Wednesday, 4 February 2009

archivio (51) Cawnpore

26° 30' 33.91" Nord
80° 19' 5.57" Est

Per chi ha Google Earth, sono le coordinate geografiche di una diga, poco fuori Kanpur, in India. Gli inglesi chiamarono questo posto Cawnpore, e giusto 150 anni fa fu teatro di una tragedia ormai dimenticata, durante quello che passo' alla storia come 'the Mutiny', o l'ammutinamento delle truppe locali della Compagnia delle Indie, i sepoys. 80 memsahib, donne inglesi, e 120 bambini furono uccisi e gettati nel pozzo della Residenza di Cawnpore durante i disordini. Il bagno di sangue che ne segui' fu peggio. 

Oggi in India nessuno ricorda piu' questi fatti, se non pochi studiosi. Io sono arrivato ieri da Delhi con un breve volo, e oggi passero' tutta la giornata in un ospedale, a lavorare. Ma stamattina ho chiesto al Gujjar che mi e' venuto a prendere con la macchina di fermarsi al fiume, prima di andare all'appuntamento. E sono qui sulla diga, sotto il sole. Sono le nove del mattino e ci sono gia' 42 gradi. Giugno e' il mese piu' caldo dell'anno in India. Alle due del pomeriggio saranno 46. Ma tutto questo per il momento non conta. Sotto di me, le acque ferme che brillano nella calura, c'e' il Gange. Della serie 'i grandi fiumi', io che nonostante sia sempre in giro non vado mai a vedere le cose che ci sono da vedere, oggi ho fatto un'eccezione per il fiiume-divinita' dell'Hindustan. La citta' sacra, Benares, e' 300 chilometri a valle da qui, oltre Allahabad. Me per tutta la sua lunghezza, il Gange e' dove gli indu' purificano il corpo e' lo spirito, e dove dedicano i defunti alla prossima reincarnazione. 

A valle della diga il lato destro e' piatto, la sabbia bianchissima nel sole del mattino fa da sfondo a centinaia di paletti piantati nella sabbia, e fra di essi fili carichi di biancheria e vestiti: lungi, salwar kameez, dhoti, sari di tutti i colori stesi ad asciugare, per almeno un chilometro lungo il fiume. E' un dhobi ghat, uno dei posti dei dhobi-wallah, l'infima casta di lavandai che in tutto il paese gira per le case prima dell'alba, raccoglie e lava i panni per tutta la citta', li asciuga al sole, li stira con ferri ancora a carbone, e li riconsegna la sera stessa. 

Piu' vicino alla diga - che non e' una diga vera a propria ma una serie di chiuse in ferro che regolano il flusso della corrente - un paio di uomini si spogliano per fare il bagno, i vestiti accuratamente impilati sul cemento dell'argine. Lentamente si immergono fino al mento, cosi' che la divinita' purifichi loro il corpo. Forse un minuto, forse meno. Poi escono, si rivestono e vanno per la loro strada. 

A monte della diga il fiume, bloccato dalle chiuse, si allarga un poco. Attraverso la strada e guardo giu'. C'e' gente che pesca con la lenza da barchette a fondo piatto, altra biancheria stesa sulle rive. Lontano all'orizzonte, a monte, l'aria trema per la calura, e il fiume sembra apparire dall'afa. Proprio sotto di me, all'ombra del cemento della diga, una vasta chiazza, molto piu' scura dell'acqua bruna, galleggia nell'angolo fra la riva, qui scoscesa, e la barriera. Potrebbe essere petrolio, ma non luccica come il petrolio. E non c'e' odore di petrolio. C'e solo l'odore del fiume e del mattino. Dall'alto non si capisce bene cosa sia, e la mia curiosita' ha la meglio su di me. Lascio il Gujjar con l'auto, trovo un sentiero che scende al fiume dietro la diga, e mi accingo a rovinarmi le scarpe. Ma non e' cosi' difficile; il sentiero e' ovviamente molto usato, la sabbia e' morbida, e in pochi minuti sono sotto. Non c'e' praticamente corrente a monte della barriera, e il fiume lambisce la sabbia e gli arbusti della riva. 

La chiazza si vede meglio da qui: sembrano sassolini che galleggiano tutti insieme, neri e lucenti nel cono d'ombra della diga. Migliaia di sassolini galleggianti. Mi avvicino all'acqua, vedo una roccia piatta che sporge nel fiume. Un passo lungo e vi sono sopra. Miracolosamente non perdo l'equilibrio, e mi vi accuccio, il fiume tutto attorno a me. Guardo i sassolini che nuotano. Allungo la mano e ne tolgo uno dall'acqua, me lo porto vicino al naso per vederlo bene. E' un pezzetto di carbone, o forse di legno carbonizzato. E cosi' e' tutta la chiazza: Carboncini che galleggiano sul Gange. 

Mistero risolto, anche se solo per crearne uno piu' fitto. Perche' buttare carbonella in acqua? Mi accorgo del tempo che passa, e risalgo. A meta' salita mi sposto fuori dal sentiero per lasciare passare un sadhu che invece scende. Ha uno straccio color ocra attorno ai fianchi, e il bindi sulla fronte e' vermiglio ed ancora gocciolante. Ha in mano un fagotto, uno straccio arrotolato. Non mi vede nemmeno, tiene la testa bassa e parla da solo. Questo paese e' fatto di persone e di demoni, di cose reali ed immaginarie come nessun altro al mondo. Terra di Djinn. Rimango dove sono, mi sporgo sul costone per vedere dove vada. Le vespe che mi attorniavano fino a poco fa sono sparite di colpo. 

Il santone si ferma un attimo sulla riva, entra in acqua camminando. Il fiume in breve gli arriva ai fianchi. Si gira in direzione del sole, srotola il fagotto, lo alza sopra la fronte, e cantando piano lo svuota nel fiume: sabbia. No, non e' sabbia: la brezza leggerissima la muove come vuole. E' cenere. 

Improvvisamente capisco quello che vedo. La cenere affonda nel suo piccolo mulinello, il sadhu torna a riva ma non risale, si accuccia all'ombra di un arbusto e rimane li', immobile, in basso sotto di me. Dove e' affondata la cenere rimangono a galla un pugno di carboncini neri. Piano piano galleggiano via, verso la grande chiazza dove sono tutti gli altri.

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