d'Irlanda. Piove sempre ed e' verdissima, punteggiata da villaggi minerari, chiese di tutte le sette possibili ed immaginabili (un bel po' di coloro che si rifiutarono di fare il Giuramento di Supremazia sotto Elisabetta I e successori finirono quaggiu', dove si costruirono le loro chiese di pietra - come le case - in tutti gli angoli, sia nei paesi, che perse fra le colline). Il Ducato (il Duca e' Carlo) e' corollato da porticcioli dove ancora pescano, anche se non contrabbandano o pirateggiano piu'. Anche le miniere di stagno, molte delle quali risalenti a quando i romani comandavano, sono ormai tutte chiuse. Ma niente paura! La campagna e' interamente coltivata, ogni casa e' un bed&breakfast, e una buona parte degli eccentrici e degli artisti e' venuta a rifugiarsi quaggiu'. Molti si sono aperti un museo personale - quello dei trenini modello e' particolarmente bello, quello sui naufragi e' bellissimo, e quello sulla stregoneria e' piaciuto a figlia numero 1. Io non l'ho visto, sono rimasto fuori perche' era spuntato il sole. O un posto dove mangiare, o una galleria d'arte. Ed alcuni, visionari, si sono inventati cose come il progetto Eden ('eden project') - come educare alla conservazione del globo in larga scala. In un giardino con serre geodetiche giganti dentro una ex-cava - cosa alla quale gli inglesi, notoriamente pazzi per l'idea di giardino con annessi e connessi culturali, si sono subito appassionati: una folla.
Comunque, una mattina che non pioveva e c'era un bel sole siamo andati al mare. Per la prima volta da quando sono arrivato qui (that would be 1998 madam) sono andato al mare in Inghilterra. Con la famiglia. La mappa 1:50.000 e' perfetta per fare le strade B ed evitare le code ciclopiche di tutti i turisti che si spostano su e giu' in auto, camper e roulottes. Le valli che corrono da sud a nord fra le due coste sono coperti da foreste alte abbastanza da trasformare le strade in gallerie verdi e buie. Abbiamo trovato una spiaggia sulla costa nord, rientrata abbastanza fra due lati di scogliere per essere abbastanza protetta dal vento. La prima cosa strana e' stato il chiosco vicino al parcheggio (parcheggio d'erba verde in agosto): affittavano schermi antivento (un nastro di tessuto 1 metro per 3 metri con paletti per piantarlo sulla sabbia), tavole da surf si quelle corte, e mute da bagno. Non un ombrellone in vista...
Scendiamo, e' breve, c'e' ancora poca gente. Ovviamente una spiaggia per famiglie. Il mare e' lontanissimo, siamo quattro ore in ritardo sull'alta marea. Ma tanto io non me lo devo fare, il bagno.
Ma divago. La Cornovaglia e' carinissima e molto piccola - il piedino dell' Inghilterra, quello rivolto verso l'America. A sud, l'Atlantico, a nord il mare d'Irlanda. Piove sempre ed e' verdissima, punteggiata da villaggi minerari, chiese di tutte le sette possibili ed immaginabili (un bel po' di coloro che si rifiutarono di fare il Giuramento di Supremazia sotto Elisabetta I e successori finirono quaggiu', dove si costruirono le loro chiese di pietra - come le case - in tutti gli angoli, sia nei paesi, che perse fra le colline). Il Ducato (il Duca e' Carlo) e' corollato da porticcioli dove ancora pescano, anche se non contrabbandano o pirateggiano piu'. Anche le miniere di stagno, molte delle quali risalenti a quando i romani comandavano, sono ormai tutte chiuse. Ma niente paura! La campagna e' interamente coltivata, ogni casa e' un bed&breakfast, e una buona parte degli eccentrici e degli artisti e' venuta a rifugiarsi quaggiu'. Molti si sono aperti un museo personale - quello dei trenini modello e' particolarmente bello, quello sui naufragi e' bellissimo, e quello sulla stregoneria e' piaciuto a figlia numero 1. Io non l'ho visto, sono rimasto fuori perche' era spuntato il sole. O un posto dove mangiare, o una galleria d'arte. Ed alcuni, visionari, si sono inventati cose come il progetto Eden ('eden project') - come educare alla conservazione del globo in larga scala. In un giardino con serre geodetiche giganti dentro una ex-cava - cosa alla quale gli inglesi, notoriamente pazzi per l'idea di giardino con annessi e connessi culturali, si sono subito appassionati: una folla.
Comunque, una mattina che non pioveva e c'era un bel sole siamo andati al mare. Per la prima volta da quando sono arrivato qui (that would be 1998 madam) sono andato al mare in Inghilterra. Con la famiglia. La mappa 1:50.000 e' perfetta per fare le strade B ed evitare le code ciclopiche di tutti i turisti che si spostano su e giu' in auto, camper e roulottes. Le valli che corrono da sud a nord fra le due coste sono coperti da foreste alte abbastanza da trasformare le strade in gallerie verdi e buie. Abbiamo trovato una spiaggia sulla costa nord, rientrata abbastanza fra due lati di scogliere per essere abbastanza protetta dal vento. La prima cosa strana e' stato il chiosco vicino al parcheggio (parcheggio d'erba verde in agosto): affittavano schermi antivento (un nastro di tessuto 1 metro per 3 metri con paletti per piantarlo sulla sabbia), tavole da surf si quelle corte, e mute da bagno. Non un ombrellone in vista...
Scendiamo, e' breve, c'e' ancora poca gente. Ovviamente una spiaggia per famiglie. Il mare e' lontanissimo, siamo quattro ore in ritardo sull'alta marea. Ma tanto io non me lo devo fare, il bagno.
E comunque, mentre le ragazze scompaiono tutte verso il mare - lontanissimo, sicuramente gelato - io mi sdraio, e dopo una mezz'oretta mi tolgo scarpe e calze. Ho il libro, leggo. Continua ad arrivare gente. Il rumore di mazzuoli sui paletti dei teli antivento e' continuo - sembrano i martelli pneumatici ad Hong Kong. Quando alzo la testa mi accorgo di essere circondato su tre lati da recinti rotondi di antivento piantati uno attaccato all'altro a formare un cerchio, dove gli inglesi si sistemano subito a prendere il sole - proprio come nel loro giardino, a casa. Privacy in spiaggia. Non un ombrellone in vista, eppure c'e' il sole.
La cosa mi sembra talmente strana che mi siedo dritto e mi guardo in giro per capire meglio questo fenomeno. e' come in spiaggia in Italia: famiglie, gente che va e viene dal mare (in muta da bagno pero': roba spessa e ovviamente non disegnata per camminare fino al mare...). Ma gli inglesi si sono tutti ricreati la privacy del loro giardino, e vanno al mare cosi'.
Un ragazzo chiede alla madre "sono gia' arrosato?"
La cosa mi sembra talmente strana che mi siedo dritto e mi guardo in giro per capire meglio questo fenomeno. e' come in spiaggia in Italia: famiglie, gente che va e viene dal mare (in muta da bagno pero': roba spessa e ovviamente non disegnata per camminare fino al mare...). Ma gli inglesi si sono tutti ricreati la privacy del loro giardino, e vanno al mare cosi'.
Un ragazzo chiede alla madre "sono gia' arrosato?"
Friday, 2 April 2010
Domani finiro' il mio cinquantesimo anno di vita. Il che mi ricorda il giorno prima di compierne diciotto. Ecco com'ero...
Domani avro' diciotto anni e sono insoddisfatto come solo un diciassettenne brufoloso e fondamentalmente vergine puo' esserlo. Aprile e' gia' primavera qui nel sud, l'aria di sera e' tiepida. Cosa faro'? Non avro' mai piu' diciotto anni. Da domani posso guidare votare e firmarmi le giustificazioni da solo - per soli tre mesi, ma e' una soddisfazione. Cosa faccio? Seduto sotto i ficus ciclopici di piazza Santa Maria di Gesu' guardo pezzi di cielo, le auto che passano e la gente che entra ed esce dalla pasticceria Privitera. All'altro capo della piazza via Cibele sale verso nord, fra i palazzi a destra e i Salesiani a sinistra, una fetta dello stesso cielo nel mezzo, e sotto in fondo, dove la prospettiva si perde, una macchia bianca: la neve intorno al cratere centrale. Sopra, un pennacchio di fumo piegato verso oriente, come sempre.
Mi torna in mente una frase letta su un libro sugli indiani d'America, un rito di passaggio: "Sali sulla cima di una montagna e piangendo aspetta una visione". Che stupidaggine sublime. Ma fra poche ore avro' diciotto anni, e niente mi sembra piu' adatto all'occasione. Si. Faro' cosi'. Anzi, lo faccio subito.
Vado a casa, riempio uno zainetto, prendo la corriera fino al Rifugio Sapienza. In due ore sono li'. E da li' salgo a piedi, incrociando turisti diurni che ridiscendono mentre il sole tocca l'orizzonte ad ovest. Dietro di me e molto piu' in basso la citta' e la pianura sono gia' macchie scure costellate di briciole di luce. Sopra, il cono del cratere e' grigio e rosa, ancora illuminato dagli ultimi raggi del sole. La salita e' facile ma lunga, il pendio dolce.
Quando arrivo sull'altipiano a quota 2900 e' notte. Mi fermo qui. Al cratere - il quale si erge come un mostro piegato su se' stesso e mezzo addormentato al centro dell'altopiano - ci saliro' domani. Stendo il saccoletto in un angolo della veranda del rifugio ancora chiuso, fuori stagione, al riparo dal vento, mi siedo come un indiano (penso), e rimango li' a guardare in basso le luci di meta' della Sicilia che svaniscono lontane.
Passo la notte cosi', pensando alla mia vita che sembrava non dovesse arrivare mai a diciotto anni e ora improvvisamente li ha trovati. Penso a quando avro' quarant'anni, nel 2000. Penso alla ragazza che mi piace in quel momento, capelli neri e lunghi. Penso a tutto tranne che a cose importanti o che possano garantirmi una visione indiana. Le stelle riflettono le luci in basso, ma sono molte di piu'. Meta' del panorama e' vuoto, nero, come il nulla: il mare Ionio inghiottito da se stesso, la luce fioca di qualche paranza lontanissima galleggia nel vuoto. E' gia' domani, sono gia' adulto. Sono uguale a prima. Sono sempre uguale a me stesso. Forse non e' una visione, ma a questo punto della mia vita e' gia' abbastanza per qualificarsi come rivelazione.
Sotto di me l'Etna brontola in toni bassi, sento solo le vibrazioni nella pietra su cui sono seduto. Solo come mai prima, guardo l'orizzonte ad oriente che ancora non c'e'. Mi chiedo cosa ci sia per me in quella direzione. Con un sospiro che mi ricordo anche se forse non ci fu, mi dico che un giorno ci andro'.
Quando fa luce salgo al cratere, giro intorno al fumo e alla puzza di zolfo, guardo brevemente nell'abisso ma non mi fermo. Continuo verso nord e ridiscendo. Ho un esame di maturita' da fare. E un sacco di posti dove andare.
Domani avro' diciotto anni e sono insoddisfatto come solo un diciassettenne brufoloso e fondamentalmente vergine puo' esserlo. Aprile e' gia' primavera qui nel sud, l'aria di sera e' tiepida. Cosa faro'? Non avro' mai piu' diciotto anni. Da domani posso guidare votare e firmarmi le giustificazioni da solo - per soli tre mesi, ma e' una soddisfazione. Cosa faccio? Seduto sotto i ficus ciclopici di piazza Santa Maria di Gesu' guardo pezzi di cielo, le auto che passano e la gente che entra ed esce dalla pasticceria Privitera. All'altro capo della piazza via Cibele sale verso nord, fra i palazzi a destra e i Salesiani a sinistra, una fetta dello stesso cielo nel mezzo, e sotto in fondo, dove la prospettiva si perde, una macchia bianca: la neve intorno al cratere centrale. Sopra, un pennacchio di fumo piegato verso oriente, come sempre.
Mi torna in mente una frase letta su un libro sugli indiani d'America, un rito di passaggio: "Sali sulla cima di una montagna e piangendo aspetta una visione". Che stupidaggine sublime. Ma fra poche ore avro' diciotto anni, e niente mi sembra piu' adatto all'occasione. Si. Faro' cosi'. Anzi, lo faccio subito.
Vado a casa, riempio uno zainetto, prendo la corriera fino al Rifugio Sapienza. In due ore sono li'. E da li' salgo a piedi, incrociando turisti diurni che ridiscendono mentre il sole tocca l'orizzonte ad ovest. Dietro di me e molto piu' in basso la citta' e la pianura sono gia' macchie scure costellate di briciole di luce. Sopra, il cono del cratere e' grigio e rosa, ancora illuminato dagli ultimi raggi del sole. La salita e' facile ma lunga, il pendio dolce.
Quando arrivo sull'altipiano a quota 2900 e' notte. Mi fermo qui. Al cratere - il quale si erge come un mostro piegato su se' stesso e mezzo addormentato al centro dell'altopiano - ci saliro' domani. Stendo il saccoletto in un angolo della veranda del rifugio ancora chiuso, fuori stagione, al riparo dal vento, mi siedo come un indiano (penso), e rimango li' a guardare in basso le luci di meta' della Sicilia che svaniscono lontane.
Passo la notte cosi', pensando alla mia vita che sembrava non dovesse arrivare mai a diciotto anni e ora improvvisamente li ha trovati. Penso a quando avro' quarant'anni, nel 2000. Penso alla ragazza che mi piace in quel momento, capelli neri e lunghi. Penso a tutto tranne che a cose importanti o che possano garantirmi una visione indiana. Le stelle riflettono le luci in basso, ma sono molte di piu'. Meta' del panorama e' vuoto, nero, come il nulla: il mare Ionio inghiottito da se stesso, la luce fioca di qualche paranza lontanissima galleggia nel vuoto. E' gia' domani, sono gia' adulto. Sono uguale a prima. Sono sempre uguale a me stesso. Forse non e' una visione, ma a questo punto della mia vita e' gia' abbastanza per qualificarsi come rivelazione.
Sotto di me l'Etna brontola in toni bassi, sento solo le vibrazioni nella pietra su cui sono seduto. Solo come mai prima, guardo l'orizzonte ad oriente che ancora non c'e'. Mi chiedo cosa ci sia per me in quella direzione. Con un sospiro che mi ricordo anche se forse non ci fu, mi dico che un giorno ci andro'.
Quando fa luce salgo al cratere, giro intorno al fumo e alla puzza di zolfo, guardo brevemente nell'abisso ma non mi fermo. Continuo verso nord e ridiscendo. Ho un esame di maturita' da fare. E un sacco di posti dove andare.
Thursday, 12 March 2009
A short drive in Gansu (1)
(I wrote this for the company's blog, but I don't think they'll use it, so I'll put it in here instead - all corporate references have been ruthlessy exterminated).
Driver Lee has a very loud voice. If he wasn’t Chinese he could be from Texas. I am sitting next to him, on the front passenger seat of this tiny van we've rented to reach Longnan city, in the remote southern part of Gansu province. When I saw the van this morning, parked outside the hotel in Longxi city where we have been based for the last two days, I was convinced there was no way the five of us and our bags could fit in it. It is one of those tiny city vans common in Asia – small wheels, little engine, only one side sliding door for the passengers. I was so sure that we could not fit that I bet 10 yuan with Weilin, who thought that it would be just fine. Of course I lost the bet – driver Lee managed to get everything and everyone aboard, and I must remember to give the 10 yuan to Weilin as soon as we stop – right now I can't reach my wallet, which is inside my bag behind my legs.
Driver Lee has been at the wheel since eight o’ clock this morning, and it is now six PM. He has never stopped talking for more than five minutes, except when we halted for lunch in a small village along the road. His high-pitched (and loud – did I say loud?) voice is about ten inches from my left ear. Now my ear hurts - for the last hundred kilometers or so I have been covering it with my left hand, trying to make a point. Not that Driver Lee is good at hints – perhaps I should just tell him to keep his voice down. But I am not going to. This continuous talking is a good thing: I know he's awake. He’s a good driver though: his eyes never leave the road ahead. On the other hand, I must rely on Weilin to translate the interesting bits for Claudia and me.
Weilin is a colleague, and she's sitting behind me, between Claudia, who has wrapped herself in her lilac pashmina and nodded off some time ago, and Yang, who does not talk much. They are all work colleagues.
Obviously, Weilin is also concerned with keeping driver Lee awake, so she keeps on a steady stream of questions about his past life as lorry driver in the rich southern province of Guangzhou. That must be the reason why driver Lee – an otherwise lovely chap – is so loud: he’s accustomed to the noise inside the driving cabin of a lorry, where you need to keep your voice high to be heard by your travelling companions. This tiny van is quiet, but after ten years of hauling goods in Guangzhou, his voice is still keyed on the lorry settings.
- So driver Lee, please tell us, why did you stop driving trucks in Guangzhou and came back to Gansu?
- Oh! Very sad story! My wife wrote to me my son was growing up unruly. A boy must have his father to grow up properly, respectful of tradition and of his elders, so I quit Guangzhou and came back to Gansu, which is my birthplace. I am very happy now! And my son is behaving properly!
At the back of the van, nested among our travel bags, is the last of our group, Hong. Road travel doesn’t agree with her, so she has taken some pills to ease the disconfort, but that made her sleepy. It must be bouncy and uncomfortable at the back - the road doesn't have a tarred surface, and it is a sea of mud because of the nonstop rain, but Hong has refused the offer of the front seat, and hasn't complained once.
Through the rain-streaked windows of the van, the mountains appear and disappear behind low grey clouds. It's not heavy rain but it hasn't stopped for days. This is good. It may have made our trip longer and difficult that it needs to be, but it is a blessing, pouring relentlessly over the parched soil of Gansu province.
The five of us have been on the road for about a week now. Claudia and I reached Kunming first, in Yunnan province, where our China office is. We spent a couple of days there, going over plans, budgets, reports – the usual stuff. Then we sat down with Weilin to plan how to bring forward an idea for work - the details of which are not really germane in here - but from that idea we ended up driving around southern Gansu. And I am stuck with driver Lee. My ear relly hurts now.
Longnan is a small district at the southern edge of Gansu province, not far from the northern border of Sichuan, at the foot of the Qinghai highlands, which rise, invisible beyond the edge of the valley, on the west. The city itself is, according to my map, further south along the banks the Bailong river – the same river we have been following for hours while it winds its way south between the sides of this valley. It is a really impressive sight, because it looks like every single mountain of this province has been terraced, by hand, from top to bottom. I did some research afterward and I found out that this has been done during the last ten years – a huge project funded by the Chinese government and by the Asian Development Bank. This section of the usually dry Gansu province is now green from the bottom of the valley to the top of the mountains, and, as I said, it has been raining for days.
The road itself is in really bad conditions. Apparently it is scheduled to be replaced by the Chinese equivalent of a motorway soon – or so driver Lee says - but in the meantime they have given up on maintaining it, but it is the quickest way in or out of the Longnan from Lanzhou. There are no airports, nor there is a railway in this part of the country. For China, that is really remote. The good thing is that there is not much traffic – mainly lorries, loaded high with agricultural produce, which in this season appear to be apples. The road surface is still visible every now and then, but most of it is gone, replaced by mud. Driver Lee is very cautious in negotiating the bends around the rocky hills – the rear wheels of the van slip sideways at anything faster than 30 kilometers per hour. Every hour or so the road climbs to the top of a low hill along the river, and there is a village – two lines of mud huts fronting the road. A few shops, selling what appears to be a range of agricultural implements, building materials and foodstuffs. Lots of wandering donkeys, some dogs and the occasional pig. Not many people – the children are at school and men and women are in the fields, tending to their crops. A few old people sit, sheltered from the rain by an overhang in front of a house. They are all dressed in black: black shirts, black jackets, black trous, black berets of the kind often seen in Europe. Some of them smoke a pipe. Their faces are deeply wrinkled by the harshness of life, but they smile when they see us. Some of them stare, open mouthed – it’s not a place where they see many foreigners. At the edge of each villages there is a tiny mosque.
Yet, the contradition of modern China is there for all to see: the houses maybe made of cheap local materials – mudbricks – but each one of them has a satellite tv dish looking up at the clouds. The roof itself may be a rusty expanse of corrugated iron sheets, but there is a gleaming (or even a rusty) dish on the top of it. And, reflecting the same shape but on the ground, near the front door of almost every house, there is a solar kettle boiler. I am surprised to see so many of these items standing like oversized flowers on the front yard of people's houses - I must have seen thousand of them since this morning. Of course with today’s clouded sky this contraption – which works by reflecting and focusing sunrays on the bottom of the kettle – doesn’t work, but the sheer number of them means that, when the sun is out, lots of tea gets made without burning any coal.
The sky is darkening fast and we are still some distance away from Longnan. The phone works – China has covered almost the whole of its territory with mobile service – so we are able to call ahead and tell our hosts where we are. We are told that they are waiting for us to have dinner together – mighty nice of them, one would think. I am afraid that by the time we get there it will be 9PM – much later than the usual Chinese dinner time of 6:30PM. I ask my colleague to tell our hosts not to wait for us, but it’s no use: of course they will wait. Basic politeness demands it, and – there’s a cultural difference trick – they probably think that we expect them to wait for us. There’s nothing to do if not drive on. Driver Lee crests a hill, and – surprise – the road ahead is blocked. There is a queue of stationary trucks in the middle of the roadway, and ahead what appears to be a passenger bus somehow stuck in the mud. The stop is a welcome relief from the piercing voice of driver Lee: I open the door and step out of the van to stretch my legs and have a fag. All the engines in the queue are off – this could be a long wait. I decide to have a look, and walk up the queue to the bus. The rain is light, and it’s not cold at all. One of the back wheels of the bus got stuck in a rut of the road, and the attempts to drive out of it have resulted in the whole back of the vehicle now stuck deep in the mud. A classic. They’ll need some heavy equipment to sort this out. While I am there, I notice that the passengers of the bus are happily sitting in small groups on the side of the road, sheltering under tarpaulins and umbrellas, sharing food and drinks. Nobody appears to be nervous, or in a hurry - travelling by public bus is a relaxing activity.
I think there is enough room on one side of the stuck bus for our small van to squeeze trough, so I walk back, get in, and I explain to driver Lee – with much gesticulation – that we can go. He seems to be very happy at the idea not to wait there – must be hungry too – so he starts the engine, and off we go. Slowly, we overtake the queue of stationary lorries, reach the bus, and among much honking of horns, waving of hands and other noises, we are through. Driver Lee leans out of the windows and yells something in Chinese. I look back at Weilin, who smiles and says 'He says ‘goodbye friends’.
We’ re on our way again. A few minutes down the road we cross a large tracked vehicle going the other way, obviously on its way to pull the bus out of its predicament.
By the time the sky is dark we reach Longnan. We find our hosts – a young doctor at the local city hospital – waiting for us at the hotel. A quick check-in, then off to dinner – apparently quite a lot of other people are waiting for us. The dreaded Chinese formal dinner.
(1 - end)
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China
Monday, 2 March 2009
archivio (61) Una serata sportiva
Novembre 1991. Sono appena tornato in Ismailia dopo dieci miserabili mesi trascorsi in Italia, nelle colline metallifere fra Siena e il mare.
Sono tornato in Ismailia a lavorare per una ONG inglese. Mi hanno preso perche' ho esperienza del paese. Se hanno dubbi sulla capacita' di un italiano ad accettare a adottare la loro etica lavorativa non lo danno a vedere.
Mi presento al lavoro il giorno dopo il mio arrivo. Il capo progetto e' una donna. Alza la testa dalla montagna di carte sul tavolo, si alza, mi stringe la mano, mi da' il benvenuto. Mi chiede se voglio un caffe'. Dico si, e mi mordo il labbro, ma e' troppo tardi. Lei stessa si alza e va in cucina (l'ufficio e' in una casa affittata nei suburbi della capitale). Torna con due boccali di plastica pieni di risciaquatura di piatti Nescafe'.
Mi aspetto un periodo di adattamento e di introduzione, ma sbaglio.
"Conosci l'ex caserma della Guardia Imperiale?"
"Quella fuori citta', sulla strada per Embo?"
"Quella. Vi abbiamo installato una clinica di emergenza tre mesi fa quando i Ghimbini sono entrati nella capitale. Ieri la nostra gente la' mi ha mandato questa lista di cose di cui hanno bisogno. Vai in magazzino, fai il carico e portaglielo. E quando torni dimmi cosa ne pensi".
"OK capo"
Sorride, ma non davvero. "Non mi chiamare capo"
Chiudo la bocca, mi ricordo che questa donna era qui da sola a tenere i progetti in funzione mentre le bombe esplodevano, le ambasciate evacuavano, i bianchi fuggivano e i ribelli Ghimbini marciavano sulla capitale, solo pochi mesi fa. Prendo la lista, annuisco e vado. Lei e' gia' concentrata su qualche altra cosa.
Il magazziniere dell'Organizzazione e' un vecchio Ismailita grinzoso con un sorriso grande come una casa. Mi presento, gli dico chi sono e che sono nuovo, gli do' la lista. Si siede al suo tavolino, inforca un paio di occhialoni a fondo di bottiglia e ridacchia fra se' e se' in Amende "Hihihi...troppo lavoro oggi, troppo lavoro per il vecchio Bekke..." si alza lentamente, si avvia verso gli scaffali. Prendo uno scatolone vuoto e lo seguo. Disinfettanti, bendaggi, garze, antiinfiammatori..lo scatolone e' presto pieno, ne prendo un'altro, poi un'altro ancora. Sembra che stia andando a rifornire un pronto soccorso. Antibiotici. Antimalarici. Vitamina A. Reintegratori salini per dissenteria, ancora antibiotici...Aureomicina. Questo vuol dire stafilococchi...quando il carico e' pronto il vecchio Bekke mi dice "Vai a farti dare una macchina"
L'autoparco e' una baracca di ferro ondulato in un angolo del cortile. C'e' una bacheca con numeri di targa, chiavi appese ed un registro. Non c'e' nessuno in giro, ma decido che non ho tempo da perdere. Prendo un mazzo di chiavi, firmo il registro, trovo la macchina, torno da Bekke, carico, firmo il suo registro, mi da' una copia dell'ordine e mi manda via.
Il posto non e' a piu' di un' ora fuori citta', vicino. Lo scenario dell'altopiano e' familiare. Novembre e' tempo di raccolto: gialli covoni nuovi si ergono accanto alle capanne degli Ismailiti, i campi tosati da poco seccano al sole primaverile. In quasi ogni aia mucche e buoi legati assieme girano in tondo sulle spighe per terra, trebbiano come si trebbia da migliaia di anni. Le donne raccolgono le spighe in mucchi, gli uomini le alzano al vento con pale di legno intagliate a mano. La pula vola via come polvere ad ogni alzata di pala.
Mi scuoto. Ismailia e' bella. Guarda la strada. Stai portando medicine. Accellera. Sigaretta.
Arrivo alla caserma. E' chiusa da un alto muro. Le sentinelle sono Ghimbini, capelli afro, giacche mimetiche e sandali. Kalashnikov in braccio. Vedono il simbolo dell'organizzazione dipinto sullo sportello e mi fanno entrare senza fermarmi. Dentro, grandi spazi. lunghe baracche a dormitorio, a dozzine. Piazza d' armi. Mi guardo in giro, seguo le frecce dipinte a mano verso la clinica.
Chi sono questi? mi chiedo. dozzine, centinaia di uomini. In stracci. Senza scarpe, tutti con cio' che rimane di una divisa addosso. Prigionieri, ecco cosa sono. Amende. Soldati dell'ex Repubblica Socialista di Ismailia, crollata pochi mesi fa come il Muro di Berlino poco prima, abbattuta dal crollo dell'Unione Sovietica, dallo scontento interno, dalla poverta' e dai Ghimbini, confermatisi guerrieri duri come i loro antenati.
Raggiungo la clinica, parcheggio accanto alle altre macchine dell'organizzazione. Ci sono due infermiere, una inglese ed una irlandese, piu' qualche civile Ismailita che lavora per noi. Una lunga fila di prigionieri aspetta fuori, snodandosi attorno alla baracca, tentando di tenersi all'ombra. Vedo bendaggi sporchi di sangue, intravedo moncherini coperti di garza. Un paio di guardie tengono d'occhio, ma tutti sembrano molto rilassati e tranquilli.
Non faccio perdere tempo a nessuno, scarico e porto dentro il materiale. L' irlandese ha i capelli rossi ed e' grassottella, ma quando mi stringe la mano mi fa quasi male. Rapidamente controlliamo la consegna, firma, ciao, ci vediamo piu' tardi.
Esco, risalgo in macchina, guido verso l'uscita, piano. Attraverso la piazza d'armi. Prigionieri ovunque. Mi rendo conto che sono tutti ufficiali e sottufficiali, non vedo nessun soldato semplice. Improvvisamente vedo qualcosa muoversi in un angolo della vasta piazza e mi fermo a guardare meglio. Hanno teso uno spago fra due baracche, e stanno giocando a pallavolo con una palla fatta di stracci. Ma si muovono in maniera strana. Guardo meglio. Due sono senza una gamba, saltellano su quella rimasta. Altri hanno un solo braccio. E c'e' uno seduto per terra, si muove sulle mani, rapido come un ragno, va sotto la palla, la colpisce. Non ha gambe.
Non resisto, me ne vado. Torno in citta'.
Arrivo, riferisco alla capo.
"Cosa ne pensi?"
"La clinica va bene, le infermiere sanno il fatto loro. I prigionieri non hanno niente da fare. Quando li lasceranno andare?"
"Chi lo sa? erano ufficiali, politicamente indottrinati. Vorranno essere sicuri di consolidare il controllo prima di lasciarli andare".
La guardo negli occhi. Difficile, feriscono lo sguardo da quanto sono azzurri. "Senti, ho visto che tentano di fare sport, giocano con palle di stracci come i bambini di strada. Potremmo dagli qualche palla vera?"
"Mmm...non vedo perche' no"
Sono tornato in Ismailia a lavorare per una ONG inglese. Mi hanno preso perche' ho esperienza del paese. Se hanno dubbi sulla capacita' di un italiano ad accettare a adottare la loro etica lavorativa non lo danno a vedere.
Mi presento al lavoro il giorno dopo il mio arrivo. Il capo progetto e' una donna. Alza la testa dalla montagna di carte sul tavolo, si alza, mi stringe la mano, mi da' il benvenuto. Mi chiede se voglio un caffe'. Dico si, e mi mordo il labbro, ma e' troppo tardi. Lei stessa si alza e va in cucina (l'ufficio e' in una casa affittata nei suburbi della capitale). Torna con due boccali di plastica pieni di risciaquatura di piatti Nescafe'.
Mi aspetto un periodo di adattamento e di introduzione, ma sbaglio.
"Conosci l'ex caserma della Guardia Imperiale?"
"Quella fuori citta', sulla strada per Embo?"
"Quella. Vi abbiamo installato una clinica di emergenza tre mesi fa quando i Ghimbini sono entrati nella capitale. Ieri la nostra gente la' mi ha mandato questa lista di cose di cui hanno bisogno. Vai in magazzino, fai il carico e portaglielo. E quando torni dimmi cosa ne pensi".
"OK capo"
Sorride, ma non davvero. "Non mi chiamare capo"
Chiudo la bocca, mi ricordo che questa donna era qui da sola a tenere i progetti in funzione mentre le bombe esplodevano, le ambasciate evacuavano, i bianchi fuggivano e i ribelli Ghimbini marciavano sulla capitale, solo pochi mesi fa. Prendo la lista, annuisco e vado. Lei e' gia' concentrata su qualche altra cosa.
Il magazziniere dell'Organizzazione e' un vecchio Ismailita grinzoso con un sorriso grande come una casa. Mi presento, gli dico chi sono e che sono nuovo, gli do' la lista. Si siede al suo tavolino, inforca un paio di occhialoni a fondo di bottiglia e ridacchia fra se' e se' in Amende "Hihihi...troppo lavoro oggi, troppo lavoro per il vecchio Bekke..." si alza lentamente, si avvia verso gli scaffali. Prendo uno scatolone vuoto e lo seguo. Disinfettanti, bendaggi, garze, antiinfiammatori..lo scatolone e' presto pieno, ne prendo un'altro, poi un'altro ancora. Sembra che stia andando a rifornire un pronto soccorso. Antibiotici. Antimalarici. Vitamina A. Reintegratori salini per dissenteria, ancora antibiotici...Aureomicina. Questo vuol dire stafilococchi...quando il carico e' pronto il vecchio Bekke mi dice "Vai a farti dare una macchina"
L'autoparco e' una baracca di ferro ondulato in un angolo del cortile. C'e' una bacheca con numeri di targa, chiavi appese ed un registro. Non c'e' nessuno in giro, ma decido che non ho tempo da perdere. Prendo un mazzo di chiavi, firmo il registro, trovo la macchina, torno da Bekke, carico, firmo il suo registro, mi da' una copia dell'ordine e mi manda via.
Il posto non e' a piu' di un' ora fuori citta', vicino. Lo scenario dell'altopiano e' familiare. Novembre e' tempo di raccolto: gialli covoni nuovi si ergono accanto alle capanne degli Ismailiti, i campi tosati da poco seccano al sole primaverile. In quasi ogni aia mucche e buoi legati assieme girano in tondo sulle spighe per terra, trebbiano come si trebbia da migliaia di anni. Le donne raccolgono le spighe in mucchi, gli uomini le alzano al vento con pale di legno intagliate a mano. La pula vola via come polvere ad ogni alzata di pala.
Mi scuoto. Ismailia e' bella. Guarda la strada. Stai portando medicine. Accellera. Sigaretta.
Arrivo alla caserma. E' chiusa da un alto muro. Le sentinelle sono Ghimbini, capelli afro, giacche mimetiche e sandali. Kalashnikov in braccio. Vedono il simbolo dell'organizzazione dipinto sullo sportello e mi fanno entrare senza fermarmi. Dentro, grandi spazi. lunghe baracche a dormitorio, a dozzine. Piazza d' armi. Mi guardo in giro, seguo le frecce dipinte a mano verso la clinica.
Chi sono questi? mi chiedo. dozzine, centinaia di uomini. In stracci. Senza scarpe, tutti con cio' che rimane di una divisa addosso. Prigionieri, ecco cosa sono. Amende. Soldati dell'ex Repubblica Socialista di Ismailia, crollata pochi mesi fa come il Muro di Berlino poco prima, abbattuta dal crollo dell'Unione Sovietica, dallo scontento interno, dalla poverta' e dai Ghimbini, confermatisi guerrieri duri come i loro antenati.
Raggiungo la clinica, parcheggio accanto alle altre macchine dell'organizzazione. Ci sono due infermiere, una inglese ed una irlandese, piu' qualche civile Ismailita che lavora per noi. Una lunga fila di prigionieri aspetta fuori, snodandosi attorno alla baracca, tentando di tenersi all'ombra. Vedo bendaggi sporchi di sangue, intravedo moncherini coperti di garza. Un paio di guardie tengono d'occhio, ma tutti sembrano molto rilassati e tranquilli.
Non faccio perdere tempo a nessuno, scarico e porto dentro il materiale. L' irlandese ha i capelli rossi ed e' grassottella, ma quando mi stringe la mano mi fa quasi male. Rapidamente controlliamo la consegna, firma, ciao, ci vediamo piu' tardi.
Esco, risalgo in macchina, guido verso l'uscita, piano. Attraverso la piazza d'armi. Prigionieri ovunque. Mi rendo conto che sono tutti ufficiali e sottufficiali, non vedo nessun soldato semplice. Improvvisamente vedo qualcosa muoversi in un angolo della vasta piazza e mi fermo a guardare meglio. Hanno teso uno spago fra due baracche, e stanno giocando a pallavolo con una palla fatta di stracci. Ma si muovono in maniera strana. Guardo meglio. Due sono senza una gamba, saltellano su quella rimasta. Altri hanno un solo braccio. E c'e' uno seduto per terra, si muove sulle mani, rapido come un ragno, va sotto la palla, la colpisce. Non ha gambe.
Non resisto, me ne vado. Torno in citta'.
Arrivo, riferisco alla capo.
"Cosa ne pensi?"
"La clinica va bene, le infermiere sanno il fatto loro. I prigionieri non hanno niente da fare. Quando li lasceranno andare?"
"Chi lo sa? erano ufficiali, politicamente indottrinati. Vorranno essere sicuri di consolidare il controllo prima di lasciarli andare".
La guardo negli occhi. Difficile, feriscono lo sguardo da quanto sono azzurri. "Senti, ho visto che tentano di fare sport, giocano con palle di stracci come i bambini di strada. Potremmo dagli qualche palla vera?"
"Mmm...non vedo perche' no"
Passo il resto della giornata a capire come funziona l'organizzazione. Ragioneria, contratti, logistica, progetti, personale. Il tempo vola.
Alle cinque esco e vado in citta'. Se c'e' una macchina libera ho il permesso di usarla, la nafta e' a mio carico.
Trovo il negozietto dove ricordavo che fosse. Articoli sportivi, fatti in Cina. Compro una rete e due palle da pallavolo, una palla da calcio vera e una pompa a mano. Poi, sentendomi molto stupido, ritorno alla prigione. Arrivo poco prima del tramonto. Le guardie fuori sono le stesse e mi fanno entrare senza dirmi niente. Vado direttamente dove avevo visto che giocavano. Non c'e nessuno, ma c'e' lo spago. Ci vado sotto e lo guardo da vicino: strisce di stracci annodate. Torno in macchina, prendo la rete nuova che ho portato: e' un affare di nylon verde, niente di speciale ma regolamentare. Torno sotto lo spago, salto, lo afferro a due mani e lo strappo giu'. Poi procedo ad appendere la rete. E mi rendo conto di avere fatto una cosa stupida: non arrivo alla grondaia dove era appeso lo spago, e non ho scale...qualche prigioniero comincia a fermarsi per vedere cosa sta facendo questo stupido ferengi.
Prendo la macchina, la parcheggio sotto la grondaia, salgo sul cofano, annodo la rete, sposto la macchina, annodo l'altro lato. Levo la macchina da mezzo i piedi. Che polvere. Sto facendo un rodeo fra le baracche, tutto da solo. Scendo, annodo la rete sotto, la tendo. Faccio qualche passo indietro, guardo. Va bene.
Prendo la palla dalla macchina. Sono in jeans, scarponcini e camicia. Vado sotto rete, mi giro, alzo la voce "Chi vuole giocare?"
Ci sono una dozzina di prigionieri intorno. Uno si avvicina. Non e' Ismailita, nonostante abbia la divisa con le insegne dei carristi, seppure a brandelli. E' sudanese. Si vede dalla faccia, dal colore della pelle, dalla statura e dalle cicatrici tribali. Mi guarda, in perfetto inglese mi chiede: "Perche' stai facendo questo?"
"Perche' no?"
Gli passo la palla. Lui la prende al volo, la stringe fra le le mani, con un colpo di polso la fa roteare sul dito. Un sorriso bianchissimo gli si allarga sul volto.
"Giochiamo"
Alle cinque esco e vado in citta'. Se c'e' una macchina libera ho il permesso di usarla, la nafta e' a mio carico.
Trovo il negozietto dove ricordavo che fosse. Articoli sportivi, fatti in Cina. Compro una rete e due palle da pallavolo, una palla da calcio vera e una pompa a mano. Poi, sentendomi molto stupido, ritorno alla prigione. Arrivo poco prima del tramonto. Le guardie fuori sono le stesse e mi fanno entrare senza dirmi niente. Vado direttamente dove avevo visto che giocavano. Non c'e nessuno, ma c'e' lo spago. Ci vado sotto e lo guardo da vicino: strisce di stracci annodate. Torno in macchina, prendo la rete nuova che ho portato: e' un affare di nylon verde, niente di speciale ma regolamentare. Torno sotto lo spago, salto, lo afferro a due mani e lo strappo giu'. Poi procedo ad appendere la rete. E mi rendo conto di avere fatto una cosa stupida: non arrivo alla grondaia dove era appeso lo spago, e non ho scale...qualche prigioniero comincia a fermarsi per vedere cosa sta facendo questo stupido ferengi.
Prendo la macchina, la parcheggio sotto la grondaia, salgo sul cofano, annodo la rete, sposto la macchina, annodo l'altro lato. Levo la macchina da mezzo i piedi. Che polvere. Sto facendo un rodeo fra le baracche, tutto da solo. Scendo, annodo la rete sotto, la tendo. Faccio qualche passo indietro, guardo. Va bene.
Prendo la palla dalla macchina. Sono in jeans, scarponcini e camicia. Vado sotto rete, mi giro, alzo la voce "Chi vuole giocare?"
Ci sono una dozzina di prigionieri intorno. Uno si avvicina. Non e' Ismailita, nonostante abbia la divisa con le insegne dei carristi, seppure a brandelli. E' sudanese. Si vede dalla faccia, dal colore della pelle, dalla statura e dalle cicatrici tribali. Mi guarda, in perfetto inglese mi chiede: "Perche' stai facendo questo?"
"Perche' no?"
Gli passo la palla. Lui la prende al volo, la stringe fra le le mani, con un colpo di polso la fa roteare sul dito. Un sorriso bianchissimo gli si allarga sul volto.
"Giochiamo"
In pochi minuti abbiamo fatto le squadre. Con mia sorpresa gioco anche io. Avevo creduto di dar loro la rete ed andare, ma gli Ismailiti non accettano la carita' cosi' facilmente. Voglio che giochino? devo fargli vedere di essere in grado di farlo io stesso.
Ringrazio gli anni al liceo, quando il prof di educazione fisica faceva giocare invariabilmente solo a pallavolo perche' era un fissato...io la odiavo, all'epoca ero gia' un giocatore di basket...ho giocato a basket per quindici anni...comunque a pallavolo me la cavo. E meno male. Il sudanese non mi risparmia. Ha un alzatore con una gamba amputata sotto il ginocchio il quale gli mette la palla a filo di rete senza neanche guardarla. Il sudanese arriva da dietro raccolto come il leopardo, si alza, si stende, schiaccia come un martello. La palla alza nuvole di polvere da terra. A fare muro siamo io e un Ismailita coi baffi. Lui ha una mano sola, l'altro braccio gli manca dalla spalla in giu. Ma salta come un grillo, e con tre mani muriamo il sudanese efficacemente.
La mia squadra ha il tipo senza gambe: sorride come un ragazzino a giocare con la palla vera. Ha il disotto dei pantaloni imbottito con stracci, si muove sulle mani, braccia gonfie di muscoli, va sotto i pallonetti, alza bene.
E' una partita vera: nessuno risparmia nessuno. Il sudanese ed io siamo gli unici ad avere tutti gli arti. Si suda, si grida, si combatte sotto rete. Mi alzano la palla, e dopo un paio di tentativi mosci mi ricordo come si schiaccia, e ci prendo gusto. L'altra squadra ha un tuffatore incredibile, arriva alle palle piu' lontane. Non ha le mani, colpisce di avambracci, giunti ai moncherini dei polsi, come se pregasse. Ma ha un sorrisone in faccia. Giochiamo fino a che fa buio. Vinciamo, la folla esulta. La folla?....mi guardo intorno: sembra che ci sia tutto il campo di prigionia a vedere la partita.
Suona la chiamata al rancio serale per i prigionieri. Do' loro le altre palle che ho portato, saluto, strette di mano, pacche sulle spalle mi piovono da tutte le parti. Il sudanese mi mostra il pollice alzato. Le guardie mi fanno segno di andarmene.
Mi sono divertito moltissimo.
Ringrazio gli anni al liceo, quando il prof di educazione fisica faceva giocare invariabilmente solo a pallavolo perche' era un fissato...io la odiavo, all'epoca ero gia' un giocatore di basket...ho giocato a basket per quindici anni...comunque a pallavolo me la cavo. E meno male. Il sudanese non mi risparmia. Ha un alzatore con una gamba amputata sotto il ginocchio il quale gli mette la palla a filo di rete senza neanche guardarla. Il sudanese arriva da dietro raccolto come il leopardo, si alza, si stende, schiaccia come un martello. La palla alza nuvole di polvere da terra. A fare muro siamo io e un Ismailita coi baffi. Lui ha una mano sola, l'altro braccio gli manca dalla spalla in giu. Ma salta come un grillo, e con tre mani muriamo il sudanese efficacemente.
La mia squadra ha il tipo senza gambe: sorride come un ragazzino a giocare con la palla vera. Ha il disotto dei pantaloni imbottito con stracci, si muove sulle mani, braccia gonfie di muscoli, va sotto i pallonetti, alza bene.
E' una partita vera: nessuno risparmia nessuno. Il sudanese ed io siamo gli unici ad avere tutti gli arti. Si suda, si grida, si combatte sotto rete. Mi alzano la palla, e dopo un paio di tentativi mosci mi ricordo come si schiaccia, e ci prendo gusto. L'altra squadra ha un tuffatore incredibile, arriva alle palle piu' lontane. Non ha le mani, colpisce di avambracci, giunti ai moncherini dei polsi, come se pregasse. Ma ha un sorrisone in faccia. Giochiamo fino a che fa buio. Vinciamo, la folla esulta. La folla?....mi guardo intorno: sembra che ci sia tutto il campo di prigionia a vedere la partita.
Suona la chiamata al rancio serale per i prigionieri. Do' loro le altre palle che ho portato, saluto, strette di mano, pacche sulle spalle mi piovono da tutte le parti. Il sudanese mi mostra il pollice alzato. Le guardie mi fanno segno di andarmene.
Mi sono divertito moltissimo.
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